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Mattarella: “Italia non sia far west”

Mattarella: “Italia non sia far west”

cms_9809/sergio_mattarella_fg.jpgL’Italia non può assomigliare ad un far west“. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia del Ventaglio, riferendosi ad un recente episodio di cronaca avvenuto a Roma che ha visto un uomo sparare con un fucile ad una bambina rom. “Mi ha molto colpito – ha spiegato Mattarella – un fatto di cronaca di questi giorni. L’Italia non può assomigliare al far west, dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno, rovinandole la salute e il futuro”.

Questa è barbarie e deve suscitare indignazione – ha proseguito il Capo dello Stato – Il buon senso manzoniano ci suggerisce di occuparci delle grandi questioni che abbiamo di fronte, esercitando il dovere, ineludibile, della responsabilità”. “La reputazione è un bene comune, collettivo. Indisponibile. Sottratto a interessi di parte perché costruito, nel tempo, con il contributo del nostro popolo. E’ patrimonio di storia, di cultura, di valori che disegna il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale – ha ricordato ancora Mattarella – Ovunque si vada, si registra un gran desiderio di collaborazione e di interlocuzione stretta e concreta con l’Italia. Tutto ciò che intacca questo patrimonio ferisce l’intera comunità”.

IMMIGRAZIONE – Tra gli argomenti discussi da Mattarella anche la gestione europea dei flussi migratori. “Sessantacinque milioni di profughi in varie parti del mondo danno la misura di un fenomeno epocale, collegato anche ai diversi andamenti demografici – ha spiegato il Capo dello Stato – Su questo piano l’Italia ha, tante volte, chiesto all’Unione europea di far fronte alla propria responsabilità rispetto al fenomeno migratorio. Registriamo adesso, sulla ripartizione dei migranti, segnali finalmente positivi da parte di diversi Paesi dell’Unione. Passo dopo passo, occorre che l’Unione elabori, definisca e predisponga un piano di interventi per governare il fenomeno e non per subirlo”.

RUOLO CITTADINI – Tra gli argomenti affrontati da Mattarella anche il ruolo dei cittadini. “La Repubblica vive dell’esercizio delle responsabilità da parte di ciascun cittadino – ha spiegato il Capo dello Stato – ognuno faccia uso dei suoi diritti e adempia ai suoi doveri. Vale per me, anzitutto, chiamato a rappresentare l’unità del Paese e a concorrere all’ordinato funzionamento degli organi istituzionali. Così come a me compete ricordare, a ciascuno, il rispetto dello stesso principio”. “Le finalità – ha sottolineato – sono tracciate, con chiarezza, nel testo della Costituzione e verso di esse devono convergere le pubbliche amministrazioni, nell’imparzialità della loro funzione, diretta a servizio di tutti i cittadini. Il limite dell’intervento dello Stato è indicato, limpidamente, laddove è pienamente riconosciuto, alla società civile, di esprimersi in tutte le forme organizzate della vita economica e sociale, senza interferenze da parte delle autorità pubbliche tese a influenzarne l’attività. Da questo patrimonio nasce la reputazione di un Paese ordinato, bene amministrato, coeso”.

USO DEL WEB – “Siamo tutti consapevoli che vi sono usi distorti, talvolta allarmanti, del web – ha sostenuto Mattarella – Vi appaiono segni astiosi, toni da rissa, che rischiano di seminare, nella società, i bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell’ostilità preconcetta che puntano a sottoporre i nostri concittadini a tensione continua. Sta a chi opera nelle istituzioni politiche, ma anche a chi opera nel giornalismo – ha proseguito il presidente della Repubblica – non farsi contagiare da questo virus, ma contrastarlo, farne percepire, a tutti i cittadini, il grave danno che ne deriva per la convivenza e per ciascuno”. “Vi è il dovere di governare il linguaggio – ha aggiunto il Capo dello Stato – Con il coraggio, se necessario, di contraddire opinioni diffuse. L’Italia non può diventare – non diverrà – preda di quel che Manzoni descrive, con efficacia, nel trentaduesimo capitolo dei Promessi Sposi, a proposito degli untori e della peste: ’Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune’”.

Figli coppie gay, Spadafora a Fontana: “Stop propaganda”

cms_9809/gay_pride_coppia_ftg.jpg“Rilevo come l’attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell’iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all’estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere“. Lo ha detto il ministro per la Famiglia e le Disabilità, Lorenzo Fontana, nell’audizione di oggi alla Commissione Affari sociali.

Ma per Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega alle pari opportunità e ai giovani, “su questi temi è necessario andare al di là delle battaglie identitarie, perché tutto questo incide realmente nella nostra società e coinvolge i più indifesi, i bambini. Non esistono infatti, bambini di serie A o di serie B, tutti devono essere tutelati. Per questo la Corte Costituzionale, con la sentenza 162 del 2014, ha superato il principio espresso dalla legge 40 del 2004, per il quale vi doveva essere coincidenza fra genitorialità biologica e genitorialità sociale. Secondo la Corte Costituzionale infatti, questo principio è illegittimo sul piano costituzionale e non costituisce un bene giuridico meritevole di protezione”.

Il preminente interesse del minore – continua Spadafora – è l’unico principio che deve guidare tutte le scelte nella materia dello status familiare. Proprio per questo, secondo la giurisprudenza, è illegittimo il rifiuto dell’Ufficio di Stato Civile di iscrivere nei registri i bambini concepiti con tecniche di procreazione medicalmente assistita da coppie dello stesso sesso. Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda e aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale”.

Per il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, intervenuto a In Onda su La7, se il ministro Fontana “dice che l’utero in affitto in Italia è illegale dice la verità, poi ci sono i bambini e questi vanno tutelati”. Di Maio precisa che “non ci occuperemo di queste materie” nella legislatura perché su alcuni temi “non c’è accordo con la Lega”.

Le parole di Fontana hanno suscitato l’immediata reazione del presidente dell’Anci, Antonio Decaro, per il quale il ministro dimentica “che si sta parlando della vita delle persone e della vita dei bambini che vivono nel nostro Paese”. Decaro dice “no a bambini di serie B” e ricorda che “diritti e tutele sono obbligo dello Stato”.

A intervenire è anche Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. “La misura è colma – scandisce – Salvini e Fontana la smettano di fare propaganda sulla pelle dei bambini”. “Il continuo tuonare dei due rappresentanti del governo contro la stabilità familiare e affettiva di bambini e bambine è un fatto ignobile e immorale – continua Piazzoni – Sono i tribunali a ordinare il riconoscimento di quei bambini, perché l’interesse del minore viene prima di tutto, specie delle squallide campagne di consenso dei ministri leghisti. Se i ministri credono di poter aggirare il potere giudiziario in questa Repubblica o sono due asini oppure agiscono al di fuori della Carta costituzionale: entrambe le ipotesi sono gravi e intollerabili”.

Condivide invece le parole del ministro della Famiglia la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, “e lo invitiamo ad andare avanti. Fratelli d’Italia mette a disposizione le proposte di legge che ha depositato in Parlamento per rendere l’utero in affitto reato universale, ovvero punibile in Italia anche se commesso all’estero, e per dire no al riconoscimento e alla trascrizione di bambini figli di coppie omosessuali. Discutiamole e approviamole subito”.

700mila cartelle in scadenza a luglio

cms_9809/Agenzia_entrate_Ftg_3-4-1571962413_3-4-1739701543.jpgSono oltre 4 milioni le cartelle per le quali i contribuenti hanno chiesto l’adesione alla definizione agevolata, la cosiddetta rottamazione bis. Circa 700 mila cartelle (pari al 16% del totale) – riferisce l’Agenzia delle Entrate-Riscossione in una nota – sono riferibili a debiti iscritti a ruolo tra il 1° gennaio e il 30 settembre 2017 per i quali il termine del pagamento della prima rata scade il prossimo 31 luglio.

In particolare, i contribuenti hanno richiesto la Definizione agevolata (decreto legge 148/2017) per un numero di cartelle pari a 4 milioni 460 mila. Di queste, circa 714 mila cartelle sono riferibili a debiti iscritti a ruolo nel periodo che va dal 1° gennaio al 30 settembre 2017 per i quali la legge prevede la possibilità di pagare in un’unica rata oppure fino ad un massimo di 5.

Il 14% (circa 100 mila cartelle) è contenuto in piani di pagamento che prevedono un’unica rata, il 76% (circa 542 mila) riguarda piani di pagamento in 5 rate e il restante 10% (circa 72 mila) tra 2 e 4 rate. La Relazione Tecnica che ha accompagnato la conversione in legge del decreto 148/2017 contiene la previsione di incasso pari a 2,070 miliardi di euro, di cui 1,656 miliardi di euro nel 2018 e 414 milioni di euro nel 2019.

Tari raddoppiata in 7 anni

cms_9809/tassarifiuti_FTG.jpgSempre più alta e in continua crescita la tassa sui rifiuti pagata da cittadini e imprese: nel 2017 è arrivata, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro con un incremento di oltre il 70% (72%) corrispondente ad un incremento complessivo di 3,9 miliardi di euro negli ultimi 7 anni nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti. Il dato emerge dal primo monitoraggio del portale di Confcommercio che parte oggi, consultabile al sito www.osservatoriotasselocali.it, uno strumento permanente dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio relative alla tassa rifiuti (TARI) pagata da cittadini e imprese del terziario.

Lo scenario evidenzia come costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese derivino, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi. La tassazione crescente è doppiamente ingiustificata se si considerano i dati riguardo alla produzione totale di rifiuti che, in controtendenza, nel periodo considerato ha subito un rallentamento. Le imprese, infatti, continuano a pagare di più nonostante la produzione dei rifiuti sia decresciuta (da 32,4 mln di tonnellate del 2010 a 30,1 mln nel 2016).

In particolare, i commercianti sottolineano come per le imprese del terziario, ci siano sempre più evidenti distorsioni e divari di costo tra medesime categorie economiche a parità di condizioni e nella stessa provincia. Ad esempio, un albergo con ristorante di 1.000 mq paga 4.210 euro l’anno a San Cesario (Le) mentre ne paga 7.770 euro l’anno a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa da 4.189 euro/anno di Abano Terme a 5.901 euro/anno del capoluogo.

L’inefficienza delle Amministrazioni locali (in media, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni) costa a cittadini e imprese 1 miliardo l’anno a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata (siamo al 52% contro il 65% fissato a livello europeo);

In molti casi, rileva l’osservatorio di Confcommercio, le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l’80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività. Ad esempio, nel primo caso, a Roma, un distributore di carburante di 300 mq paga 2.667 euro mentre l’importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5.000 mq nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli 5 mesi di attività dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 mq, nello stesso comune, paga 1.037 euro a fronte dei 432 che dovrebbe pagare.

“I dati dell’Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato – sostiene Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente – Negli ultimi sette anni la sola Tari è cresciuta di quasi 4 miliardi di euro. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’”.

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27 Luglio 2018