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Matteo Renzi e quel tentativo da Catania di ricucire il PD

È un Matteo Renzi diverso quello comparso tre sere fa sul palco di Villa Bellini a Catania per chiudere in grande stile la festa nazionale dell’Unità.

Più maturo e pacato rispetto al giovane condottiero con in tasca tante promesse e nella testa quel “progetto d’un manifesto per un’Europa libera e unita” che Spinelli nel ’41 elaborò con Ernesto Rossi.

cms_4530/14302730_10210943751338564_1416018119_n.jpgNon che ora non ci pensi più. Tutt’altro. Ma ci sono emergenze da affrontare. C’è un’Italia arrabbiata che non ce la fa a tirare avanti. C’è uno strappo da ricucire in casa sua. E il premier è in caduta.

Parla da quel rosso palco in tono paterno: “È inutile se poi la gente non arriva alla fine del mese. Non ne posso più di un’Europa che si occupa di finanza, di tecnocrazia, di austerity e poi perde la nuova generazione”.

Parole che non riescono più a motivare, aggredite dal grido del corteo di oltre 500 persone che avanzava lungo via Umberto sotto lo stendardo “Cacciamo Renzi”.

A Catania come a Bari, a Napoli o a Pisa. Ovunque vada, dietro al sorridente selfie, alla stretta di mano o all’abbraccio col capoturno operaio in fabbrica, c’è l’Italia che protesta. Non ne può più della politica delle banche, di un jobs act che poco funziona, delle aziende strozzate dalla globalizzazione, della povertà dilagante che risparmia sulle cure odontoiatriche oltre che sulle scarpe nuove.

Matteo ha perso smalto. Non graffia come una volta, sfiancato da un fuoco amico che con D’Alema è riuscito a metterlo all’angolo.

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“Questa è la riforma della nostra storia, del nostro passato. E siccome quelli come D’Alema sono talmente esperti di passato che vorrebbero fregarci il futuro, continuando tutti i giorni con risse e polemiche, noi diciamo che questa riforma è la riforma del Pd, come lo era quella dell’Ulivo”.

E seguita sulla sfida d’autunno: “E’ una riforma che abbiamo voluto, costruito, che non riduce gli spazi di democrazia, ma riduce le poltrone, semplifica le istituzioni e le rende più semplici e più agili. Noi non consentiremo di fare del referendum costituzionale l’ennesima tappa del congresso”.

Ma l’Italia non accoglie e quell’appuntamento non lo mancherà. Non per esprimersi in merito all’esattezza di una riforma, bensì alla “Renxit”.

E in favore della Renxit si pronunceranno gli italiani che non vogliono l’Europa così com’è.

Caro Matteo, il PD ha realizzato il programma della BCE che è espressione di un organismo nel quale non si ravvede alcuna legittimazione politica. Essa è di fatto sottratta a qualsiasi controllo e contrappeso esercitato da uno Stato di diritto, originando un sistema nel quale i programmi di governo vengono dettati da organismi fondamentalmente ademocratici.

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Alla politica europea si ribella il ceto che un tempo era medio, oggi impoverito dalla crisi. Si ribellano le periferie ingolfate dall’immigrazione. Si ribellano gli imprenditori, soffocati da una pressione fiscale insostenibile. Si ribellano i giovani che si sentono derubati di un futuro. Si ribella l’Italia che per paura si affida al “disomogeneo”, a chi è fuori dagli establishment.

I partiti tradizionali stanno perdendo e il populismo ne è la riprova.

Quelli che si sono susseguiti nella formazione dell’esecutivo hanno preferito rimettere nelle mani del tecnicismo europeo il governo del Paese, eseguendo alla lettera i diktat di una UE sbilanciata negli equilibri e nella crescita che ha determinato una crisi che ormai ha raggiunto un punto di non ritorno.

Questo non significa che l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa non si debba e non si possa più perseguire. Non è perseguibile partendo da “questa Europa”. Bisogna ricominciare.

Renzi in questo ha fallito. Si è fatto parte diligente di un progetto azzoppato perché basato su un presupposto errato quale quello attuale.

Affidando la sua politica a una grossa campagna di comunicazione, basata sull’immagine del “nuovo” che avanza, è rimasto vittima di un disegno irrealizzabile di Paese, del quale gli italiani hanno invano atteso la cristallizzazione.

I nodi vengono puntualmente al pettine e il voto amministrativo ha fotografato una realtà dalla forte componente anti-renziana, covata da tempo anche dalla minoranza dem.

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Così dal palco di Catania ha preferito riporre l’ascia di guerra e lanciare un appello all’unione.

“Non si costruisce una rivoluzione nel giro di un giorno. Siamo pronti a fare la nostra parte, a guardare dove abbiamo sbagliato, ma c’è un punto su cui voglio sfidare il Pd. Se dopo 2 anni si è rimesso in moto il mondo della ricerca, dell’innovazione, dell’edilizia scolastica, se abbiamo fatto questo bisogna guardarci negli occhi e sapere che la sfida va combattuta insieme. Tutti insieme senza polemiche. Io non ho paura di andare ovunque e raccontare quali sono le nostre idee. La sfida si vince insieme”.

La questione è sempre la stessa: c’è un tempo per tutto.

Se queste parole le avesse pronunciate prima, mettendo da parte l’arroganza di chi si crede intoccabile, forse a questo punto non si sarebbe arrivati. Se avesse guardato con occhio più attento e compassionevole al suo popolo, una certa politica anti austerity sarebbe stata già messa in atto e magari sarebbero state operate scelte economiche aderenti alla ripresa.

Ora che fare?

Mettere in atto quell’inversione di tendenza per provare a risalire la china della fiducia? Può darsi, ma il must è dare risultati. Darli non prometterli. E magari operare qualche cambiamento nell’esecutivo. Attuare la politica della trasparenza che prenda le distanze da quello che ormai nel parlato collettivo è il “Sistema Italia”, nell’accezione “marcia” del termine.

Ma gli italiani ormai dimenticano difficilmente. Le circostanze sembrano pertanto non giocare più a favore.

Data:

14 Settembre 2016