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“MEMORIA DEL DOLORE”: SBARAZZARSENE O NO?

I ricordi dolorosi sarebbero legati al gene associato alla neuroplastina, una proteina coinvolta nella formazione delle sinapsi cerebrali: questa la scoperta di un recente studio condotto dai ricercatori della Katholieke Universiteit di Lovanio (Belgio) e del Leibniz Institute per la neurobiologia di Magdeburgo (Germania). L’esperimento decisivo, pubblicato dal Biological Psychiatry, consisteva nel porre delle cavie in una scatola che, in seguito all’attivazione di una luce, desse una scossa alle loro zampe. I roditori non geneticamente modificati correvano dall’altra parte della scatola, associando l’impulso luminoso alla sensazione di dolore; quelli in cui il gene della neuroplastina era stato disattivato, invece, non eseguivano correttamente l’esercizio, indice di una memoria associativa lacunosa. Tale esito è stato ulteriormente convalidato dalla misurazione del segnale elettrico nel cervello delle cavie, che ha evidenziato la cattiva comunicazione tra la cellule cerebrali.

Nell’uomo, modificazioni della neuroplastina sono considerate responsabili della schizofrenia e di altri deficit mentali. La ricerca, seppur ancora a livello iniziale, potrebbe perciò confluire in applicazioni mediche per la nostra specie. E, chissà, forse permetterci di cancellare con un colpo di spugna i nostri ricordi più dolorosi, in un lontano futuro. Disattivare un gene come fosse un banale interruttore, per interrompere la catena di immagini e percezioni sensoriali che abbiamo collezionato nel corso dell’esistenza.

cms_4429/foto_1.jpgChi non vorrebbe dimenticare tutte le proprie delusioni e sofferenze, se solo fosse possibile? Come affermato dal poeta inglese George Gordon Byron, “il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore”. Le esperienze negative, inevitabilmente, ci segnano nel profondo, dando vita a fobie e traumi. Estirparle del tutto dalla nostra mente sarebbe l’opzione più comoda. Ma, probabilmente, non la più giusta. Il dolore è una delle tante emozioni che l’animo umano è capace di percepire e, in quanto tale, deve essere accolto. La vita è come un dipinto: è il chiaroscuro a darle tridimensionalità, l’alternarsi di buio e luce, di gioie e sofferenze. Da bravi artisti dobbiamo apprezzare ogni sfumatura che essa ci regala, imparando ad amalgamare le tonalità più scure con quelle più chiare, senza permettere mai che il buio prevalga sulla nostra tela.

cms_4429/foto_2.jpgSenza il nostro “bagaglio spirituale”, costituito dalla memoria e dai pensieri che ogni giorno affollano la nostra mente, saremmo degli individui privi di personalità. Corpi privi di anima, burattini tutti uguali su uno scarno palcoscenico. Nella celebre lirica “La casa dei doganieri”, Montale descriveva gli effetti dell’interruzione del ricordo con una serie di immagini emblematiche: una “bussola impazzita”, il calcolo dei dadi che non torna, una banderuola sul tetto che ruota senza sosta. Se smarrissimo il nostro passato, per quanto doloroso esso sia, ci sentiremmo disorientati, privati di ogni punto di riferimento, di ogni certezza che possa imprimere una direzione al cammino dell’esistenza.

Anche in questo caso la scienza potrebbe venirci incontro, tentando di migliorare il nostro stile di vita. Ma l’uomo non è un automa, non è un ammasso di impulsi elettrici e di interruttori. E’ un essere dotato di volontà e, grazie ad essa, deve cercare di superare le proprie paure, convertendo i momenti più difficili e il loro ricordo in occasioni di arricchimento spirituale. Trasformando ogni lacrima in una goccia di rugiada che faccia risplendere il giardino del cuore.

Data:

24 Agosto 2016