Traduci

Migranti, Gentiloni: “Serve impegno europeo”

cms_7063/francia_migranti_vertice_afp.jpgOccorre “gradualmente sostituire il modello dei trafficanti” di migranti con “modelli regolari e legali” di migrazione verso l’Europa. “Sarà un percorso lungo, ma finalmente abbiamo una certa chiarezza nella strategia da portare avanti”. E’ quanto ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo il vertice sulle migrazioni all’Eliseo con Francia, Germania e Spagna.

“Nelle ultime settimane e mesi abbiamo ottenuto nel Mediterraneo centrale dei risultati” nel contenimento dei flussi migratori. “Risultati iniziali, che vanno consolidati: è un impegno che va europeizzato e che non può essere solo” frutto dell’impegno di alcuni Paesi. L’impegno deve diventare un impegno europeo, perché questi risultati dimostrano che il vento può cambiare nei confronti del predominio delle migrazioni irregolari”. Lo sottolinea il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in conferenza stampa a Parigi al termine del vertice sulle migrazioni. “Questo sforzo deve andare in parallelo con la stabilizzazione inclusiva della Libia e con lo sviluppo di alcuni Paesi chiave per il transito dei migranti. Non è caso che il Niger e il Ciad è qui”, conclude Gentiloni. Le migrazioni di persone dall’Africa all’Europa “sappiamo che è un fenomeno strutturale” per ragioni economiche e demografiche. “Sono diffidente nei confronti di chi propone soluzioni immediate, che possano cancellare il fenomeno. Noi non rinunceremo alla nostra tradizione di accoglienza e di solidarietà, non rinunceremo a salvare vite umane. Ma dobbiamo rendere i flussi più controllabili. Rendere i flussi più controllabili aiuta anche i Paesi di transito”.

Per gestire un fenomeno complesso e strutturale come quello delle migrazioni “non ci sono soluzioni miracolose, ma non stiamo neanche a zero: rispetto a un anno fa abbiamo fatto passi avanti molto rilevanti” aggiunge Gentiloni. Al vertice per l’Ue c’era Federica Mogherini, presenti anche i capi di Stato di Niger, Ciad e il libico Fayez el Sarraj. Il presidente francese Emmanuel Macron, ha ricevuto all’Eliseo il presidente nigerino Mahamadou Issofou e quello ciadiano Idriss Deby. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha incontrato Macron.

Il sistema di Dublino, che pone la maggior parte degli oneri sui Paesi Ue di primo arrivo dei richiedenti asilo, ribadisce la cancelliera Angela Merkel, “deve essere rivisto“, perché “non offre soluzioni soddisfacenti. Cerchiamo di rinnovare questo sistema di Dublino e di trovare nuove soluzioni”. In queste ultime settimane e mesi nell’interfaccia” tra Europa e Africa, dice la Merkel, “Italia e Libia, si sono prese misure estremamente concrete, grazie a Paolo Gentiloni e a Fayez al Serraj”. Misure che hanno consentito “un’enorme diminuzione di coloro che muoiono” tentando di attraversare il Mediterraneo. Della stessa opinione anche il presidente francese Emmanuel Macron. “Sostengo totalmente la volontà di riformare profondamente il sistema di Dublino – ha detto – e spero che si acceleri su questa materia”. Identificare gli individui che potrebbero ricevere asilo in Europa, mentre sono ancora nei paesi dell’Africa centrale del Niger e del Ciad per “metterli al sicuro il più rapidamente possibile” . Questa procedura, ha spiegato, permetterà di “dare asilo avviando la procedura dal territorio africano” e sarà condotta “in zone definite completamente sicure dei due Paei, sotto la supervisione dell’Unhcr”. “L’identificazione degli aventi diritto avverrà con liste preparate dall’Unhcr”, ha detto ancora Macron, spiegando che ci saranno “azioni coordinate con i Paesi africani nel campo della sicurezza” che “comprende anche una presenza militare sul campo” con “la possibilità di organizzare un rientro nei Paesi di origine”. Per combattere i trafficanti di esseri umani occorre anche dare alle popolazioni dei Paesi di transito “altre prospettive di sviluppo locale”. A questo riguardo, conclude Macron, “quello che si è fatto negli ultimi tempi tra l’Italia e la Libia è il perfetto esempio cui dobbiamo tendere”.

Contratto statali, trattativa in salita: ecco i nodi

cms_7063/stataliufficio_ftg1.jpgRiparte il confronto governo-sindacati per i rinnovi contrattuali degli statali che dovranno portare ad aumenti in busta paga di 85 euro. La nuova stagione 2016-2018 è particolarmente attesa per oltre 3,2 milioni di dipendenti pubblici che da otto anni non vedono un aumento salariale.

Dopo la pausa estiva, le Confederazioni sindacali sono state convocate all’Aran per discutere delle trattative per il rinnovo del contratto del pubblico impiego.

Salvaguardare l’impatto dell’aumento previsto per gli statali per non far decadere il ’bonus Renzi’, sviluppare un welfare contrattuale e riequilibrare il modello di partecipazione sindacale: sono alcuni dei temi affrontati dalle Confederazioni convocate all’Agenzia che rappresenta le pubbliche amministrazioni nella contrattazione collettiva.

BONUS RENZI – Come neutralizzare l’effetto sul ’bonus Renzi’ è uno dei punti chiave della trattativa, “una questione centrale”, fanno sapere fonti sindacali all’AdnKronos, per evitare che l’aumento degli 85 euro medi lordi (secondo quanto pattuito nell’accordo siglato il 30 novembre scorso tra Cgil, Cisl e Uil e la ministra della Pa Marianna Madia) faccia decadere il bonus Renzi, “trasformandolo in un aumento di 5 euro”.

WELFARE CONTRATTUALE – Secondo punto: l’importanza di sviluppare un welfare contrattuale, ovvero un sistema di sostegno per i lavoratori – attraverso risorse aggiuntive nella legge di bilancio – per richiedere anche per il pubblico impiego un regime di agevolazione fiscale e defiscalizzazione, “come già esiste nel settore privato” sottolineano le fonti.

LEGGE E CONTRATTO – E ancora: la necessità di riequilibrare il modello di partecipazione sindacale, attraverso un riequilibrio tra legge e contratto. Serve implementare forme partecipative dei sindacati in modo tale che anche certi temi (come ad esempio, “l’organizzazione del lavoro negli uffici”) siano “riportati nell’alveo della contrattazione”.

INCONTRO CON MADIA – In una nota, anche il segretario confederale della Uil Antonio Foccillo fa sapere che, nella riunione all’Aran, “si sono affrontate le tematiche relative ai rinnovi contrattuali per le parti comuni ai 4 comparti del Pubblico impiego”.

In particolare, “si è discusso del riequilibrio tra legge e contratto, dei modelli di partecipazione, di welfare contrattuale, di risorse e del c.d. bonus Renzi. Abbiamo ribadito, come Uil, che – in linea con l’accordo del 30 novembre – l’incremento economico deve essere di 85 euro e che il bonus degli 80 euro non può essere confuso con l’incremento salariale. Devono invece essere trovate soluzioni diverse, compresa la defiscalizzazione del salario di produttività”.

CALENDA – Per chiarire le posizioni, aggiunge il sindacalista, “riteniamo necessario un incontro con il ministro della Funzione Pubblica per verificare la volontà del Governo di rispettare i contenuti dell’accordo. Non condividiamo le dichiarazioni del ministro Calenda, secondo cui le risorse dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego debbano essere rivolte ad altre priorità”.

Al ministro, rileva, “ricordiamo che questo Governo, in continuità con il precedente, è tenuto a rispettare l’accordo sottoscritto tra l’altro dall’attuale ministro della Funzione pubblica. Non è accettabile confondere un legittimo diritto, quale il riconoscimento, dopo ormai 8 anni, dei dovuti incrementi contrattuali ai dipendenti pubblici, con le necessarie misure, altrettanto dovute, per la ripresa occupazionale del Paese”.

NODI AL PETTINE – “Tutti i nodi vengono al pettine e, come avevamo previsto, sarà molto difficile, se non addirittura impossibile scioglierli”. Così il segretario confederale dell’Ugl Augusto Ghinelli commenta le dichiarazioni dell’Aran in merito alla questione del bonus degli 80 euro a rischio per i dipendenti pubblici. “Nell’accordo dello scorso 30 novembre – spiega – non c’era nessuna traccia del problema del mantenimento del bonus degli 80 euro in favore dei redditi al di sotto dei 26mila euro lordi annui, ovvero quelli di oltre 360mila dipendenti della Pubblica Amministrazione”.

“Come avevamo già evidenziato all’epoca – sottolinea Ghinelli -, le risorse per il mantenimento del bonus, 125 milioni di euro secondo l’Aran, andavano previsti prima”. In una trattativa contrattuale piena di brutti scherzi, aggiunge, “i lavoratori rischiano dunque l’ennesima beffa, perché potrebbero perdere 80 euro netti in cambio dell’aumento contrattuale di 85 euro lordi, ossia poco meno di 60 euro netti”.

“Dopo quasi 9 anni di vacanza contrattuale, questa non è certamente una vittoria – conclude – bensì una nuova Spada di Damocle sulla testa dei lavoratori della Pa, nelle mani di chi, il 30 novembre 2016, aveva annunciato con entusiasmo il raggiungimento di un accordo che si sta rivelando debole e lacunoso”.

Pensioni, le ipotesi sul tavolo

cms_7063/operaio_lavoro_ftg.jpgUna pensione minima di garanzia per i giovani precari, l’aumento dell’età pensionabile e agevolazioni per l’accesso all’Ape social per le donne impegnate nei lavori di cura. Sono queste alcune delle ipotesi attualmente sul tavolo del governo che saranno oggetto di discussione del prossimo incontro con i sindacati previsto per mercoledì 30 agosto. Al centro del confronto tra Cgil, Cisl, Uil e Esecutivo sulla ’fase due’ del capitolo previdenza vi saranno, in particolare, le future pensioni delle giovani generazioni, penalizzate da crisi economica e carriere discontinue.

Tra le idee da approfondire e discutere, infatti, vi è quella di una pensione di garanzia destinata ai nati dopo gli anni ’80, con la previsione di un reddito minimo mettendo insieme la parte assistenziale e la parte previdenziale compatibilmente ai vincoli di bilancio. A ciò si collega un’altra misura attualmente allo studio del Ministero dell’Economia, ovvero la possibilità di una riduzione stabile del cuneo previdenziale per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani under 35. L’operazione, che potrebbe essere inserita nella Legge di Bilancio in autunno, comporterebbe un taglio contributivo in busta paga per favorire l’occupazione. Attenzione però, avvertono i sindacati, all’impatto che tale misura potrebbe avere sul futuro pensionistico dei lavoratori.

“La decontribuzione può essere uno strumento utile a condizione che sia interamente fiscalizzata“, spiega il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, in quanto “una mancata fiscalizzazione comporterebbe una riduzione permanente del 3% del trattamento pensionistico”. Si tratta di una misura “impropria ed inefficace e sono fantasiose le previsioni dell’incremento occupazionale”, sostiene invece il segretario nazionale Cgil Roberto Ghiselli, “noi siamo a favore dell’alleggerimento del costo del lavoro però vanno ridotte le tasse di aziende e lavoratori e non i contributi, perché così non si creano posti di lavoro e si determina uno scontro generazionale“.

All’incontro di mercoledì è previsto anche un focus sulle donne e sulla possibilità di ridurre i requisiti contributivi necessari all’accesso all’Ape social – l’anticipo pensionistico previsto per le categorie socialmente deboli – per quelle impegnate nei lavori di cura. Ma secondo il segretario Cgil Ghiselli il lavoro di cura andrebbe riconosciuto dal punto di vista previdenziale a priori, “non limitando il ragionamento solo a coloro che possiedono i requisiti per l’Ape social”.

Altro tema delicato su cui si tornerà a discutere è quello dell’età di pensionamento e dell’automatismo che partirà nel 2019, un’eventualità fortemente contestata dai sindacati. “L’automatismo va bloccato”, sostiene il portavoce della Cgil, “si è raggiunto un livello insostenibile, non si può ragionare con i conti perché si parla di essere umani”. Il prossimo adeguamento all’aspettativa di vita per l’accesso alla pensione andrebbe “congelato”, ribadisce il segretario confederale della Uil, in quanto “alzare l’età pensionabile sarebbe una crudeltà perché porterebbe l’Italia ancora più distante rispetto alla media europea”.

Attualmente negli stati Ue l’età legale media di accesso alla pensione, nel settore privato, per gli uomini è di 64 anni e 2 mesi, mentre per le donne è di 63 anni. Dunque, 2 anni e 5 mesi più bassa di quella degli uomini italiani (che vanno in pensione a 66 anni e 7 mesi) e 2 anni e 7 mesi più bassa delle donne italiane (65 anni e 7 mesi). L’ipotesi di aumentare ulteriormente l’età pensionabile viene quindi scartata dai sindacati, che invece propongono di diversificare l’aspettativa di vita dei lavoratori ragionando in base alla tipologia di lavoro e sui diversi lavori più o meno usuranti.

Il confronto di mercoledì è solo il primo di una serie di incontri già in programma per arrivare a fare una sintesi presumibilmente entro settembre. La discussione tra governo e sindacati infatti continuerà il 31 agosto, quando si parlerà di politiche attive e passive e di ammortizzatori e garanzia giovani oltre che di rappresentanza dei sindacati e delle imprese e della nuova governance Inps, mentre il 7 settembre sarà la volta delle rivalutazione delle pensioni.

Autore:

Data:

28 Agosto 2017