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MILAN KUNDERA E PAUL VALERY: L’ EUROPA CHE NON VOGLIAMO (II^Parte)

Alla ricerca dello spirito europeo sulle tracce di Paul Valéry. In morte di una civiltà.

“L’Europa nata abortita dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nelle sue varie metamorfosi d’Europa del Carbone e dell’Acciaio, dell’Energia Atomica, della Comunità Economica, e poi della Banca Centrale e della finanza, è un’avvilente parodia, un simulacro burocratico del sogno valeriano. L’homo europaeus, sintesi di libertà e rigore, di immaginazione e intelligenza, di cui la Grecia ha fornito il modello perfetto e Leonardo la celebre raffigurazione, oggi è miseramente ridotto ad effige di una moneta. Mentre il Mediterraneo, da crogiolo e crocevia di civiltà, è diventato un lugubre cimitero marino où marchent des tombes… Bastano questi avvilenti segni per misurare la distanza abissale che ci separa dalle origini dello spirito europeo che abbiamo miseramente tradito”.

Massimo Carloni, “La crisi della civiltà”.

In uno dei momenti più cupi della storia europea, con la guerra nel cuore dell’Europa, un tuffo nella saggezza del grande poeta e filosofo francese Paul Valéry ci serve forse a dare alcune delle risposte che Kundera ha cercato invano, guardando indietro, tentando di dare un nome alla débâcle incombente. Mentre lo spirito europeo non sa più dare risposte umanistiche alle tragedie del mondo, calpestando il diritto internazionale umanitario e alleandosi con i dittatori contro i diritti umani di tanti esseri umani, sacrificati sull’altare dei cosiddetti interessi occidentali, assistiamo impotenti ad una civiltà morente. “Le nostre civilizzazioni sanno adesso d’essere mortali”, scrive Valéry nei “Cahiers”. Che ne siamo o no consapevoli, le conseguenze sono sotto i nostri occhi attoniti.

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Ma cosa fare quando il “travaglio dello spirito”, non è più in grado di dare risposte ad una civiltà che si sta disfacendo?

Nel profondo realismo dell’intellettuale che coglieva la caduta, la chute, negli ultimi segni di un impero nato per essere immortale – anche e soprattutto spiritualmente– i romani cedevano a barbari volitivi, forti, coraggiosi, temerari che nel cuore si portavano l’aspirazione ad essere come i romani, mentre gli stessi romani lo stavano distruggendo. I barbari lo ricostruirono con la benedizione di una nuova religione di uomini umili che piantarono le radici di una fede rivoluzionaria nel terreno ancora fertile della classicità pagana.

Insieme ai “Cahiers”, un’altra raccolta di preziose informazioni sul nostro avvenire “La crisi della civiltà”, formulate a ridosso della prima grande guerra civile europea da un giovane Paul Valéry la cui intensa vita (1871-1945) gli permise di approfondire le sue diagnosi ragionando sullo spirito europeo, formulando prognosi su cui dovremmo riflettere e che dovremmo raccogliere.

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Dal saggio “In morte di una civiltà” (Aragno editore, 2018) che comprende il saggio in due parti – originato da due lettere pubblicate nella rivista londinese “Athenaeum” nel 1919 – La crisi dello spirito ed altri scritti “quasi politici”, si traggono meditazioni sull’identità dell’essere europei e da che cosa nasce quell’attitudine alla “conquista” di se stessi, per poi proiettare i risultati di questa formazione – “umana, troppo umana” o forse anche “divina” – che ha dato il senso al mondo.

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La crisi dello spirito” ci introduce a considerazioni sul destino del Vecchio Continente su cui non si può essere ottimisti, come sottolinea il curatore del volume Massimo Carloni, che, riflettendo sul “dramma dello spirito” a conclusione del composito saggio di Valéry, scrive: “L’Europa nata abortita dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nelle sue varie metamorfosi d’Europa del Carbone e dell’Acciaio, dell’Energia Atomica, della Comunità Economica, e poi della Banca Centrale e della finanza, è un’avvilente parodia, un simulacro burocratico del sogno valeriano. L’homo europaeus, sintesi di libertà e rigore, di immaginazione e intelligenza, di cui la Grecia ha fornito il modello perfetto e Leonardo la celebre raffigurazione, oggi è miseramente ridotto ad effige di una moneta. Mentre il Mediterraneo, da crogiolo e crocevia di civiltà, è diventato un lugubre cimitero marino où marchent des tombes… Bastano questi avvilenti segni per misurare la distanza abissale che ci separa dalle origini dello spirito europeo che abbiamo miseramente tradito”.

Se la crisi dello spirito, come Jean Prévost disse, “è una magnifica orazione funebre, ma di qualcuno che non è affatto morto”, ci chiediamo con Valéry se l’Europa resterà “la parte preziosa dell’universo terrestre, la perla della sfera, il cervello di un vasto corpo”. Scrive Valéry: “La nostra Europa, iniziata come un mercato mediterraneo, diventa un’immensa fabbrica; fabbrica in senso proprio, macchina per trasformazioni, ma anche una fabbrica intellettuale senza pari. Questa fabbrica intellettuale riceve tutte le cose spirituali da ogni dove; essa le distribuisce ai suoi innumerevoli organi. Gli uni colgono le novità con speranza, con avidità, esagerandone il valore; gli altri resistono, oppongono all’invasione delle novità lo splendore e la solidità delle ricchezze già costituite. Tra l’acquisizione e la conservazione deve continuamente ristabilirsi un equilibrio mobile, ma un senso critico attacca l’una o l’altra tendenza, dispiega senza riguardo le idee possedute e apprezzate; mette alla prova e discute senza pietà le tendenze di questa regolazione sempre conseguita”.

L’intellettuale che vedeva la crisi avanzare, si augurava che l’Europa tornasse ad essere ciò che nel tempo era stata grazie al suo spirito. “Tutti i popoli che approdarono sulle sue rive – si legge nel saggio più prezioso di questa silloge che contiene spunti di meditazione che rimandano a quelli di Jacob Burckhardt – l’hanno fatto proprio; essi si sono scambiati merci e colpi; hanno fondato porti e colonie dove, non solo gli oggetti del commercio, ma le credenze, le lingue, i costumi, le acquisizioni tecniche, erano elementi dei traffici. Prima ancora che l’Europa attuale avesse preso le sembianze che conosciamo, il Mediterraneo, nel suo bacino orientale, aveva visto sorgere una sorta di proto-Europa”.

Ed è là che oggi finisce l’Europa? Là dove l’Europa è sorta dal mito e dal mare e dall’amore di un dio e dalle similitudini di genti che si sono riconosciute come originarie di un mondo ancestrale che avremmo definito indoeuropeo, secondo le considerazioni di Valéry.

Qual è il destino dell’Europa immemore dell’equilibrio che l’ha portata ad essere il sale della Terra? La crisi sta esplodendo. E se non la vediamo, arrivare, sarà peggio per tutti noi. Mentre il Mediterraneo, da crogiolo e crocevia di civiltà, è diventato un lugubre cimitero marino où marchent des tombes… Bastano questi avvilenti segni per misurare la distanza abissale che ci separa dalle origini dello spirito europeo che abbiamo miseramente tradito.

(Continua)

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La prima parte al link:

https://www.internationalwebpost.org/contents/MILAN_KUNDERA_E_PAUL_VALERY:_L%E2%80%99EUROPA_CHE_NON_VOGLIAMO_(I%5EParte)_31822.html

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Data:

22 Settembre 2023