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MILANO FASHION WEEK

Per parlare della fashion week milanese voglio iniziare dalla fine e precisamente dall’evento di chiusura che è stato la proiezione del documentario “Milano, the inside story of italian fashion”. Il docu-film è stato scritto dal giornalista economico, già un campanello d’allarme, Alan Friedman e diretto dal documentarista John Maggio. Il docu-film aveva nell’intento quello di ripercorrere la storia del made in Italy dalla sua nascita sino ai giorni bui della pandemia, ma quello che quello che abbiamo visto è stato tutt’altro. La sensazione che lascia agli spettatori è quella di un noir che ha preferito approfondire gli omicidi di Maurizio Gucci e Gianni Versace, che ha messo in luce i lati negativi dei singoli designers, che ha preferito sottovalutare la professionalità e le competenze del made in Italy, come se tutto quello che si è raggiunto sia stato solo frutto di una fortunata eccentricità. Il documentario si chiude, quando siamo tutti in piena pandemia, con un capitolo dal titolo esplicativo: “That’s it!” (la fine!) come a voler sottolineare che non esiste più il made in Italy e che non c’è più un futuro per tutti quelli che lavorano nel fashion system italiano. Questo è quello che percepiscono di noi gli americani, il classico stereotipo degli italiani pazzi e geniali, ma poco pratici ed affidabili. La colpa principale è stata affidare la nostra storia ad una persona estranea al fashion system, come Alan Friedam, la nostra storia facendoci apparire quello che non siamo, ma quello che tutto il mondo vorrebbe che fossimo. Una scelta scellerata che non ha reso niente alla causa di promozione e conoscenza del made in Italy nel mondo, ma ha solo rafforzato gli stereotipi che alcuni hanno di noi. Della “inside story of italian fashion” non c’è nulla, non ci sono i grandi come Gianfranco Ferré, Franco Moschino, Krizia e tanti altri che hanno fatto grande il made in Italy, non c’è traccia di Miuccia Prada che ha portato la sua maison ai vertici internazionali smentendo, di fatto, l’infelice epilogo del that’s it! (è finita!) e potrei continuare così all’infinito. Questa è la nostra storia e non i dettagli morbosi sulla morte di Maurizio Gucci e di Gianni Versace! Tornando alle cose importanti questa fashion week milanese ha confermato, ancora una volta, Milano come l’indiscussa capitale del fashion, con buona pace dei nostri detrattori, di essere in ottima salute, di attrarre tanti buyers, di portare in scena il savoir fare italiano con un mood cosmopolita e che, sono sicura, tutti ci copieranno. La grande assente è stata la maison Versace che sfilerà a Los Angeles il prossimo dieci marzo, ma la prova dell’entità del made in Italy sta nel fatto che mi è stato impossibile recensire tutte le sfilate, quando, in altre fashion week, ho dovuto raschiare il barile per portare a casa l’articolo. Tra i trend più forti che hanno sfilato molti sono stati dei continuativi della stagione primavera-estate che è alle porte e che ci porteremo anche nel prossimo inverno come: i cut-out, le trasparenze, i tailleur ed in generale i coordinati, le paillettes, il tulle, il rosa e il viola in tutte le loro nuance. Ma soprattutto ha sfilato una moda concreta ed equilibrata senza inutili eccessi, hanno sfilato i big, ma anche conferme di chi prenderà il loro posto come Marco Rambaldi, Vivetta, Sunnei, Vitelli, solo per citarne alcuni.

Delfina Delettrez Fendi, figlia di Silvia Venturini è la musa a cui si è ispirato il direttore creativo, Kim Jones per la collezione Fendi, reinterpretando soprattutto un arco di tempo ben preciso della vita fashionista di Delfina: gli anni ’90 e i suoi codici stilistici come il color block, le sovrapposizioni, il minimal-sexy, il binomio maschile-femminile, un mood, quello degli anni ’90, che viene ripulito e reso più light nelle forme e nei tessuti. La collezione della maison Fendi è un inno al maschile monocromatico che ritrova femminilità attraverso gli abiti in maglia e in pelle, le asimmetrie, i gilet che lasciano scoperte le spalle, la minigonna a pieghe indossata sopra i pantaloni maschili. La palette colori è dominata dal nero, dal grigio, dal marrone, dal beige, dal bianco (nuance tipicamente maschili) che vengono accese dal rosso, dal glicine, dal viola.

Il fil rouge della collezione di Alberta Ferretti è la rosa stampata in 3D sul voile di seta e sul velluto. E’ una donna che vive la sua indole romantica e sensuale H24, la notte continua nel giorno declinata attraverso completi in velluto, bluson in pelle, abiti aderenti con scollature strategiche, abiti lingerie. La palette colori, esaltata dal velluto, è fatta di nuance enigmatiche come il prugna, l’ottanio, il ciliegia, il nero, il rubino che vengono alleggerite dal rosa cipria.

Il direttore creativo, Fausto Puglisi per la maison Cavalli non ha avuto paura di ripescare dagli archivi storici e riportare in passerella i codici distintivi che hanno reso celebre Roberto Cavalli nel mondo. La donna Cavalli è una donna che non rinnega il suo lato sexy più esplicito attraverso jumpsuit in micro rete, crochet floreali, pizzi, voile, il rimando è agli anni ’70 con i pantaloni in pelle patchwork a zampa, la vita bassa, ma non esibita, le stampe animalier, l’eco pelliccia, il suede, la pelle, il plateau. La palette colori è pervasa dal marrone cioccolato, dal nero, dal blu denim, dal rosa.

Da una donna sexy e seventy si passa ad una donna del diciottesimo secolo come quella portata in passerella dalla maison Max Mara per mano del suo designer, Ian Griffiths. I volumi riportano al diciottesimo secolo con le gonne a palloncino in broccato, ma le linee regalano un’espressione di romanticismo, eleganza, equilibrio, timeless, tutte qualità che hanno reso riconoscibile la maison nel mondo. Una collezione che ha sposato il periodo illuminista riportando in auge una visione più razionale di cosa indossare per essere glamour, slegandosi dai trend del momento. Il capo d’elezione della maison è il cappotto che in questa collezione si rifà al Banyan (una sorta di vestaglia che in Europa arriva nel tardo diciassettesimo secolo) dandogli svariate consistenze: quella del chachemire, del velluto, dello jacquard. Gli abiti in maglia con scollatura asimmetrica sono indossati con l’iconico teddy coat che vira verso nuance romantiche come il rosa cipria ed il verde menta. La palette colori è incentrata su nuance riconoscibili come essere di Max Mara: il cammello, il beige, il nero, il grigio. L’accessorio must have per le fashion addicted sarà la cintura corsetto in pelle, ma per le più discrete ci sarà anche la cintura obi.

La signora della moda, Miuccia Prada con Raf Simons mette in scena quello che sa fare meglio: il connubio tra lusso e quotidiano. Il lusso, rappresentato dalle meravigliose gonne in seta bianca, meglio se a ruota, ma vanno bene anche pencil skirt e mini, in prezioso pizzo o decorate con fiori e ricami a rilievo, dialogano con il quotidiano rappresentato dai pullover minimal in chachemire. La designer ripropone la sua “divisa” preferita, gonna e pullover, camicie con colli appuntiti, ma anche una nuova divisa, quella delle infermiere che diventa un austero long dress in popeline. Per la maison Prada sono gli squilibri stilistici che fanno il perfetto equilibrio di glamour, ecco quindi sfilare i pantaloni maschili con le décolleté in vernice rossa, il parka con abiti leggeri, perché non c’è niente di brutto o di bello, di sbagliato o di giusto, ma il perfetto equilibrio degli opposti. E se nel 2019, Miuccia Prada, era riuscita a farci rinnamorare del cerchietto, ma in versione maxi, e se l’anno scorso era riuscita a farci indossare e pensare che la canotta bianca fosse cool, il prossimo inverno saranno le ballerine la cui punta si apre come un origami da cui spuntano fiori a far tendenza tra le fashion addicted.

La donna Moschino pensata dal direttore creativo, Jeremy Scott non riesce a sottrarsi al fascino dell’estetica punk ispirata dalle opere surrealista del pittore Salvador Dalì e che ha reso omaggio alla designer inglese, Vivienne Westwood scomparsa lo scorso dicembre. In passerella sfilano donne-dive, ma in chiave punk che non rinunciano alle borchie aguzze sugli abiti da sera e alle calze a rete. La palette colori che vira verso il nero e il viola più cupo vengono accesi, anche grazie al velluto e al raso di seta, dal fucsia, dal blu royal, dal giallo, dal rosso.

I designers dell’ufficio stile della maison Gucci, in attesa del debutto del designer Sabato De Sarno come direttore creativo, hanno portato in passerella una collezione corale che ha reso omaggio agli anni d’oro della maison, gli anni ’90 dove al timone c’era Tom Ford con le sue collezioni mannish-glamour. Anche l’ultimo direttore creativo, Alessandro Michele è stato ricordato portando in passerella le cose che amava di più: i colori vibranti, i decori opulenti, le eco pellicce, lo sparkling. Una collezione ibrida, una collezione di transizione che rimanda i clienti più affezionati ad aspettare la nuova era creativa firmata De Sarno.

La maison Dolce & Gabbana riprende il mood sensuale insito nel suo DNA, ma che viene ripulirlo da qualsiasi elemento che cosa possa distrarre l’occhio di chi guarda dalla purezza delle linee e dalla silhouette. Quindi via le paillettes, i colori, le stampe per far spazio ad una collezione dalla sensualità più intima che necessariamente esibita. Trentadue outfit in black and white tra underwear e outwear che ha visto, nel gran finale, sfilate bellissimi tuxedo, un’esplosione di gold accecante, un tocco di un rosso ad alto tasso di seduttiva sensualità.

Per Bottega Veneta la moda è una sorta di melting pot dove outfit eterogenei rappresentano gusti e generazioni diverse, una collezione dove il pezzo chiave sono stati i lung coat in chachemire e i trench in pelle. Per la sera si ritrova un’allure leggero dato dallo chiffon di seta, dalle piume, dalla sensualità dei long dress second skin. Una girandola di stili e di mood che hanno trasmesso un senso di vertigine attutita dalle linee pulite e dai volumi over, ma eleganti. Le borse si indossano a coppia e l’iconico verde bottega viene addolcito in una nuance più delicata.

La fashion week milanese ci ha salutato con la concretezza, il glamour e l’intimità della moda secondo re Giorgio. La collezione, dal titolo cipria, vuol essere un antidoto agli eccessi, anche nel colore con la scelta di un colore estremamente elegante ed intimo come il rosa cipria. Le linee rilassate e fluide, i tessuti morbidi e preziosi, il velluto, quell’allure orientale sono stati i compagni perfetti per assecondare una palette colori intimista che, altre al rosa cipria, raccoglie tutte le nuance care al designer come il nero, il blu, il greige. Una una collezione, quella di Giorgio Armani, che ha avuto il merito di esaltare la femminilità senza mai sovrastarla o portarla al parossismo.

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4 Marzo 2023