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MINZOLINI E LA RISCOPERTA DEL GARANTISMO

Non è decaduto Augusto Minzolini che, prima della votazione in aula, aveva annunciato le sue dimissioni, comunque per prassi respinte, rileggendo lo stesso discorso di otto mesi fa. La sua poltrona di senatore della Repubblica Italiana è salva. Non l’ha persa grazie a quei 133 voti che, contro 94 – 20 sono stati gli astenuti – hanno respinto l’ipotesi di rimozione dal suo incarico per via di quella terribile legge Severino. Forcaiola o giusta, dipende. L’ex direttore del Tg1 è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione per peculato e uso indebito della carta di credito aziendale, ai tempi in cui era alla Rai. “Ho sempre documentato ogni spesa”, ha detto, aggiungendo di sentirsi vittima di una storia kafkiana. I giudici hanno sostenuto che non fornì le giustificazioni per circa 65 mila euro, spesi in pasti e comunque restituiti. L’assoluzione in primo grado è stata ribaltata in appello nell’ottobre 2014. Poi la condanna definitiva lo scorso novembre. Un torto sentenziato in due gradi di giudizio su tre, dunque. Eppure la maggioranza unita delle due fazioni, piddina e forzista, l’ha salvato. C’è chi dice per la presenza, quel 27 ottobre 2014, in Corte d’Appello, di Giannicola Sinisi, giudice, un tempo sottosegretario al Ministero dell’Interno con delega alla Pubblica Sicurezza. Nemico giurato del Partito di Berlusconi perché di fede ulivista? Resta difficile crederlo, considerata anche la sentenza implacabile della Cassazione. Eppure quella pena “particolarmente pesante”, quel tanto che è bastato a far scattare l’applicazione della Legge Severino, è uscita da lì. Minzolini questa ragione l’ha portata alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Il suo avvocato aveva fatto presente ai senatori che qualora dovesse dargli ragione, avrebbero rischiato di dover risarcire il danno di un’eventuale decadenza. Ma è bastato il fumus persecutionis a far insorgere il ragionevole dubbio in un partito che non ha mai rinnegato la sua essenza garantista.

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Felicissimo Silvio Berlusconi che alla gettonata Strasburgo potrà esibire la prova oggettiva che la legge sulle “liste pulite” non si applica automaticamente ai parlamentari.
Ci si chiede, nel nome di quella disposizione forcaiola o giusta, se il voto di giovedì sia stato un atto di indipendenza del Parlamento dalla Magistratura o un’espressione contra legem che, seppur frettolosa, fu approvata quasi all’unanimità durante il governo Monti.

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“E’ un caso che […] hanno salvato il renziano Lotti e […] il berlusconiano Minzolini? Bisognerebbe andare alle urne e non votarli mai più, ieri si è fondato il partito degli amici degli amici” ha detto Luigi Di Maio ad Agorà su Rai Tre.
Ma in aula ha semplicemente vinto il garantismo. Lo stesso che poco più di due mesi fa, riscoprì Grillo quando cambiò il codice etico che salvò la sindaca romana da certe dimissioni. Così, mentre Di Maio parla di voto di scambio, la battaglia politica è di nuovo tutta da giocarsi.

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17 Marzo 2017