Traduci

MYANMAR: UN GOLPE DALLE VARIE SFACCETTATURE

Il golpe militare che è stato messo in atto in Myanmar, a inizio febbraio, in occasione dell’insediamento del Parlamento guidato dalla Lega per la democrazia, della leader de facto Aung San Suu Kyi, sta portando a delle conseguenze indesiderate. Se si fosse riusciti a far insediare il Parlamento, la Lega, votata dall’83% degli elettori, si sarebbe vista garantita una maggioranza stabile, a supporto delle riforme di contenimento del potere delle forze armate, come voluto da San Suu Kyi. L’ombra della dittatura invece torna a espandersi su un paese che fino ad ora si era retto sul compromesso tra i generali e l’ex oppositrice, smorzando la fiducia espressa dalla popolazione nel programma riformista. Già in passato l’obiettivo gandhiano di “riconciliazione nazionale”, aveva condotto l’LnD ad un governo ibrido, che assegnava tre ministeri chiave a esponenti dell’esercito, tra i quali l’allora vicepresidente, che con gli ultimi avvenimenti, ha assunto la carica presidenziale.

cms_20971/FOTO_1.jpg

Si trattava di una quota fissa imposta dalla costituzione scritta dai militari stessi nel 2008, prima dell’apertura democratica avviata nel 2011; essa riservava il 25% dei seggi del parlamento a membri non eletti, scelti dal comandante in capo delle forze armate, e prevedeva che una riforma costituzionale per essere approvata, dovesse essere votata almeno dal 75% dei deputati, attribuendo in questo modo un implicito potere di veto all’esercito. È così che ad esempio nel 2020, le proposte di emendamento presentate dalla LnD, circa il ridimensionamento del peso politico e legislativo dell’esercito, volte a ridurre i seggi ad esso riservati in parlamento, e ad abbassare il quorum necessario per apportare modifiche al testo costituzionale, sono state bocciate dai militari che vi hanno apposto il veto.

cms_20971/foto_2.jpg

E la conseguenza, una volta confinata la leader Aung San Suu Kyi nella sua casa di Naypiydaw, è stata la proclamazione dello Stato di emergenza da parte dei militari guidati dal generale Min Aung Hlaing, con la nomina a presidente ad interim dell’ex generale Myint Swe, dal 2016 già vicepresidente. Nonostante i propositi dichiarati dai golpisti siano quelli di instaurare un “democrazia vera e disciplinata”, frutto di elezioni multipartitiche, al cui vincitore si assicura il potere di governare, ceduto volontariamente dalle élite dirigenti militari, la repressione esercitata in queste settimane a danno dei manifestanti pacifici, danno ragione di temere un risvolto autoritario. Basti pensare che il generale Min Aung Hlaing, autoproclamatosi capo di governo, già dal 1977, nel ruolo di ufficiale di fanteria, era impegnato nella guerra contro le minoranze etniche.

cms_20971/foto_3.jpg

Un tassello, questo, da non sottostimare, considerato che nel 2018 una missione indipendente del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, accusò Hlaing e altri funzionari militari, di crimini di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nell’ambito della compagine della persecuzione dei Rohingya, che ha in una certa misura infangato l’immagine idealizzata della stessa Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace. All’ottavo giorno di manifestazioni post golpe, comunque, riecheggia il messaggio dei birmani, rancorosi per il tradimento del proprio voto: “non vi perdoneremo”. Secondo il monitoraggio dell’Associazione di assistenza per i prigionieri politici, 320 sarebbe il numero degli arresti nel corso della scorsa settimana; ma la caccia ai dissidenti non si ferma. Negli scorsi giorni infatti, la folla incurante del coprifuoco imposto dalle autorità golpiste, si è riunita in vari punti nevralgici, quale l’ospedale nella città di Panthein, dove si credeva che le forze armate avrebbero arrestato il noto medico Than Min Htut.

Data:

14 Febbraio 2021