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NATALE E’ NEL CUORE

Torna il Santo Natale. Torna con il suo bagaglio di ricordi, di sentimenti, di propositi. Tutti, cristiani e non cristiani, sentono questa festa con affetto, quasi con nostalgia e tutti, in un modo o nell’altro ne sono presi, si sentono partecipi di qualcosa di particolare, di unico nell’anno. Anche chi non ha la fede sente di non sfuggire a un clima suggestivo, che al di là degli aspetti di consumo, fa intuire di essere dentro a una storia, parte di una tradizione significativa che ha segnato il mondo: una storia importante perché testimonia bontà e suggerisce propositi migliori, riporta al centro di noi stessi, a quello che vorremmo essere veramente, a ciò che è più importante nella vita e che spesso, invece, trascuriamo.

Risveglia più acuta la nostalgia di un mondo diverso, migliore, dove la violenza e l’egoismo non hanno cittadinanza, perché regna la riconciliazione dell’anima e dei cuori, della persona e dei popoli. E sentire questo, anzi, sentirsi parte di questo fiume di bontà desiderata, fa bene anche se il quotidiano riprende veloce e convulso con le sue miserie, le sue solitudini, le sue contraddizioni.

Per coloro che hanno il dono della fede, tutto questo non è un sogno e un’invocazione, ma realtà. Il Natale, infatti, non è astratto, ma rimanda a Colui che è nato: il Figlio di Dio, il Verbo eterno, è nato nella carne, è entrato nel tempo. E con Lui una nuova vita, quella vera.

Quando l’uomo sa di non essere solo nel suo cammino su questa Terra, sa che Dio non è lontano ma si è fatto vicino e gli offre la sua amicizia, il suo amore, la sua stessa vita, allora l’esistenza cambia: restano le prove e le ombre, ma sa di avere accanto Lui. Sempre. Sa che in Gesù Dio gli mostra fiducia, e quando sentiamo che qualcuno ha fiducia in noi, diventiamo capaci di spremere il meglio da noi stessi, il meglio di dedizione e sacrificio, pur di non tradire la fiducia che ci è stata donata, quella fiducia che scalda il cuore e scioglie la vita da rigidità, risentimenti, contrapposizioni. Sentiremo che se Dio ha fiducia di noi sarà più facile ritrovare la fiducia nel prossimo, costruire ponti e percorrere strade di bene.

La Luce si è ormai accesa e nessuna tenebra potrà più spegnerla: la Luce è Gesù Bambino.

Il Bambino celeste è Uno, una sola Persona quella del Verbo di Dio, vivente in due nature, la divina e l’umana, che ha Dio per Padre, prima di tutti i secoli, e Maria per Madre nel tempo, nel momento preciso della storia evangelica. La bellezza dell’uomo e l’esaltazione della vita scaturiscono proprio, con vena inesauribile, dal mistero del Natale contemplato nella sua autenticità.

E come dal Natale autentico siamo fatti e ci chiamiamo cristiani, così dal Natale sembra venire a noi un invito ad essere autentici cristiani. Oggi il termine “cristiano” sembra svigorito da quanti ancora lo usano per dare una generalissima ed estrema qualifica alla vita, alla cultura, alla civiltà, che dal cristianesimo hanno avuto la benefica impronta, ma che cercano, appena possono, di dimenticarlo o di risolverlo in altre formule laiche e per niente impegnative alle supreme e vitali conseguenze che il nome cristiano porta con sé.

Mentre sembrano allungarsi ombre di guerra, quasi a braccetto con la permanente tragedia pandemica, le menti e i cuori degli uomini sono attratti, per tutti i continenti, da quell’evento, lontano ormai venti secoli e più, che risulta invece vivo e attualissimo.

Il Bambino di Betlemme si fa per tutti, senza distinzioni di appartenenze e di interessi, argomento di una speranza che non declina: sono semmai gli imperi e le ideologie ad invecchiare senza sosta, mentre i segni del volgere del tempo fanno perdere loro i tratti seduttivi, rivelando quanto di effimero e insieme di implacabile ci sia nella loro sostanza.

Al Bambino, che la tradizione artistica e religiosa ha assegnato la più dolce ed affettuosa delle fisionomie, va la nostra ricerca di innocenza, di bellezza, di tepore familiare.

Per un istante, le partizioni consuete sono accantonate e vive una gravitazione che conduce all’amore.

Il vecchio non c’è più, il nuovo non c’è ancora.

Ma quell’Evento ci dice che il bene è possibile, se solo vi si applica una parte di creatività e di impegno che vanno altrimenti dispersi in fatuità.

Ma come il bambino si nutre dell’amore e della fatica dei genitori, così la speranza non cresce da sola: essa ha bisogno di tutti.

Siamo chiamati a dare il meglio della nostra inventiva per far lievitare e fiorire il bene comune, in una sorta di democratizzazione delle responsabilità di tutti e di ciascuno, senza eccezione di ruoli e di competenze.

Cerchiamo noi, amiche e amici, di dare al Natale il suo autentico valore e splendore: la celebrazione del mistero dell’Incarnazione, di dare al nome cristiano la gloria e la potenza che esso deve portare con sé, quelle di un’autentica vita cristiana. Spesso non riusciamo a vedere, ma sappiamo che c’è, che ancora la sua Parola la possiamo ascoltare, il suo Corpo lo possiamo toccare, la sua forza la possiamo sentire, il suo Spirito ci riempie la vita.

Ci metteremo dietro le colonne come il pubblicano, abbiamo bisogno di conversione, ma aspettiamo la sua carezza che ci faccia alzare lo sguardo, che riempia di nuovo le nostre famiglie della sua speranza, della sua pace.

Ritorneremo alle fatiche di ogni giorno, le accettiamo come l’unico modo di condividere la sua passione per l’umanità, ma avremo nel cuore Lui, piccolo bambino indifeso, all’ombra di una croce, dito puntato verso la Risurrezione.

(Servizio fotografico di Marina Tarozzi)

Data:

23 Dicembre 2021