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NEL SOLCO DEL VINILE. C’È MUSICA OLTRE SPOTIFY E YOUTUBE

Ricordate la polverosa collezione di vinili dei vostri genitori? Riposta in qualche parte della vostra casa, l’avete sempre guardata con sospetto o ignorata del tutto. I giradischi? Diabolici marchingegni obsoleti. Il vostro archivio musicale non occupa mensole e scaffali, ma hard disk, librerie iTunes e lettori mp3. I cd che molti di noi possiedono sono spesso l’ultimo baluardo in nostro possesso a ricordarci di un’epoca in cui un ascoltatore poteva ‘toccare’ la musica che comprava. E pur aggirando la legge e azzerando i costi, un cd masterizzato resta qualcosa di diverso da tonnellate di Gigabyte scaricati via torrent o peer-to-peer. Dall’inizio del nuovo millennio la parola musica è diventata sinonimo di mp3, Youtube, download, iPod, Spotify e, seppur in gradi che variano da persona a persona, questi termini sono ormai un costante accompagnamento alla nostra quotidianità.

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Eppure, qualche appassionato di musica o distratto consumatore avrà probabilmente notato una tendenza a dir poco anacronistica. Se ancora non siete andati a rovistare fra i vinili di vostro padre, a breve potreste ritrovarvi a farlo. Sì, perché il mercato dei dischi in vinile è giunto all’apice del suo revival, iniziato una decina di anni fa circa. Sui media britannici è recentemente rimbalzata la notizia che suggella questo trend: il 2016 ha registrato il maggior numero di vendite di vinili negli ultimi 25 anni. Ben 3,2 milioni di LP sono stati venduti, con un aumento del 53% rispetto al 2015. L’ultima volta che in Regno Unito si erano raggiunti questi numeri risale al 1991, agli albori della diffusione dei compact disc e in tempi in cui download e streaming erano ancora ipotesi fantascientifiche. Per inquadrare meglio questo fenomeno, basti considerare che nello stesso Regno Unito i vinili venduti nel 2007 erano stati appena 200.000. Inoltre, a fine 2016 l’industria musicale ha ricavato più dai vinili che dai download (2.5 milioni di sterline contro 2.1); è la prima volta che si verifica un caso simile da quando sono stati introdotti i download di musica a pagamento. Sul fronte americano le cose non vanno molto diversamente. Da 900.000 copie nel 2005, si è passati agli 11,9 milioni di vinili venduti nel 2015.

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Il leitmotiv che accompagna questo revival – così come il più ampio ritorno all’analogico – è quello dei pregi e vantaggi del possedere un oggetto fisico piuttosto che file audio digitali. Un vinile si può toccare, un mp3 no. Un disco in vinile, in un certo senso, può ‘mostrare’ la musica incisa su di esso attraverso i solchi su cui poggia la puntina del giradischi. Date le loro dimensioni, i vinili permettono di ammirare maggiormente le grafiche di copertina rispetto alle riproduzioni su schermi di pc, smartphone, lettori mp3 o tablet. Soprattutto, non dimentichiamo il vizio del collezionismo, per cui edizioni limitate o particolarmente rare stampate in vinile fanno molta più gola agli appassionati rispetto ai loro equivalenti scaricabili online e infinitamente replicabili. Una collezione di dischi in vinile è non solo esteticamente – e a volte feticisticamente – più apprezzabile di una cartella sulla scrivania del nostro Macbook Pro, ma ha anche un maggior valore economico. Per non parlare del carico affettivo che investiamo nell’acquisto di un disco, magari dopo ore passate a rovistare meticolosamente tra gli scaffali di qualche negozio.

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Prima di diventare protagonista di questa piccola favola, il vinile è andato incontro ad un lungo periodo di difficoltà. Dopo essere stato il mezzo privilegiato per la diffusione di musica registrata per diverse decadi, il suo declino comincia negli anni ’80 a seguito dell’introduzione dei più pratici ed economici compact-disc (1982). Gli anni ’90 vedono la diffusione dei cd dilagare, fino all’arrivo dell’innovazione che avrebbe relegato il vinile all’oblio tecnologico: la rivoluzione dell’mp3 e dei vari file audio digitali. Sviluppato durante gli anni ’90, l’mp3 inizia ad entrare nelle nostre vite a cavallo del nuovo millennio. Nel 1999 viene lanciato Napster, forse il più celebre programma di file sharing; nel 2001 è il turno del primo iPod, capostipite di una generazione di dispositivi che in breve tempo cambierà irrimediabilmente il nostro rapporto con l’archiviazione e l’ascolto musicale. Nella prima metà del nuovo decennio il vinile va incontro ad un inarrestabile declino, cui fa da contraltare l’ascesa dei lettori mp3, del file sharing e di iTunes.Nel biennio 2007-2008 accadono due eventi destinati a restare nella storia della musica: il 10 ottobre 2007 i Radiohead rilasciano il loro nuovo album In Rainbows in formato mp3; per scaricarlo è sufficiente collegarsi al loro sito e decidere la somma da pagare (con possibilità di download gratuito annessa) al gruppo, senza intermediazioni di case discografiche. È la prima volta che l’industria musicale si trova di fronte ad un caso del genere. Nel 2008 nasce Spotify, in breve divenuto colosso dello streaming musicale.Se il fatto che nel 2011 le vendite di musica digitale abbiano superato quelle delle copie fisiche appare la naturale conclusione del primo decennio del ventunesimo secolo, è proprio a partire dal biennio 2007-2008 che si registra la ripresa del vinile. Il fenomeno, oggi, è quanto mai trasversale: i più giovani stanno scoprendo per la prima volta il fascino di supporti fisici per la riproduzione musicale; i millennials, in parte cresciuti con audiocassette e cd, possono trovare nel vinile l’ennesima forma di retromania generazionale; il pubblico più adulto, infine, ha la possibilità di rivivere la propria giovinezza andando alla ricerca dei dischi che hanno segnato i gloriosi anni ’60, ’70 e ’80.

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Trasversalità peraltro confermata dai best sellers del mercato americano e britannico. Tra gli album in vinile più venduti nel 2016, infatti, troviamo David Bowie, Amy Winehouse, Adele, Radiohead, Beatles, Twenty One Pilots, Lana del Rey, Prince e Bob Marley. Questa eterogeneità non riguarda solo acquirenti e prodotti acquistati, ma anche i luoghi stessi dove poter trovare vinili. Oltre ai piccoli negozi per collezionisti o dedicati a particolari nicchie musicali, l’invasione del vinile ha colpito anche negozi e catene di dimensioni – e dal pubblico – più ampio, fino a toccare anche imperi dell’abbigliamento e dell’oggettistica come Urban Outfitters e Tiger.Certo, non è tutto oro quel che luccica: il ritrovato trend del vinile ruota principalmente intorno a classici del passato, superstar contemporanee e grosse etichette discografiche, mentre il mondo della musica indipendente continua a tenersi a galla in equilibrio precario. E per quanto si gridi, comprensibilmente, al miracolo, va ricordato che i guadagni ricavati dai vinili rappresentano appena il 5% del mercato americano e il 2,6 % di quello britannico.Insomma, pur trattandosi di un’innegabile inversione di rotta, è ancora troppo presto per capire qual è l’effettiva portata di questo fenomeno. Come molti altri culti nostalgici dei nostri tempi, resta da vedere se il revival del vinile è un fuoco di paglia destinato a spegnersi in breve tempo, o se siamo di fronte alla prima vera, grande controffensiva alla colonizzazione della musica in codice binario.

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Data:

18 Marzo 2017