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NON C’É PACE PER IL PERÙ: CASTILLO PROCLAMA IL COPRIFUOCO

Il 6 giugno scorso, al ballottaggio delle elezioni Presidenziali, l’ex maestro e leader sindacale Pedro Castillo vinse a sorpresa con il suo partito Perù Libre per una manciata di voti su Keiko Fujimori, divenendo quindi Presidente del Perù. La svolta a sinistra non ha però ancora portato i risultati sperati. Fin dal suo insediamento alla Casa di Pizarro, Castillo ha trovato un’opposizione accanita, un parlamento frammentato e dei limiti politici intrinsechi alla sua figura. In neanche un anno di presidenza, il Perù ha già cambiato venti capi di dicastero tra cui quattro primi ministri. Oltre a ciò il Capo di Stato aveva schivato una prima mozione di destituzione in dicembre ed una seconda qualche giorno fa, per corruzione. Archiviata questa mozione, rigettata per un solo voto, pareva che il Perù potesse realmente iniziare il suo programma di ripresa, e Castillo potesse mettere in atto i suoi piani governativi. Questa rosea speranza si è però scontrata con una realtà ben diversa. Lo Stato Sudamericano vive una profonda divisione e frammentazione, già vista alle elezioni, ed i consensi per il Presidente sono via via colati a picco. Così, dopo gli ultimi eventi controversi della politica peruviana, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro l’aumento dei prezzi in generale e dei combustibili in particolare.

Va detto come sia facile per l’opposizione fomentare le proteste in un elettorato scontento e stanco e che in realtà questi aumenti non sono del tutto attribuibili al governo Castillo, bensì all’attuale contesto internazionale. Il Presidente, per cercare di alleggerire la pressione delle proteste, aveva annunciato una riduzione delle imposte sui combustibili, venendo incontro alle richieste degli autotrasportatori, ed un aumento del salario minimo del 10% che arriverà al controvalore di 280 dollari ma che non avrà effetto sulla gran parte della popolazione. A creare dissenso su l’ultimo punto d’intervento, è che i lavoratori in regola in Perù siano davvero una piccolissima maggioranza. Le manifestazioni e proteste però non si sono placate, anzi si sono allargate in tutto il Paese, con blocchi stradali ed atti di violenza. Castilllo ha quindi frettolosamente deciso di instaurare un coprifuoco della durata di un giorno nelle province di Lima e Callao. A rendere questo provvedimento decisamente opinabile, è che il Presidente abbia deciso tale misura nella notte, con inizio effettivo alle due di notte, fino alla mezzanotte successiva.

Ciò ha fatto si che il popolo peruviano si svegliasse il mattino seguente con questa misura, e constatato il fatto che a Lima gran parte dei lavoratori non sono in regola, solo al risveglio hanno saputo che avrebbero perso un giorno di guadagni. La decisione di Castillo, è stata così tanto impopolare a tal punto che il Presidente già nel pomeriggio ha necessariamente dovuto fare marcia indietro e revocare il coprifuoco. Castillo si è giustificato dicendo di aver preso questo provvedimento per l’interesse pubblico, dopo che una settimana di proteste aveva portato a quattro morti, molti feriti e oltre 20 fermati ma, secondo gli oppositori, ancora una volta ha dimostrato di non avere capacità di gestire situazioni complesse e di come riesca a peggiorare le cose prendendo misure esagerate e inutili. Come ultimo tassello della crisi politica e sociale peruviana, è giunta qualche giorno fa la notizia che il parlamento del Perù ha approvato una mozione che “propone di esortare” il presidente Pedro Castillo a lasciare l’incarico per il “bene morale” del Paese. La mozione, riferisce il Congresso in una nota, è stata approvata con 61 voti a favore, 43 contrari e un’astensione, ed è stata ammessa a dibattito con 63 voti favorevoli. La mozione, non è vincolante e non obbliga il presidente a lasciare l’incarico, ma è piuttosto da leggere come un gesto politico.

Data:

10 Aprile 2022