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NORMALIZZAZIONE DEI RAPPORTI ISRAELE-ARABIA SAUDITA: COHEN OTTIMISTA

Il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, si espone ufficialmente in merito alle notizie che aveva diffuso mercoledì il Wall Street Journal, circa la buona riuscita di alcune intese tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. In questo contesto, infatti, si è inserito anche Israele che sembra tendere la mano al paese islamico, dichiarando che sussiste “una convergenza di interessi” tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed Israele. In ballo la normalizzazione dei rapporti tra questi ultimi due paesi: la pace potrebbe essere davvero una cosa fatta. Forse. A fare da apripista Jake Sullivan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, che lo scorso 27 luglio si era recato a Riad per dei colloqui che avrebbero posto le basi per questo accordo: da un lato la seducente tutela militare americana, che farebbe gola ai sauditi spaventati dalla crescente ingerenza internazionale (e nucleare) dei vicini iraniani, dall’altro la necessità per Washington di ottenere energia a buon prezzo, concludendo un affare che agevolerebbe di molto l’economia americana e il prestigio interno di Biden alla vigilia della campagna elettorale per le elezioni presidenziali dell’anno prossimo. “C’è, adesso, una finestra di opportunità di 9-12 mesi”, ha detto Cohen, ovvero il periodo di carica rimanente a Biden, affinché le parole si concretizzino.

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Gli Stati Uniti, con queste premesse, si pongono da intermediario tra Tel Aviv e Riad, allo scopo di far aderire l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo che hanno visto, in tre anni, Israele instaurare rapporti con Emirati Arabi, Bahrain, Marocco e Sudan. Ma Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, del tutto in linea con il Re Salman, ha delle richieste verso Israele, che si basano innanzitutto su delle concessioni che Tel Aviv deve attuare in favore del popolo palestinese. In ogni caso l’ottimismo di Cohen non è condiviso dagli analisti. I sauditi chiedono a Washington, oltre ad un trattato di difesa militare, un aiuto per lo sviluppo del programma nucleare civile, fatto quest’ultimo che innesca i timori israeliani, convinti che il passaggio dall’uso nucleare civile a quello militare sia solo una questione di (brevissimo) tempo, specie perché l’Arabia Saudita gestirebbe – secondo quanto avrebbero richiesto – tutti i processi produttivi, a cominciare dal materiale fissile. La questione palestinese non è poi così pacifica e, nonostante le rassicurazioni di Netanyahu, le concrete decisioni dell’attuale governo (di destra, il più estremista della storia) potrebbero essere ben altre.

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Diffidenza condivisa dagli stessi palestinesi che, nonostante per ora siano solo alla finestra a guardare, temono addirittura che un accordo del genere renda il governo israeliano ancora più coeso e deciso, invece, a proseguire l’espansione in loro danno. Piuttosto chiedono di prendere parte a una qualsivoglia forma di accordo: “Vogliamo che l’Arabia Saudita ci ascolti e si consulti con noi. Le relazioni saudite-palestinesi sono forti e abbiamo fiducia in loro”, aveva detto la settimana scorsa Riyad al-Malki, ministro degli Esteri palestinese. Infine, proprio in casa americana esistono dissapori da dover superare, un dissenso bilaterale che incredibilmente accomuna una grossa parte di repubblicani e democratici, che vorrebbero vedere risultati concreti, in termini economici, prima di approvare un qualsiasi testo in seno al Congresso. Lo stesso John Kirby, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, commentando le indiscrezioni trapelate dal Wall Street Journal, si era mostrato tutt’altro che ottimista, specificando che “le discussioni sono in corso” e che, prima di arrivare alla “normalizzazione” dei rapporti tra i due attori del Medio Oriente, c’è ancora molto lavoro da fare.

Data:

11 Agosto 2023