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Novi Ligure: addio alla Pernigotti

Negli anni ‘60 dell’Ottocento, recandosi lungo l’affollata e caotica Piazza del mercato di Novi Ligure era possibile imbattersi in una piccola drogheria in grado di vendere cibi “coloniali”, come il suo proprietario amava definirli. Si trattava in realtà di semplici torroni, eppure la qualità di quel prodotto era talmente sublime che in poco tempo Stefano Pernigotti, questo era il nome del proprietario, divenne noto alla maggior parte degli appassionati dolciari dell’intero Piemonte. Spinto dalla lusinghiera fama o forse, più probabilmente, dai sempre maggiori introiti, nel 1868 Stefano decise di fondare insieme al primogenito Francesco la “Pernigotti & Figlio”. Non poteva sapere che un giorno quell’azienda sarebbe diventata una delle più note e apprezzate in tutto il mondo.

In effetti, trascorsero solamente pochi anni prima che un altro piemontese doc, Re Umberto I, si accorgesse della Pernigotti e la trasformasse nella fornitrice ufficiale della famiglia Reale italiana, autorizzandola di fatto a inserire lo stemma dei Savoia sull’insegna della fabbrica, un’abitudine che la Pernigotti avrebbe conservato anche molti anni dopo la caduta della monarchia.

Ad ogni modo, le difficoltà non tardarono a presentarsi. Nel 1914, quando l’entrata in guerra sembrava ormai imminente, il governo Salandra proibì a qualunque azienda italiana l’utilizzo dello zucchero: non un problema da poco per un’azienda che preparava principalmente dolci. Eppure, la brillantezza di Francesco Pernigotti, che nel frattempo aveva ereditato l’azienda dal padre, gli permise di trasformare il problema in un’opportunità: decise di realizzare i torroni utilizzando una maggiore quantità di miele, compensando così l’assenza di zucchero. L’idea ebbe successo: il marchio crebbe, iniziò a espandersi e ad ampliare la propria produzione… non più solo torroni, ma anche gelati e soprattutto gianduiotti, il più tipico e al tempo stesso significativo cioccolatino della tradizione piemontese. A Francesco, morto alla veneranda età di 93 anni, si sostituì il figlio Paolo. Ciò che non cambiò tuttavia fu il successo con cui l’azienda accumulò riconoscimenti da parte degli intenditori di leccornie, al punto da ottenere il “Diploma di Gran premio” all’esposizione internazionale di Torino.

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Prima un incendio negli anni Dieci ed in seguito un bombardamento nel ‘44 distrussero per ben due volte l’opificio della Pernigotti. Entrambe le volte però l’azienda seppe rialzarsi, ricostruendo da capo la propria sede sempre lì, in quella Novi Ligure dove l’azienda era nata e dove nelle intenzioni dei proprietari, forse, doveva rimanere per sempre.

Nel ‘71 salì alla guida un uomo che aveva lo stesso pesantissimo nome del fondatore dell’azienda, Stefano Pernigotti. Era una persona intelligente, preparata e motivata: quasi subito, decise di acquistare la Streglio, una rampante azienda operativa nella produzione di cacao. Quando però negli anni ‘70 l’economia nazionale iniziò a vivere un periodo di stagnazione, per fronteggiare il problema la proprietà decise di aprire una serie di stabilimenti in America Latina e questo, purtroppo, avrebbe segnato tragicamente il destino tanto della Pernigotti quanto della famiglia a cui apparteneva.

L’11 luglio 1980 Paolo e Lorenzo, unici figli del proprietario, si recarono a Montevideo per visitare l’ultimo stabilimento della gloriosa azienda di famiglia. Erano entrambi adolescenti, ma il padre voleva che conoscessero fin da subito i meandri e i segreti del mestiere, così, quando un giorno l’azienda sarebbe passata nelle loro mani, si sarebbero fatti trovare pronti. Non viaggiavano quasi mai insieme: il più delle volte prendevano voli separati dal momento che il principale terrore dei genitori era che morissero entrambi.

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Il viaggio per l’Uruguay si svolse senza imprevisti, ma una volta all’aeroporto i due giovani non seppero aspettare e chiesero al proprio autista di accompagnarli subito allo stabilimento; questa volta, però, avrebbero viaggiato insieme. Purtroppo, il tragitto dall’aeroporto alla fabbrica si rivelò fatale: vi fu un bruttissimo incidente, e Paolo e Lorenzo non sopravvissero.

Il fatto di essere la famiglia più ricca della città, ovviamente, non servì in alcun modo ai Pernigotti a sottrarsi al dolore per la propria tragica perdita. Si vocifera che Attilia, la madre dei due ragazzi, rimase a lungo convinta del fatto di poter ascoltare la loro voce attraverso i segnali delle vecchie radio transistor. Stefano, dal canto suo, continuò a guidare l’azienda senza la propria consueta energia, e questo inevitabilmente si riflesse sui risultati ottenuti dalla società. A un anno di distanza dalla morte dei figli, l’ormai stanco proprietario decise di vendere agli americani della Heinz Company la Sperlari (un’azienda del cremasco precedentemente acquisita per produrre caramelle). Le vendite della Pernigotti diminuirono, la produzione calò e molti dipendenti, inevitabilmente, vennero licenziati. In un disperato tentativo di rilancio la società tentò di aprirsi alla produzione di uova di Pasqua, ma l’idea non andò a buon fine ed anzi il prodotto risultò uno dei più deboli della storia aziendale.

cms_10797/4v.jpgNel ‘95, rimasto ormai senza eredi e probabilmente senza neppure troppe motivazioni, Stefano decise di vendere la Pernigotti. Desiderando che questa rimanesse quantomeno in mani italiane, scelse di accettare l’offerta dell’Averna, fino a quel momento nota principalmente per le proprie bevande alcoliche. Pochi anni dopo, cedette ad un nipote anche l’ultima sua proprietà: quella stessa Streglio che lui stesso aveva acquistato in un lontano giorno del ‘71, quando era ancora pieno di sogni e di speranze. Con quest’ultima cessione, si concluse indubbiamente la sua storia imprenditoriale, ma non certo quella della Pernigotti.

Già, perché i nuovi proprietari, dopo non essere riusciti a risollevare le sorti della società, decisero ancora una volta di cedere le proprie quote e questa volta intavolarono le trattative con degli acquirenti stranieri. L’11 luglio 2013 la Pernigotti venne acquistata da Ahmet e Zafer Toksoz, due fratelli turchi che fino a quel momento avevano operato principalmente nel settore energetico e farmaceutico, ma che da un po’ di tempo desideravano rendersi protagonisti in un mercato tanto ampio quanto amato nel proprio Paese d’origine: quello dolciario. Inizialmente, la promessa dei due era di far tornare la Pernigotti ad essere un’azienda dominante in Europa e nel mondo, ma col tempo questa promessa è stata almeno in gran parte disattesa: l’azienda continua a essere in difficoltà e in Piemonte i fratelli Toksoz si vedono sempre meno spesso, preferendo inviare piuttosto i propri fidati rappresentanti.

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In settimana, purtroppo, è giunta l’ennesima brutta notizia: lo storico stabilimento di Novi Ligure verrà chiuso. Il brand dell’azienda sopravvivrà certo, ma la sua produzione verrà integralmente dislocata. Tale notizia ci preoccupa in modo significativo non tanto per il valore intrinseco della Pernigotti o delle sue fabbriche, ma perché il suo triste destino, al pari della sua inevitabile crisi, sembra in qualche modo rappresentare in maniera emblematica la situazione italiana: la situazione di un Paese che, dopo aver raggiunto tanta prosperità nei propri anni più lucenti, si trova ora ad affrontare un (forse) irreversibile declino. Un declino che, ovviamente, colpisce prima di tutto le sue aziende.

Data:

10 Novembre 2018