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“Obamacare incostituzionale”, Trump esulta

“Obamacare incostituzionale”, Trump esulta

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Un giudice federale del Texas ha dichiarato incostituzionale l’’Obamacare’. La sentenza in merito all’Affordable Care Act – questo il nome della legge con la riforma sanitaria voluta da Barack Obama – è destinata, con ogni probabilità, ad essere oggetto di un ricorso alla Corte Suprema.

Accogliendo il ricorso di una ventina di governatori e attorney general di Stati repubblicani, il giudice ha determinato che il cosiddetto ’mandato individuale’, la misura che impone ad ogni cittadino di avere un’assistenza sanitaria, pena una multa, è incostituzionale. In effetti il giudice stabilisce l’incostituzionalità della misura alla luce della nuova legislazione fiscale, introdotta da Donald Trump nel 2017, che elimina gli sgravi e le altre facilitazioni previste dall’’Obamacare’ per aiutare le famiglie a pagare l’assistenza sanitaria.

TRUMP – “Una grande notizia per l’America!” ha esultato Trump su Twitter, commentando la notizia della sentenza del giudice del Texas contro la riforma di Obama che lui definisce “un disastro costituzionale”. Da parte loro, i democratici hanno già annunciato che faranno ricorso contro questa sentenza “basata su un ragionamento legale non valido”, come ha detto il leader del Senato Chuck Schumer.

Draghi difende l’Europa

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Un Mario Draghi che si dice “ancora una volta orgoglioso di essere italiano”, ma anche deciso a smontare la narrazione ’sovranista’ di chi propugna l’isolamento e l’uscita dagli accordi internazionali come soluzione a crisi che invece hanno radici antiche. E’ tutta nel segno della ’verità dei fatti’ la lectio magistralis che il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha pronunciato a Pisa, in occasione del riconoscimento del PhD Honoris Causa in Economics dalla Scuola Superiore Sant’Anna. Un riconoscimento che cade in coincidenza dei 20 anni dell’Euro, “due decenni molto particolari” e differenti, ha ammesso il presidente della Bce, ma dai quali “possiamo trarre utili lezioni, per ciò che occorre ancora fare”. Draghi ha spiegato che se “l’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista, dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non in tutti Paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva, in parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi”. Ricordando come il mercato unico “fu delineato in un momento di debolezza dell’economia europea” – alla quale i governi avevano risposto innanzitutto “aumentando i deficit di bilancio” – Draghi ha quindi scandito le tappe di un processo che ha reso i diversi sistemi nazionali più omogenei, integrati e protetti. Ma soprattutto ha ’smontato’ la vulgata sui benefici delle svalutazioni competitive. A partire da quelli per l’Italia che seppure vide la lira in pochi anni “svalutata sette volte sul marco tedesco dal momento del varo del sistema monetario europeo, “perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta”, ottenne una crescita della produttività “inferiore di quella dell’euro a 12, così come la crescita del Pil”. E in parallelo – come conseguenza – “l’inflazione toccò cumulativamente il 223%, mentre nell’area euro a 12 era al 126%”.

Invece con la nascita dell’euro, “il commercio intra-UE ha accelerato” e sul fronte investimenti “nel caso italiano quelli di origine UE sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010”. E con l’infittirsi delle relazioni nei sistemi produttivi – ha ricordato – “le catene di valore hanno ridotto i benefici di breve periodo delle svalutazioni competitive. Poiché le esportazioni hanno un maggior contenuto di beni importati, ogni espansione della domanda estera conseguita con una ipotetica svalutazione è ora controbilanciata dai maggiori costi dei prodotti intermedi importati”. Il risultato è che “un Paese che ipoteticamente volesse svalutare il proprio tasso di cambio per accrescere la propria competitività dovrebbe oggi utilizzare questo strumento in misura ben maggiore che in passato, subendo una sostanziale perdita di benessere al proprio interno a causa del maggior peso negativo della svalutazione sul prezzo delle importazioni”. Non solo, ma – come ha spiegato il presidente della Bce – non è più valido neanche il discorso sulla ’sovranità monetaria’, visto che proprio “la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperarla” dal momento che prima dell’euro “le decisioni rilevanti di politica monetaria erano prese in Germania, mentre oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti”.

Altro discorso, quello sul finanziamento monetario del debito pubblico che “come mostra la storia italiana, non ha prodotto benefici nel lungo termine”, visto che fra il 1990 e il 2017 il suo tasso di crescita è sempre stato inferiore a quello delle altre principali economie europee. Non solo: con i maxi-deficit di allora, “la crescita degli anni Ottanta fu presa a prestito dal futuro”, cioe’ scaricata “sulle spalle delle future generazioni”. Ma la costruzione dell’euro non solo non è stata perfetta ma resta incompleta, ha ammesso Draghi: “Occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita”. L’importante, ha concluso, è non perdere di vista il senso che ha guidato il processo di costruzione dell’unità europea. Un pericolo particolarmente vivo oggi che “per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti”. E “non importa che si stia uscendo” dalla crisi scoppiata dieci anni fa: “Nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti”.

Nuove proteste dei gilet gialli, un morto

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Sale a sette il bilancio delle vittime di incidenti registrati nelle ultime settimane a margine delle mobilitazioni dei gilet gialli. Nel nord della Francia, al confine con il Belgio, un automobilista è morto a seguito dello scontro tra la sua auto e un camion che, la notte scorsa, era stato bloccato da un presidio dei manifestanti. Tensioni a Parigi, dove si è svolta una mobilitazione per il quinto sabato consecutivo. La polizia ha usato i lacrimogeni contro un centinaio di manifestanti sull’avenue du President Wilson.

La protesta si è comunque sgonfiata: oggi in Francia sono scesi in piazza in 66mila – calcolati dal ministero degli Interni alle sei di questo pomeriggio – quando alla stessa ora di sabato scorso erano 126mila. Nella capitale francese sono state fermate 85 persone, 46 delle quali sono state poi trattenute. Sabato scorso, a metà giornata, si registravano 548 fermi. La mobilitazione è avvenuta a pochi giorni di distanza dall’attacco terroristico al mercatino di Natale di Strasburgo tanto che, nei giorni scorsi, esponenti del governo hanno più volte chiesto di annullare le proteste in segno di responsabilità nazionale e solidarietà con le vittime.

I gilet gialli, per il terzo sabato consecutivo, sono tornati a manifestare anche nel centro di Bruxelles. Diversamente dalle altre due volte, quando vi sono stati violenti scontri con la polizia, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto il permesso di manifestare. Le autorità hanno deciso un vasto dispiegamento di forze dell’ordine. La polizia, riferiscono i media belgi, ha effettuato controlli già all’arrivo dei treni nelle stazioni ferroviarie di Bruxelles e avrebbe già disposto una cinquantina di fermi.

Egitto, scoperta tomba di 4.400 anni fa

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L’Egitto annuncia la scoperta di una tomba “straordinariamente ben conservata”, appartenente a un sacerdote del periodo della V dinastia, risalente quindi a a oltre 4.400 anni fa. La tomba è stata scoperta nella necropoli di Saqqara, a ovest del Cairo, come ha confermato il ministro egiziano per le Antichità, Khaled El-Enany. Citato dal portale del giornale governativo Al Ahram, il ministro ha spiegato che la tomba apparteneva a un sacerdote chiamato “Wahtye”, vissuto all’epoca del faraone Neferirkare Kakai. Si tratta di un edificio di dieci metri per tre, alto circa tre metri.

Con la scoperta sono venute alla luce incisioni, antiche pitture che ritraggono la famiglia del proprietario della tomba e decine statue di diverse dimensioni, dipinte e inserite in nicchie. Immagini diffuse dai media ufficiali mostrano incisioni e statue che sembrano intatte.

Kendall colpisce ancora, è lei la modella più pagata

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Anche quest’anno, non ce ne è per nessuna. Kendall Jenner è ancora la modella più pagata al mondo. Stando alla classifica annuale stilata da ’Forbes’, dal 1 giugno 2017 al 1 giugno 2018 Kendall ha incassato la bellezza di 22,5 milioni di dollari. Non è una novità, del resto, per la sorellastra di Kim Kardashian, prezzemolina di social e pedane (solo su Instagram vanta un seguito di oltre 100 milioni di follower) visto che anche lo scorso anno era riuscita nell’impresa di spodestare dalla top ten delle highest paid models Gisele Bundchen, per anni regina incontrastata delle passerelle. Nel suo secondo anno d’oro, la star del clan Kardashian, 23 anni, taglia così il traguardo grazie ai numerosi ingaggi, come le campagne realizzare per Estée Lauder, Adidas e Calvin Klein oltre alla presenza radicata sui social.

SCALATE E SCIVOLONI – Quest’anno Gisele finisce al quinto posto con ’soli’ 10 milioni di dollari. Una cifra che equivale a un terzo rispetto al 2016, quando la top brasiliana intascò oltre 30 milioni di dollari. Guadagna punti, invece, Karlie Kloss, che svetta al secondo posto dietro Kendall con ben 13 milioni di dollari. A contribuire alla fortuna di Kloss, convolata di recente a nozze con il fratello di Jared Kushner, Joshua, gli ingaggi per Swarovski, Adidas ed Estée Lauder, tra gli altri.

Stabile in classifica, al terzo posto, l’americana di origini asiatiche Chrissy Teigen (con 11,5 milioni di dollari), grazie a diversi ingaggi e alla sua passione per i fornelli. La moglie di John Legend oltre ad avere una sua linea di pentole, ha pubblicato un secondo libro di cucina ed è ospite fissa del programma televisivo ’Lip Sync Battle’. Pari merito con Teigen l’inglese Rosie Huntington-Whiteley, (con 11,5 milioni di dollari) che quest’anno ha lanciato il suo sito dedicato al settore beauty ’Rose Inc’. Quinta pari merito con Gisele, torna la modella britannica Cara Delevingne che nel 2018 ha intascato 10 milioni di dollari.

BELLA E GIGI SUPERSTAR – Si piazzano al settimo e ottavo posto le due Insta-girl Gigi e Bella Hadid, che portano a casa, rispettivamente, una fortuna di 9,5 e 8,5 milioni di dollari. A soli 22 anni, la piccola Hadid vanta già una carriera invidiabile, che non ha mai subito battute d’arresto. Basta pensare che nell’ultimo anno Bella ha collezionato una sfilza di contratti, per non parlare della numerose pedane internazionali, fino alle alle campagne milionarie per Nike, Fendi, Dior, Versace e Bulgari. Nella classifica delle modelle più pagate dell’anno spicca poi la portoricana Joan Smalls, 30 anni, che si piazza al nono posto con 8,5 milioni di dollari.

CHI RESTA FUORI – L’ultimo scalino della top è dedicato invece a Doutzen Kroes, la bellissima olandese, volto di L’Oréal e Piaget, che chiude la classifica con 8 milioni di dollari. Restano fuori, invece, Adriana Lima, che quest’anno ha detto addio a Victoria’s Secret, la top curvy Ashley Graham e la cinese Liu Wen che dovranno accontentarsi di meno di 8 milioni di dollari.

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16 Dicembre 2018