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PASSEGGIATA ARTISTICA IN ITALIA ATTRAVERSO “IL LUNGO OTTOCENTO” (XVII^ Parte)

Scapigliatura

A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, si sviluppò in Italia, ma soprattutto a Milano, un gruppo artistico e letterario caratterizzato, sia dalla contestazione al Romanticismo, in primis ce l’avevano con Leopardi e Manzoni, sia dalla ribellione contro l’Arte Risorgimentale, considerata borghese e conformista, è il movimento artistico della Scapigliatura.

Tra i principali esponenti i letterati, Praga, Tarchetti, Pisani, Dossi, Camillo e Arrigo Boito, Camerana, fra gli artisti lo scultore Giuseppe Grandi, i pittori Mosè Bianchi, Tranquillo Cremona, Federico Faruffini, Daniele Ranzoni, Cesare Tallone e Luigi Conconi e in campo musicale Giacomo Puccini col l’opera della Bohème il cui libretto è tratto dal romanzo di Henri Murger che descrive gli scapigliati di Parigi; Scapigliatura era la traduzione del termine francese bohème, che in Francia indicava la vita irregolare, zingaresca e anticonformista di artisti poveri e sconosciuti.

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Da sinistra- Emilio Praga – Carlo Dossi – Luigi Conconi – Cletto Arrighi

Il termine Scapigliatura si deve a Cletto Arrighi, pseudonimo-anagramma di Carlo Righetti che nel 1862, pubblicò un romanzo intitolato “La Scapigliatura e il 6 febbraio. Un dramma di famiglia”, una storia in cui descrive la rivolta di Milano del 6 febbraio 1853, un episodio risorgimentale particolare, perché ai motivi patriottici, si affiancarono le prime idee socialiste, un racconto dove i ribelli all’ordine sono dei giovani; infatti Arrighi così descrive il neonato movimento artistico … individui di ambo i sessi fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d’ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti.

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Cesare Tallone- Ritratto femminile- Collezione privata

Il contesto sociale in cui si colloca la Scapigliatura, gli anni che vanno dal 1860 al 1880, è quello della nascente società industriale, della frenetica vita cittadina e della contrapposizione tra una borghesia avida di denaro e di potere e la nascente classe operaia che reclama i suoi diritti.

Gli scapigliati reagiscono al fallimento degli ideali risorgimentali, quei grandi valori di giustizia, libertà e fratellanza trinciati non solo da una classe politica moralmente corrotta, ma anche dall’arte ormai lontana dal rappresentare la realtà.

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Luigi Conconi-Coppia danzante- 1888

Sono contro la società moderna, industriale e di massa, dedita al successo e al profitto; preferirono le tematiche della vita bruciata dal vizio e del rifiuto della normalità borghese, con tanta voglia di scandalizzare, spesso sono scapigliati, non solo per i capelli lunghi e scarmigliati che portano e per gli abiti trasandati, ma anche per la vita sregolata, spesso sono drogati o alcoolizzati, condividendo le idee con i francesi Baudelaire, Rimbaud e Verlaine… loro vessillo è il poemetto “Perdita dell’aureola”.

È un poemetto scritto da Baudelaire nel 1869, in cui si crea un parallelo tra la prostituta e l’artista, entrambi vendono ciò che non andrebbe venduto, l’aureola è quindi caduta nel fango e chi la raccoglie e la rimette in capo è un artista falso e di poco conto, solo l’autore che è consapevole di essere senza aureola e se ne sta nell’anonimato, tra la folla si eleva con qualità.

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Federico Faruffini- La lettrice- Galleria d’Arte Moderna- Milano

Un tema che si è replicato nel ’68 coi figli dei fiori, i capelli lunghi e la sregolatezza contro il sistema corrotto e per l’anonimato nell’arte si pensi ad esempio alla Street Art, come dire nulla di nuovo sul fronte dell’arte occidentale.

Gli scapigliati sono attratti dai poeti simbolisti e ‘maledetti’ francesi e dal loro linguaggio simbolico e provocatorio; riprendono una concezione della poesia fondata non sulla ragione, ma sull’intuizione e sul misterioso, sulla morte e l’amore dannato, sulla donna affamata e inquieta incapace di elevarsi se non vampirizzando l’uomo che a sua volta è decadente, debole e confuso… temi che si ritrovano in “Senso”.

Senso è una novella, di cui ho già parlato, di Arrigo Boito che si impegnò grandemente per l’Italia post-Unita, ma allo stesso tempo divenne uno scapigliato perché deluso: l’ideale di una nazione giusta, equa e ordinata stava svanendo fra le mazzette, fra quelli che saltavano sul carro dei vincenti per fare affari e fra quelli che erano arrivati nei posti importanti e pensavano all’aureola e non al bene pubblico.( La Storia di Elsa Morante, anche se di un altro fine-guerra, fotografa assai bene il concetto)

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Mosè Bianchi- Dopo il duello- 1886-Musei Civici di Monza

La novella racconta della contessa Livia, sottoforma di diario, la storia della passione d’amore per il tenente austriaco Remigio Ruz, un uomo tanto bello, quanto crudele, che scambiava il suo fascino col farsi mantenere da lei.

Livia aveva sposato, da giovane un uomo molto più vecchio di lei, che la riempiva di gioielli.

Del marito, nel suo diario Livia non dice niente, se non che fumava, russava e inveiva contro il Piemonte; mentre lei si descrive come una donna ammaliante, un’abile seduttrice con un corpo prorompente e un’accesa sensualità. Livia fa quello che più le piace senza nessun dubbio morale.

Remigio è il suo stesso specchio, condivide le stesse cose, sia per aspetto fisico che per carattere; quando Livia scopre che Remigio ha un’altra amante non esita a vendicarsi e lo denuncia alle autorità militari austriache. Decisa va nell’ufficio del generale austriaco e gli porge la lettera in cui Remigio, descrive il suo riuscito tentativo di corrompere i medici austriaci, si era infatti dichiarato malato ad una gamba, non essendolo, per non lavorare.

Livia vive una libertà passionale che la fa soffrire, ben diversa dalla modesta Lucia Mondella del Manzoni di quarant’anni prima, (Manzoni è ritenuto il divulgatore asservito di tutto ciò che essi rifiutano e contestano) diversa dall’ideale della donna romantica e fedele che cuce bandiere, cura i feriti e sostiene il compagno dell’arte risorgimentale, Livia è la femme fatale, che castra l’uomo ed è simbolo della degradazione della vita moderna.

In pittura la principale caratteristica della Scapigliatura è la fusione tra figura e sfondo tramite la sfocatura dei soggetti, quasi come l’immagine fosse vista come un ricordo ormai sbiadito, fu una realtà artistica molto influente e fu di ispirazione per artisti successivi quali Medardo Rosso e i pittori del Divisionismo, Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Angelo Morbelli.

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Tranquillo Cremona- Povero ma superbo- Musei di Genova

Gli artisti più noti del gruppo scapigliato furono i pittori Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e lo scultore Giuseppe Grandi. I tre artisti erano dotati di molta ironia e si definivano la ‘trinità’ dei nani giganti, a causa della loro piccola statura. Gli artisti del gruppo furono allievi del pittore storico Giovanni Bertini dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.

Tranquillo Cremona (1837-1878) il più noto tra gli scapigliati, nacque a Pavia, in una famiglia di origini ebraiche, piuttosto facoltosa, suo fratello Luigi fu un grande matematico, considerato il fondatore della geometria algebrica.

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Tranquillo Cremona- L’Edera-1878-Galleria d’Arte Moderna-Torino

Divenne orfano giovanissimo e dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Venezia, giunse a Milano nel 1860 dove frequentò la scuola del Bertini all’Accademia di Brera.

L’artista sin da piccolo fu un ribelle a cui non piaceva per niente vivere nel conformismo borghese, questo lo portò a vivere poveramente senza avere a volte di che sfamarsi.

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Tranquillo Cremona-Le curiose-1876-1877-Raccolta d’arte Lamberti- Codogno

Incominciò la sua attività autonoma dipingendo tele storiche o sentimentali ispirandosi a Francesco Hayez, ma ben presto si rivolse alla ricerca di effetti vaporosi e morbidi, con contorni sfumati e un soffuso e virtuoso colorismo, i suoi temi preferiti furono il ritratto e i temi amorosi.

“L’Edera” fu la sua l’ultima opera, Tranquillo infatti morì a soli 41 anni avvelenato dal piombo contenuto nei colori.

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Daniele Ranzoni-La cantante Ravenè- Collezione privata

Daniele Ranzoni (1843-1889) nacque a Intra, sul Lago Maggiore, figlio di un calzolaio e di un’ostetrica, il suo talento è precoce, appena tredicenne è ammesso alla Scuola di Disegno dell’Accademia di Brera,

A vent’anni inizia un periodo di intensa attività pittorica a Intra, lavora in una soffitta cedutagli da un antiquario e inizia a frequentare l’aristocrazia internazionale che abita le ville del Lago Maggiore

Più tardi giunge a Milano, dove si aggrega al movimento della Scapigliatura e viene ospitato da Tranquillo Cremona.

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Daniele Ranzoni-La giovinetta inglese- 1886- Collezione privata

Nel 1877, su invito della famiglia inglese dei Medlycott si trasferisce in Inghilterra, nella campagna del Somerset, dove si afferma come pittore della nobiltà e della nuova borghesia, successivamente escluso ad una Mostra importante se ne torna a Milano, dove alterna intensa attività a periodi di accidia finché viene ricoverato in un ospedale psichiatrico. Muore a Intra a 46 anni in solitudine.

I suoi numerosi ritratti sono luminosi, presentano una pittura sfrangiata e sfumata, quasi palpitante di vita.

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Giuseppe Grandi- Il paggio di Lara

Giuseppe Grandi (1858 – 1928) nacque a Ganna in provincia di Varese, precoce fu la sua attività di scultore, prima a Milano dove lavorò anche con Lorenzo Vela, allora docente presso l’Accademia di Brera. Successivamente si trasferì a Torino, per proseguire i suoi studi all’Accademia Albertina presso la cattedra di scultura, tenuta da Vincenzo Vela, fratello assai più noto di Lorenzo. Dopo il periodo torinese, rientrato a Milano, si avvicina gruppo agli artisti della Scapigliatura lombarda, fu amico di Tranquillo Cremona e di Daniele Ranzoni, assumendo le loro posizioni antiaccademiche e ricercando effetti luministici anche nella scultura.

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Giuseppe Grandi-Monumento a Cesare Beccaria-Milano

Una delle sculture dove è ben evidente l’influsso che ebbero su di lui Tranquillo Cremona e la Scapigliatura è “Il paggio di Lara”, del 1873, ispirato ad un poemetto di Lord Byron, dove Lara si traveste da paggio suscitando amori proibiti.

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Giuseppe Grandi -Monumento alle Cinque Giornate di Milano -1895- Milano

Tra i suoi monumenti più noti quello del 1870 in onore di Cesare Beccaria, iniziativa a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte, (attuata nel regno d’Italia nel 1889) e quello commemorativo per le famose Cinque Giornate di Milano del 18-22 Marzo 1848, un obelisco alto più di 22 metri contornato da sculture.

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Giuseppe Grandi -Monumento alle Cinque Giornate di Milano, particolare -1895- Milano

Quest’ultima opera fu per Grandi un lavoro maniacale e ossessivo, mai contento insisteva a disegnare dal vero: l’obelisco presenta anche un’aquila reale e un leone, simboli rispettivamente di libertà e di forza, ebbene Grandi si procurò non solo galli, oche e tutta una serie di uccelli, ma anche un’aquila reale viva e Borleo, un vecchio leone africano acquistato in uno zoo.

L’opera che era prevista per il 1866, fu finalmente conclusa nell’autunno del 1894, ma Grandi morì pochi giorni prima dell’inaugurazione, a soli 51 anni.

(Continua)

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Data:

29 Maggio 2023