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PAUL RICOEUR:IL DISCORSO FRA IL BENE E IL GIUSTO – I^ Parte

“Sous l’histoire, la mémoire et l’oubli.Sous la mémoire et l’oubli, la vie.

Mais écrire la vie est une autre histoire. Inachèvement”.

(P. Ricoeur, La mèmoire, l’histoire, l’oubli)

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“La saggezza (tò phrònein) è la prima condizione della felicità. […]. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino e in vecchiaia insegnano ad essere saggi”.

(Sofocle, Antigone, Edipo re, Edipo a Colono)

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Una parola può introdurci nell’enigmaticità della riflessione ricoeuriana: inachèvement (incompiutezza). Questa è l’ultima parola scritta da Ricoeur al termine di una delle sue ultime indagini filosofiche: La memoria, la storia, l’oblio che così si conclude: “Sous l’histoire, la mémoire et l’oubli. Sous la mémoire et l’oubli, la vie. Mais écrire la vie est une autre histoire. Inachèvement”.

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Tuttavia, l’incompiutezza di cui parla Ricoeur non è rinunciare a interrogarsi, a pensare, a conoscersi, ma permettere all’ altro di esistere ed affermarsi nell’apertura che sempre si ripropone della domanda e dei progetti che l’uomo formula nella sua avventura umana, avvicinandosi anche alla fallibilità, fragilità e vulnerabilità della politica.

cms_32055/F3.jpgPer Ricoeur, richiamandosi alla Arendt, il potere politico è il poter-fare, definibile come l’orizzonte di possibilità che nasce dall’interazione collettiva e che si dissolve quando questa interazione collettiva, l’agire comune, che è voler-vivere-insieme all’interno di una comunità storica, non si manifesta più.

Per il potere vale la stessa fragilità affettiva degli altri sentimenti, perché esso deve sopportare l’indeterminatezza del desiderio, l’involontario delle tensioni vitali, il patire la sua fragilità costitutiva perché esso è vulnerabile prima ancora di farsi prossimo alla vulnerabilità – come lo intende Ricoeur nella “sollecitudine”. Tra l’eredità aristotelica e l’eredità kantiana, Ricoeur cerca di stabilire un rapporto che allo stesso tempo sia di subordinazione e complementarità, rafforzato dal ricorso finale della morale all’etica aristotelica, del rispetto kantiano alla stima di sé.

cms_32055/images_(1).jpegL’opera “Sé come un altro” (1993) racchiude lo scambio fra “stima di sé” e “sollecitudine per l’altro”, considerando tutte le forme inizialmente disuguali del legame fra se stessi e l’altro. Interpretando “sé in quanto altro”, l’alterità non è solo termine di paragone rispetto al sé, bensì sua costituzione, sua struttura ontologica.

La sollecitudine dispiega la dimensione dialogale della stima di sé, mentre si chiede quale sia il segreto del paradossale comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Un potere fallibile ha a che fare con la vulnerabilità come capacità della volontà di morire a se stessa, perché iscritta in un desiderio senza fine che abita una reciprocità asimmetrica. Ci poniamo agli antipodi del paradigma moderno se riconosciamo il potere politico capace di cedere la propria volontà, mentre è evidente la grande fiducia che Ricoeur attesta alla volontà umana.

La “veemenza ontologica” dell’attestazione muove Ricoeur a concedere la massima fiducia nei confronti della volontà umana di agire con ragionevolezza, offrendo il terreno ontologico di pensabilità del sé, sulla scia del pensiero che viene lentamente a “sovvertire” il sostanzialismo dell’essere passando attraverso il conatus spinoziano, l’appetitus leibniziano, la Potenzen schellinghiana, fino alla potenza nietzscheana che è del tutto desostanzializzata.

Se con la desostanzializzazione la filosofia rinuncia ad essere forte in senso fondazionale ultimo, viene meno la forza del pensiero nel questionamento radicale, dell’essere-per-la-vita, come incarnazione ontologica dell’impegno etico del sé che attraverso la riflessione, l’analisi, la dialettica del sé e dell’altro, si riconosce come sostanzialmente spossessato, dinamicamente arricchito nel gioco dei rinvii e degli scambi con l’altro, sia questo il corpo proprio, l’altro o la coscienza morale.

Nella dialettica del sé e dell’altro, alla base di ogni possibilità dell’altro c’è un fondamentale atto di fiducia, un atto di rinuncia a sé e alla propria esigenza di controllo per permettere all’altro, quindi a me stesso, di agire liberamente. La reciprocità segna il conflitto e accetta la dissimmetria, poiché se il potere forzasse il ripristino dello scambio, dimenticherebbe la sua vulnerabilità; la riconciliazione non può essere imposta con la forza o ritorneremmo alla “volontà che impone”. Invece il paradigma della “volontà che cede” ci provoca a trovare un’accezione più autentica del potere.

Questo è precisamente il registro costitutivo dell’essere politico, che deve assumere che una parte di alterità entri nella sua identità affinché possa crearsi il legame di diritto originario del riconoscimento. Il riconoscimento dell’altro avvolge l’idea di giustizia e non è soltanto ciò che irrora la giustizia, ma è anche la sua finalità. L’orizzonte dell’atto di giudicare ha come fine, più che la sicurezza, la pace sociale, che è viva quando colui che ha vinto un processo si sente di dire: il mio avversario, colui che ha perso, rimane come me un soggetto di diritto.

Infatti, al di là dell’atto di condanna in sé, il riconoscimento dell’altro è fondamentale nella comprensione del rapporto tra i diritti e i doveri. Il riferimento è alla violenza nella condanna che caratterizza la giustizia correttiva: bisogna tentare di pensare altrimenti la giustizia. Il riconoscimento avvolge l’idea di giustizia, ponendosene a un tempo come il preliminare e l’orizzonte.

Il mutuo riconoscimento non va tuttavia confuso con la giustizia, esso ne è piuttosto la condizione: il diritto è riconoscimento reciproco, il diritto è la relazione riconoscente. Il riconoscimento costituisce lo spessore antropologico del tempo politico e giuridico: questa è una delle più preziose indicazioni che Ricoeur ci ha consegnato.

La forma democratica, come luogo di conflitto e di tensione dentro la cornice dell’accettazione del limite, ammette la vulnerabilità e non estromette la fragilità. La stessa democrazia è un bene fragile, esattamente come la relazione sé e l’altro, ma la sua fragilità consiste nel fatto che non estromette, non uccide, non esclude, ma diventa il criterio per dichiarare il suo eventuale fallimento o successo.

(Continua)

Data:

12 Ottobre 2023