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PD. LA scissione tra origine e futuro politico

A ben riascoltarlo quell’intervento di Michele Emiliano all’assemblea del Pd, più che un segno di apertura è stato un passaggio di responsabilità. Il calcio di chi ad apparire scissionista non vuole starci. Siamo alle battute finali: il Pd come entità di centrosinistra democratica non esiste più, complice quel logorio interno che anziché superare le differenze, le ha inasprite, sdoppiando il disegno del domani. Ma quel contenitore nel quale avevano, in passato, trovato convivenza animi diversi, ora fatica a tenere insieme correnti antitetiche, tese a prevalere l’una sull’altra. E se al referendum Matteo Renzi è voluto arrivare, mettendoci la faccia e giocandosi il tutto per tutto – più che per far un favore al PD, per misurare la sua forza – adesso non può esitare e rispolvera il sogno di far saltare tutto. Deve liberarsi dell’ala più radicale. Quella arroccata su principi troppo distanti dall’obiettivo contemporaneo di innovazione. Il 4 dicembre si sono delineati, del resto, i contorni di un profilo centrista la cui idea si discosta fortemente da quella del 2013. Troppo a destra. Ma perché allora ricandidarsi? Perché a Matteo serve il partito, di cui vuol tornare ad essere unico referente, riacquistando la maggioranza assoluta. Non ha accantonato l’idea di andare al voto a giugno e la scissione è l’espediente per provocare una crisi di governo. Prima si vota, meglio è. Certo, affrontare le elezioni non è impresa facile in un’Europa che vira molto più a destra di lui. Ma ormai non ha scelta. Come non ce l’hanno i suoi oppugnatori, obbligati al passo e con poche truppe al seguito. Se Renzi punterà a conquistarsi voti al centro, non disdegnando alleanze, Bersani e Speranza tenteranno il recupero degli usciti negli ultimi anni. E mentre si daranno un gran da fare, Emiliano non è escluso che valuti una formazione “meridionalistica” con De Magistris.

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D’Alema potrebbe meditare la sua rivincita interna al partito che nascerà, nei confronti di Bersani, e nel contempo affilare le armi contro l’ex segretario. Nessuno va incontro a prospettive rosee, pur restando Renzi la figura più competitiva che il riformismo italiano possa oggi mettere in campo. Ma per riacquistare smalto ha una sola carta da giocarsi: la competenza. E deve farlo con estrema intelligenza, smarcandosi da un sistema che non è più tale. Perché oggi il sistema è l’antisistema, quello a cui viene perdonato tutto. Quello che ha abilmente costruito la sua immagine a somiglianza del popolo per conquistarne la fiducia.

Ma una politica costruttiva non può prescindere dalla capacità strategica, da quel know-how che traduca in progetto una visione e che sappia tessere le reti di un paradigma di integrità e benessere.
Sta finendo un’epoca e prima che si levi l’alba della rinascita dovrà passare un quindicennio. Tempi bui che – si spera – serviranno all’elaborazione del nuovo futuro.

Data:

21 Febbraio 2017