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Portogallo: l’intera rete elettrica nazionale rischia di finire in mano ai cinesi

È molto curioso notare quante analogie possano esservi tra la situazione socio-politica portoghese e quella degli altri Paesi mediterranei, compresa ovviamente l’Italia. Anche il Portogallo, al pari delle altre nazioni dell’Europa meridionale, ha vissuto negli anni ‘80 un periodo di forte crescita economica e di diffuso benessere. Eppure, nei decenni successivi un tasso di cambio escudo/euro particolarmente svantaggioso, unito alla scarsa competitività a livello internazionale delle aziende lusitane e alle scelte ambigue di una classe politica poco attenta, hanno portato il Paese sull’orlo del baratro. Nel 2011, la crisi nazionale ha raggiunto il suo apice, palesandosi con un tasso di disoccupazione elevatissimo e un forte indebitamento nazionale. Proprio in quell’anno l’allora primo ministro, il socialista José Sòcrates, fu costretto a chiedere l’intervento della Troika, lasciando che il suo Paese venisse di fatto commissariato. L’Unione Europea, la Banca centrale e il Fondo monetario internazionale accettarono di destinare nei successivi tre anni 78 miliardi di euro al Portogallo per salvarlo dalla bancarotta. In cambio, tuttavia, chiesero al popolo lusitano due considerevoli sacrifici: un brusco taglio della spesa pubblica e la privatizzazione di una serie di aziende che, pur essendo strategicamente importanti, risultavano in perdita. Fra queste, figurava “Energias de Portugal”, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Nel 2012, il 21,35% dell’EdP venne venduto per 2,7 miliardi di euro alla “China Three Gorges”, una multinazionale del settore elettrico controllata direttamente dal governo cinese.

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A distanza di alcuni anni, gli interventi della Troika e dell’esecutivo portoghese hanno permesso al Paese di ripartire e, malgrado i numerosi problemi tutt’ora da affrontare, il Portogallo non viene più percepito da Bruxelles come uno dei “malati d’Europa”. Eppure, l’EdP a distanza di anni è tutt’ora condivisa con i cinesi; anzi a dirla tutta, potrebbe ben presto diventare a tutti gli effetti un’azienda cinese. Già, perché malgrado Pechino avesse in un primo momento rassicurato che mai la China Three Group avrebbe tentato di acquisire il controllo totale dell’EdP, nei prossimi mesi tale promessa potrebbe essere disattesa.

Ma non è tutto: tale operazione molto probabilmente rappresenterà a sua volta l’inizio di una nuova scalata alla Renewables, il gruppo portoghese quarto produttore mondiale d’energia eolica. Una parte della Renewables, infatti, è ad oggi controllata proprio dall’Energias de Portugal, che ne è un partner minoritario.

cms_9778/3.jpgSe ognuna di queste operazioni andasse in porto, la Cina si ritroverebbe nel giro di poco tempo a controllare in maniera pressoché esclusiva sia il settore elettrico portoghese che quello rinnovabile, acquisendo un’influenza inusitata sulle dinamiche economiche del Paese. E chissà che in un breve futuro questo non possa accadere anche su scala continentale. Negli ultimi anni, Pechino ha investito numerosi fondi per acquisire importanti aziende strategiche greche, tedesche e italiane spesso approfittando, come accaduto in Portogallo, della crisi economica. La scalata all’EdP e alla Renewables dunque, non può essere vista come una semplice operazione finanziaria, ma andrebbe inquadrata in una cornice più ampia legata alle strategie cinesi di lungo termine e, forse, perfino al loro desiderio di arrivare un giorno ad acquisire un’influenza sulle politiche europee superiore a quella attuale.

La paura di un’egemonia cinese sui mercati, tuttavia, non sembra spaventare sufficientemente l’Ue. Se infatti negli ultimi mesi Paesi come Francia e Germania hanno tentato di proporre al parlamento europeo una serie di provvedimenti mirati ad affrontare questo tema, essi sono stati affossati da nazioni come Cipro e Croazia, forse timorose che dei provvedimenti troppo rigidi potessero scoraggiare i magnati stranieri dai quali dipendono. Oggigiorno, le autorità europee possono esprimersi in merito agli investimenti esteri solo quando questi minano la sicurezza o l’ordine pubblico di una nazione; e anche in questo caso, il proprio parere non è strettamente vincolante.

cms_9778/4.jpg“L’accordo sulla regolamentazione dei settori strategici è assolutamente prioritario; faremo il possibile per finire entro la fine dell’anno” ha twittato qualche giorno fa Cecilia Malmström, commissario europeo per il commercio dal 2014. Parole che tuttavia suonano come poco credibili, o perlomeno, poco coerenti con quello che è stato il lavoro delle commissioni europee nel recente passato. Se infatti, come detto, l’Ue ha giocato un ruolo decisivo nell’indurre alla privatizzazione di numerose società europee, allo stesso tempo, a questa nuova ondata di privatizzazioni non è seguita, come sarebbe stato lecito attendersi, l’istituzione di meccanismi di controllo aggiuntivi e di una regolamentazione accurata finalizzata ad evitare quanto sta accadendo in questi giorni a Lisbona. In altre parole, gli investimenti stranieri possono essere utili a ripianare le casse di uno stato, ma sul lungo periodo possono facilmente rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Data:

24 Luglio 2018