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PSEUDO DEMOCRAZIA E CONTROLLO – I social al centro del dibattito pubblico

cms_31051/1.jpgRussia, Cina, Egitto, Corea del Nord, Giordania e la lista potrebbe proseguire. Sono solo alcuni Paesi nel mondo che sistematicamente applicano misure di censura per i loro utenti quando si tratta di interagire sui social di tutto il mondo. L’iniziale esplosione di libertà e di creatività annunciata dalle piattaforme social è ora spesso soggetta a una limitazione sulla creazione di contenuti da parte di molti governi mondiali. Influencer, giornalisti, attivisti politici sono le categorie più a rischio quando si parla di censura e di intervento per limitare la diffusione dei contenuti. L’argomento è ormai quotidianità in alcune zone del mondo come Asia, Africa, Europa dell’Est, parte dell’America del Sud. L’occidente, fatta eccezione della già citata Russia, Turchia e altri Paesi provenienti dal disfacimento dell’ex Urss, sembra invece una zona franca e meno controversa per ciò che concerne la censura governativa. Sembra, perché se per esempio si parla di Tiktok, l’opinione pubblica è già al corrente di come ormai da un anno a questa parte, alcuni stati americani abbiano messo sotto tiro la piattaforma cinese per ragioni di sicurezza e di privacy: è stata vietata a tutti i dipendenti statali sui loro cellulari lavorativi, oltre che in alcune università che ne hanno bloccato l’accesso dal wi-fi del campus.

cms_31051/2_1688186004.jpgIl risvolto della medaglia ci offre poi un altro spaccato della demagogia populista in salsa propagandista e sovranista; gli stessi Paesi che armeggiano con le armi della censura, dall’altro lato sfruttano i meccanismi algoritmici degli stessi social network per influenzare le credenze dei propri cittadini/utenti, mostrando contenuti diversi a seconda del contesto politico. I Paesi più manipolatori sotto questo aspetto sono Iran, Arabia Saudita e Russia. Le armi a disposizione sono le famigerate fake news, con una vasta produzione di post appositamente creati per orientare l’opinione pubblica locale e non solo. Il problema però, ad onor del vero, non sono tanto i social di per sé, ma l’innata mancanza di formazione democratica presente in vari Paesi del mondo che magari sono solo sulla carta democratici, ma di vera e propria cultura democratica nelle istituzioni non se ne trova traccia. I social dunque sono un’efficace cartina al tornasole se ci si vuole fare un’idea del livello di democratizzazione di un paese, soprattutto oggi che viviamo in un momento storico in cui tutti gli individui sono sempre più propensi a cercare informazioni sui social, piuttosto che sui giornali o in televisione. I governi si attrezzano per cercare di aumentare il controllo sulle piattaforme, alla stessa maniera in cui hanno per decenni cercato non solo di inibire trasmissioni e cacciare giornalisti dissidenti, ma hanno trasformato una libera (sulla carta) informazione, in tele comizi a uso e consumo del potere e dei partiti.

cms_31051/3.jpgIl tratto distintivo dei partiti politici nei Paesi democratici (o che si spacciano tali) è oggi caratterizzato da una ideologia cosiddetta mainstream, ovvero una continua dialettica indicizzata sulla sollecitazione al cambiamento, o meglio, nel progresso. All’apparenza sembra una visione orientata al futuro, all’ottimismo, ma è contraddistinta poi nel criminalizzare i social tout court come luogo di misfatti, di trasgressioni al limite della decenza, di continue sfide (challenge) per riempire il vuoto esistenziale e la noia del reale. Si passa allora a preparare pacchetti anti youtubers per frenare la deriva demenziale e si ritorna a parlare di necessaria e farmacologica censura. La diffusione totalizzante delle tecnologie digitali ha sottinteso una eguale diffusione di pratiche di appropriazione e manipolazione dei testi e dei contenuti sparsi nel web sui social. E’ il ritorno del materialismo storico, del mero ruolo di appendice dell’individuo all’interno del processo tecnologico governato dal capitale ieri e suffragato dalla globalizzazione oggi. Come ricorda bene Colin Crouch alla fine è una battaglia che non ha molto senso, sia che si svolga con metodi censori ultraortodossi sia che si presenti come un vano tentativo di arginare il mare con uno scoglio, perché «la democrazia [e] il mercato continuano a essere utilizzati come principale fonte di legittimazione del sistema politico in evoluzione basato sul predominio delle imprese».

Data:

1 Luglio 2023