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Publicly beheads woman in holy Mecca as blogger lashings are postponed

Authorities in Saudi Arabia have publicly beheaded a woman in Islam’s holy city of Mecca, prompting further criticism of the country’s human rights record. Laila Bint Abdul Muttalib Basim, a Burmese woman who resided in Saudi Arabia, was executed by sword on Monday after being dragged through the street and held down by four police officers. She was convicted of the sexual abuse and murder of her seven-year-old step-daughter.

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A video showed how it took three blows to complete the execution, while the woman screamed “I did not kill. I did not kill.” It has now been removed by YouTube as part of its policy on “shocking and disgusting content”. There are two ways to behead people according to Mohammed al-Saeedi, a human rights activist: “One way is to inject the prisoner with painkillers to numb the pain and the other is without the painkiller,” he told the Middle East Eye.

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“This woman was beheaded without painkillers – they wanted to make the pain more powerful for her.” The Saudi Ministry of the Interior said in a statement that it believed the sentence was warranted due to the severity of the crime. The beheading is part of an alarming trend, which has seen the kingdom execute seven people in the first two weeks of this year. In 2014 the number of executions rose to 87, from 78 in 2013.

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Raif Badawi, the Saudi blogger, was due to receive the second set of 50 lashes today for insulting Islam, but it has been postponed on medical grounds. Ali A Rizvi, one of the blogger’s best best friends told The Independent: “His wife told me that the lashings have been postponed, but it is only temporary.”

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He was sentenced to 1,000 lashes and 10 years in prison after creating a liberal, secular website, Free Saudi Liberals. He faces lashings every Friday for the next 18 weeks, until the sentence is completed. He narrowly avoided the death penalty when a court threw out apostasy charges in 2013. Sarah Leah Wilson, the Middle East and North Africa director at Human Rights Watch, said: “Corporal punishment is nothing new in Saudi Arabia, but publicly lashing a peaceful activist merely for expressing his ideas sends an ugly message of intolerance.

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“Saudi Arabia is showing a willingness to inflict vicious and cruel punishments on writers whose views it rejects.” Amnesty also condemned the sentence and has launched a campaign to release the blogger.

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In Saudi Arabia a number of crimes, including murder, rape, adultery and armed robbery, can carry a capital sentence. Beheading is considered one of the more humane punishments the authorities can mete out, a firing squad and stoning are other methods open to judges.

cms_1734/bandiera_ita.jpgArabia Saudita

Donna decapitata pubblicamente nella Santa Mecca mentre sono state rinviate le frustrate al blogger.

Le autorità dell’Arabia Saudita hanno pubblicamente decapitato una donna nella città santa dell’Islam de La Mecca, aumentando ulteriormente la critica riguardo la violazione dei diritti umani nel paese. Laila Bint Abdul Muttalib Basim, una donna birmana che risiedeva in Arabia Saudita, è stata decapitata con una spada lunedì scorso dopo essere stata trascinata per la strada mantenuta da quattro poliziotti. Era stata condannata per abusi sessuali e l’omicidio della sua figliastra di sette anni. Il video che mostrava i tre colpi necessari per compiere l’esecuzione, mentre la donna implorava “Non ho ucciso. Non ho ucciso” è stato immediatamente rimosso da Youtube a causa del suo “contenuto scioccante e disgustoso”. Secondo Mohammed al-Saeedi, attivista dei diritti umani ci sono due modi per decapitare: “un modo consiste nell’iniettare nel prigioniero antidolorifici per intorpidire il dolore, l’altro è senza l’uso dell’antidolorifico”, ha dichiarato al giornale Middle East Eye. Il Ministro degli Interni in un comunicato ha affermato di ritenere la sentenza giusta vista la gravità del reato. La decapitazione rappresenta una tendenza allarmante, che ha contato solo sette decapitazioni nelle prime due settimane dell’anno. Nel 2014 il numero delle esecuzioni è salito a 87, dalle 78 del 2013. Raif Badawi, il blogger saudita, avrebbe dovuto ricevere oggi la seconda serie delle 50 frustate per aver insultato l’Islam, ma sono state rinviate per motivi di salute. Egli ha evitato la pena di morte che era data fino al 2013 per apostasia. Sarah Leah Wilson, direttrice del Human Right Watch nel Nord Africa e Medio Oriente ha affermato: “La punizione corporea non è nuova nell’Arabia Saudita, ma frustare pubblicamente un attivista pacifista solamente per aver espresso le sue idee invia un grave messaggio di intolleranza”. “L’Arabia Saudita sta mostrando la volontà di infliggere punizioni crudeli agli scrittori di cui non accetta le opinioni”. Amnesty ha anche condannato la sentenza e ha lanciato una campagna per liberare il blogger. In Arabia Saudita una serie di reati tra cui l’omicidio, lo stupro, l’adulterio e la rapina a mano armata, possono portare alla pena capitale. La decapitazione è considerata una delle pene più comuni che le autorità possono comminare, la fucilazione e la lapidazione sono altri metodi di cui i giudici possono servirsene. Ali A Rizvi, uno dei migliori amici del blogger ha detto al giornale The Independent: “ Sua moglie mi ha confermato che le frustate sono state rinviate, ma è solo temporaneamente”. Il blogger è stato condannato a mille frustate e dieci anni di carcere dopo aver creato un sito web laico e liberale, Sauditi Liberali Liberi. Deve ricevere frustate ogni venerdì per diciotto settimane, fino a quando la sentenza sarà completata.

(Tradotto dall’articolo Saudi Arabia publicly beheads woman in holy Mecca as blogger lashings are postponed, scritto da Ben Tufft, pubblicato sul sito www.independent.co.uk venerdì 16 gennaio 2015.)

Data:

17 Gennaio 2015