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QUALE FUTURO AVRANNO I BAMBINI DI GAZA?

“La chiamiamo figlia di Hanna Abu Amsha”. Così gli infermieri, afflitti, mentre rivolgono lo sguardo sconsolato su di una neonata che giace in un’incubatrice dell’ospedale al-Aqsa di Deir al-Balah, nel centro della città di Gaza. Hanna, la madre, ha partorito grazie ad un intervento chirurgico e subito dopo è morta a seguito di un attacco aereo, senza riuscire neppure a dare un nome alla sua piccola. “Non abbiamo più avuto modo di parlare con la sua famiglia, nessuno è venuta a reclamarla e non sappiamo cosa sia successo a suo padre”. Queste le dichiarazioni raccolte dal personale sanitario dalla Bbc, che descrive in un articolo il dramma quotidiano che stanno vivendo i civili nella Striscia. Viene poi riportato, ancora una volta, il triste dato secondo cui “i bambini costituiscono quasi la metà delle 2.300.000 persone di Gaza, le cui vite sono state sconvolte dalla violenza”. Secondo il Mediterranean Human Rights Monitor, organizzazione no-profit che ha pubblicato un recente dossier, “a più di 24.000 bambini mancano uno o entrambi i genitori”.

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L’Unicef, agenzia della Nazioni Unite impegnata in prima linea nella salvaguardia dei bambini nel mondo, non manca un giorno per sottolineare il dramma vissuto in quelle terre, in conseguenza del conflitto israelo-palestinese. Fa poi una stima più contenuta, riferendo invece di 19mila bambini che sono rimasti orfani e soli, senza che un adulto possa prendersi cura di loro. Un dato per nulla consolatorio. Jonathan Crick, portavoce di Unicef Palestina, è stato intervistato dalla medesima Bbc, ed ha affermato che “molti di questi bambini sono stati ritrovati sotto le macerie o hanno perso i genitori nel bombardamento della loro casa”. “Altri sono stati trovati ai checkpoint israeliani, negli ospedali e per le strade. I piccoli molto spesso non riescono a dire il loro nome e anche i più grandi sono solitamente sotto shock” e questo rende “molto difficile scoprire chi sono, in modo da poter mettere in contatto loro e il resto delle loro famiglie”.

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La notizia secondo cui alcuni operatori della Unrwa, altra agenzia Onu che si dedica espressamente al soccorso e all’occupazione dei profughi palestinesi, avrebbero preso parte agli attacchi verso Israele, genera ulteriore smarrimento nella presente crisi umanitaria e politica, per arginare la quale viene chiesta da più parti quantomeno una tregua. La Striscia di Gaza è considerata, dall’Unicef, al momento “il luogo più pericoloso al mondo per essere un bambino”. Riportare le molteplici storie raccolte sinora, descritte anche nel citato articolo della Bbc di ieri, richiede uno sforzo di cronaca umanamente insostenibile, oltre che irrispettoso nei riguardi delle vittime. Più sensato, a questo punto, fermarsi a riflettere sulle probabili conseguenze che questo conflitto porterà alle generazioni future, prendendo le mosse dalla proverbiale saggezza dell’antichità classica: “Rhiza Aimatoessa”, si legge in tanta letteratura omerica, un’espressione che, tradotta, diventa “Sangue chiama sangue”. Come crescerà un bambino che, tra deflagrazioni e colpi da sparo, non trova più il conforto delle braccia materne, spazzate via davanti ai suoi occhi? Su quali basi ricostruirà la sua vita, se non sull’odio e sul rancore che inevitabilmente dovrà scaricare su altri esseri umani?

(ph courtesy Unicef)

Data:

1 Febbraio 2024