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QUANDO DAVIDE SI TRASFORMA IN GOLIA

cms_32158/00.jpgVe la ricordate la parabola della Bibbia in cui il pastorello israelita Davide affronta il filisteo Golia alto tre metri e dotato di forza bruta in un duello metafora del bene che sconfigge il male o della fede e coraggio che trionfa su oppressione e violenza? Ebbene, non sappiamo quanto di vero ci sia in questo epico scontro, ma a distanza di millenni calza a pennello se volessimo fare un raffronto con il massacro in atto da alcuni giorni in Medioriente.

A parti invertite, però, i filistei, che originariamente risiedevano nell’attuale striscia di Gaza, sono Davide, mentre gli Ebrei, occupanti illegalmente gran parte dei territori palestinesi e militarmente molto più forti assumono le sembianze di Golia. Così come nell’antichità, per entrambi i protagonisti di questo atavico scontro la questione è sempre la stesa: prevaricare le genti per annientarle fisicamente e occupare territorio. Solo che la faccenda palestinese, composta da un popolo senza uno Stato riconosciuto all’unanimità dalla comunità internazionale, con territori sottratti illegalmente dagli israeliani e altri occupati militarmente, ci porta a una doverosa analisi necessaria a trovare una risposta a quanto accade e un’alternativa a decenni di scontri e massacri di civili. Prima di procedere, però, considerata la narrazione pro Israele che non consente alcun dissenso e che da oltre una settimana ha preso piede su molte testate giornalistiche ed emittenti televisive, simile a quella già letta e vista con la crisi Ucraina (“c’è un aggressore e un aggredito”, ve lo ricordate?), ci tengo a sottolineare la mia ferma condanna per ogni atto di barbarie perpetrata nei confronti dei civili e delle popolazioni inermi che loro malgrado devono subire decisioni o prese di posizioni sia che si tratti di istituzioni pseudo-democratiche influenzate da lobby religiose ortodosse come quella israeliana sia che si tratti di fazioni terroristiche con un mandato politico che gli permette di compiere atrocità in nome di Allah come quella di Hamas.

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Nel documentare l’attualità, ogni giornalista non può prescindere dalla storia. E per poter meglio comprendere un evento i fatti vanno sempre contestualizzati, per dovere di cronaca e obiettività, partendo da quanto accaduto nel passato. La questione israelo-palestinese di certo non inizia il 7 ottobre scorso con il massacro del rave-party nel deserto del Negev o con la barbarie perpetrata nei confronti dei bambini del Kibbutz di Kfar Aza. La diatriba tra questi due popoli entrambi di origine semitica (discendenti da Sem, figlio di Noè) ha inizio nel secondo dopo guerra, come conseguenza della shoah e del crescente pensiero sionista di dare vita a uno Stato di Israele in Palestina e nei territori confinanti con l’Egitto, Libano, Siria e Giordania. Con la risoluzione n.181 del 1947, dopo un protettorato inglese di quasi trent’anni, l’ONU, mossa dall’assioma due Popoli e due Stati indipendenti, stabilì, sotto l’influenza politica ed economico che gli ebrei avevano in seno ad alcuni importanti membri delle Nazioni Unite, di assegnare il 55% della Palestina al 32% della popolazione ebraica e il 44% del territorio agli arabi che rappresentavano il 62% della popolazione presente già da diversi secoli in quell’area geografica del pianeta. I palestinesi, costretti a cedere territorio (per lo più fertile), case e beni, rigettarono la risoluzione 181, reagendo militarmente grazie all’appoggio di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Iraq, riunitisi, nel frattempo, nella Lega Araba.

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Da questo momento in poi la storia contemporanea di quella parte di Medio Oriente è solo intrisa di atti drammatici come la guerra dei Sei Giorni del ‘67 o l’operazione Piombo Fuso del 2009 e tentativi falliti di trovare una via verso un processo di pace. Mi vengono in mente gli Accordi di OSLO del ’93 e ’95, in cui il primo ministro Yitzhak Rabin (assassinato nel novembre ‘95 da un ebreo estremista religioso) e il capo dell’Organismo di Liberazione della Palestina Yasser Arafat riconoscono reciprocamente il diritto all’autodeterminazione di Israele e Palestina e la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese, braccio operativo dell’OLP, a cui va il controllo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza; ma gli israeliani continuano a mantenere pieno controllo militare, non arrestando l’opera colonizzatrice di quelle aree. Nel frattempo sale al potere Benjamin “Bibi” Netanyahu, un ex militare e leader del partito conservatore Likud. Da una parte abbiamo lo Stato d’Israele forte militarmente e appoggiato da super potenze occidentali con a capo un conservatore di estrema destra sceso a compromessi con le frange religiose più estreme, dall’altra un popolo, quello palestinese, con un organo politico e amministrativo diviso da fazioni e attualmente guidato nella striscia di Gaza da fanatici che al pari di quella controparte che non intende ritirarsi militarmente e far abbandonare dai coloni i territori occupati illegalmente, pensa solo ad annichilare brutalmente il proprio nemico facendosi scudo della propria gente. Al netto dei massacri del 7 ottobre e dello scempio di civili palestinesi, soprattutto bambini, la striscia di Gaza, a cui Israele ha interrotto l’erogazione di elettricità e acqua, è sempre stata una trappola da cui è impossibile uscire o entrare senza che l’esercito israeliano lo permetta; è una gabbia dove la maggior parte della popolazione, costituita per il 40% da giovani al di sotto dei 14 anni, vive al di sotto della soglia di povertà con l’unico obiettivo per il futuro di vendicarsi della perdita di genitori, fratelli e amici ammazzati dai bombardamenti dell’artiglieria e aviazione di Tel Aviv.

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La mia opinione è che governi guerrafondai alla Netanyahu e tagliagole come Hamas, anche se non hanno mai avuto una seria intenzione di sedersi per trovare una soluzione a questa crisi, sono gli unici interlocutori per porre fine alla barbarie, considerato che “la pace si fa tra due nemici”. Il ruolo degli USA e dell’Unione Europea è quello di accompagnarli, insieme a Egitto e Giordania, a un percorso che vada verso un immediato cessate il fuoco e al mantenimento di corridoi umanitari. In questo momento non abbiamo bisogno di ultras o pasdaran. E se a gran parte dell’opinione pubblica, compresi molti miei colleghi, piace schierarsi con una parte piuttosto che l’altra, l’unica bandiera che mi sento di sventolare, in nome di tutti quei bambini che non avranno più un futuro, è quella arcobaleno della Pace. Chiamatemi pure filo putiniano o filo palestinese se per voi è così difficile argomentare con parole di dissenso dalla guerra. Il giornalista non è un tifoso allo Stadio o un turista sul luogo di un accadimento, è un interprete della quotidianità che analizza i fatti per renderli il più trasparente possibile ai lettori.

Data:

20 Ottobre 2023