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Quando il Colle può dire no a una legge

Quando il Colle può dire no a una legge

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Sono stati due gli interventi del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prima dell’entrata in vigore del decreto legge sicurezza, ora al centro della polemica tra alcuni sindaci e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che nel replicare ai primi cittadini li ha accusati di “incoerenza”, perché “hanno applaudito il discorso” di fine anno del Capo dello Stato “e contestano un decreto firmato e promulgato dallo stesso Presidente della Repubblica”.

In realtà, il 4 ottobre scorso Mattarella, dopo un lungo confronto tra gli uffici del Quirinale e del Viminale nella fase di elaborazione del provvedimento, emanò il decreto legge, accompagnando la firma con l’invio di una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per ricordare la necessità di rispettare “gli obblighi costituzionali ed internazionali dello Stato”. Quindi, dopo la conversione in legge, il 1 dicembre scorso arrivò la promulgazione del testo ora in vigore, in quanto il Capo dello Stato non ravvisò quegli “evidenti profili di illegittimità costituzionale” che possono giustificare un rinvio alle Camere di una legge. Che in questo caso poi avrebbe comportato la decadenza del decreto senza possibilità di reiterazione.

“Il Presidente della Repubblica -come ha ricordato lo stesso Mattarella sin dai primi mesi del suo mandato- può soltanto chiedere un riesame” di una legge approvata dal Parlamento “quando riscontri un chiaro contrasto con la Costituzione“. Come finora è avvenuto una volta sola dalla sua elezione al Quirinale, il 27 ottobre del 2017, quando fu rinviata alle Camere la legge sulle mine antiuomo, avendo ravvisato nel provvedimento “evidenti profili di illegittimità costituzionale”.

Quando quindi non risulti palese il contrasto con la Costituzione, è la Consulta che, se investita del caso, può eventualmente dichiarare l’incostituzionalità di una legge, anche se questa abbia superato il primo vaglio del Capo dello Stato.

E’ accaduto ad esempio per provvedimenti che causarono accese polemiche, come i cosiddetti lodi Schifani e Alfano sulla sospensione dei procedimenti penali che riguardavano le alte cariche dello Stato, promulgati, rispettivamente, dai Presidenti Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. O come le leggi elettorali, prima il ’Porcellum’ e poi l’Italicum, firmate da Ciampi e Mattarella. Testi poi bocciati dai giudici costituzionali.

In altri casi può accadere che il Capo dello Stato, per varie ragioni tecniche e politiche, decida di promulgare comunque una legge, accompagnando però la sua decisione con lettere ai presidenti delle Camere e del Consiglio, nelle quali si registrano rilievi che si ritiene debbano restare in ogni caso agli atti.

Ciampi e Napolitano, ad esempio, più volte, proprio in riferimento ai decreti legge e alle profonde modifiche apportate in sede di conversione attraverso la tecnica del maxi-emendamento, sottolinearono la necessità di non comprimere i loro poteri di esame ed eventualmente di rinvio a causa dei tempi stretti che regolano l’iter dei decreti, da convertire entro sessanta giorni pena la loro decadenza.

Lo stesso Mattarella, nell’ottobre 2017 promulgò il cosiddetto codice Antimafia, per l’assenza di “evidenti profili critici di legittimità costituzionale” e per “l’importanza della normativa e l’opportunità che le disposizioni entrino presto in vigore”. Tuttavia, in una lettera al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, invitava il governo, “particolarmente con riferimento all’ambito applicativo delle misure di prevenzione”, a procedere ad “un attento monitoraggio degli effetti applicativi della disciplina”.

Inoltre il Capo dello Stato segnalava l’esistenza di “profili critici” e quindi “l’esigenza di assicurare sollecitamente una stabile conformazione dell’ordinamento interno agli obblighi comunitari in relazione alle previsioni direttamente attuative di direttive europee, a suo tempo recepite nell’ordinamento interno e che non figurano nel nuovo testo”.

L’attuale Capo dello Stato, il 30 novembre del 2017, promulgò la legge sul cosiddetto whistleblowing, che tutela gli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato. Sempre con una lettera al premier Gentiloni, sottolineò però che nell’emanazione del decreto attuativo di competenza dell’Anac, occorreva tener conto della necessità di non violare il segreto di indagine ed evidenziò l’esigenza di un intervento del Csm, perché nelle eventuali denunce i magistrati si rivolgano all’autorità giudiziaria competente e non a quella amministrativa.

Tornando al decreto legge sicurezza, Mattarella, come detto, il 4 ottobre scorso ne accompagnò l’emanazione con una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avvertendo “l’obbligo di sottolineare -scriveva il Capo dello Stato- che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano ’fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato’, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’articolo 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”.

Per l’articolo 10 della Costituzione, “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Governo pronto a incontrare i sindaci

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Lo scontro tra i sindaci che contrastano il decreto sicurezza nella parte relativa ai migranti e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si allarga e coinvolge anche il governo. Fonti di Palazzo Chigi definiscono “inaccettabili le posizioni degli amministratori locali che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato”. “Il nostro ordinamento giuridico – specificano le stesse fonti – non attribuisce ai sindaci il potere di operare un sindacato di costituzionalità delle leggi: disapplicare una legge che non piace equivale a violarla, con tutte le conseguenti responsabilità”. “Se l’Anci desidera un incontro per segnalare eventuali difficoltà applicative collegate alla legge sull’immigrazione e sulla sicurezza, ben venga la richiesta di un incontro con il governo, al quale anche il presidente del Consiglio è disposto a partecipare insieme al ministro dell’Interno” aggiungono le fonti di palazzo Chigi.

ANCI – A stretto giro è arrivata la replica del presidente dell’Anci, Antonio Decaro: “Un incontro con il governo per discutere delle ricadute della legge Salvini sui territori che noi sindaci amministriamo è quello che chiedevamo dal principio. Siamo contenti che da Palazzo Chigi ci si pronunci a favore di questa soluzione”. Decaro ha anche reso noto che il comitato direttivo di Anci sarà convocato il 10 gennaio per discutere del decreto migranti e sicurezza dopo la richiesta avanzata da alcuni primi cittadini ’pro decreto’, che chiedono un “confronto immediato”.

VIMINALE – Fonti del Viminale, intanto, hanno sottolineato che “un intervento di semplificazione era già stato sollecitato dall’Anci, nel febbraio 2017, in sede di adozione del decreto Minniti”. “L’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo è un problema, soprattutto per i piccoli comuni i cui uffici rischiano di essere sovraccaricati”. Le stesse fonti hanno ricordato poi che “il decreto Salvini, recentemente convertito in legge, ha raccolto quel suggerimento. Attenzione: la misura non riduce le tutele del richiedente asilo. L’accesso ai servizi previsti dal decreto e quelli erogati sul territorio sono assicurati dal luogo di domicilio. Nel 2017 Decaro era già presidente Anci”.

SALVINI: “DIMETTETEVI” – Oggi il titolare del Viminale è tornato sulla questione nel corso di una diretta Facebook ribadendo che chi non rispetta il decreto ne risponderà. Non solo. Il vicepremier ha chiesto anche le dimissioni dei ’ribelli’. “Chi non rispetta il Decreto Sicurezza e aiuta i clandestini, tradisce l’Italia e gli italiani e ne risponderà davanti alla legge e alla storia. Io comunque non mollo!!!” ha scritto il leader della Lega, lanciando la diretta streaming dalle nevi di Bormio.

“Ci sono sindaci che dicono ’non applicherò il decreto’, per cercare un po’ pubblicità. Io dico non si molla di un millimetro, non retrocedo” ha scandito il ministro dell’Interno che, riferendosi a quanti promettono disobbedienza al decreto, chiede di fare “i conti con i vostri cittadini, con i milioni di italiani che sono in difficoltà”. “Troppo facile applaudire Mattarella e due giorni dopo sbattersene – ha sottolineato -. Se c’è legge approvata dal Parlamento e firmata dal presidente della Repubblica si rispetta“. E “se c’è qualche sindaco che non è d’accordo si dimetta. Dimettiti Orlando, e anche tu de Magistris. Dimettetevi, siamo in democrazia e governano gli italiani, fatevene una ragione, non governano professoroni, giornalisti o cantanti”.

Ma per il sindaco di Napoli è Salvini che “si dovrebbe dimettere”. “Oltre ad aver commesso una condotta apertamente violatrice della Costituzione, sulla quale ha giurato e traditore è lui semmai e lui si dovrebbe dimettere, sta avendo, insieme al governo, un comportamento disumano” ha affermato a chiare lettere de Magistris a SkyTg24. “Ho scritto al comandante della nave, con lettera protocollata dal Comune di Napoli – ha spiegato il sindaco riferendosi al caso di ’Sea Watch’ – di indirizzare la prua della nave verso il porto di Napoli che non è chiuso, è aperto”. Non salvare “bambini e donne che stanno morendo non solo è un fatto disumano ma un crimine” e “chi sta commettendo un crimine è chi all’interno di questo governo non salva vite umane” ha detto de Magistris.

L’APPELLO DI SALA – Intanto, mentre il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che ieri ha annunciato la sospensione dell’applicazione del decreto sicurezza nella parte che riguarda i migranti, ha reso noto all’Adnkronos di aver dato “incarico al capo ufficio legale del Comune di Palermo di adire davanti al giudice civile“, a intervenire sul dl sicurezza è anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. “Il ministro Salvini ci ascolti e riveda il decreto sicurezza, così non va!” ha scritto Sala su Facebook, spiegando che “da settimane noi sindaci avevamo richiesto, anche attraverso l’Anci, di ascoltare la nostra opinione su alcuni punti critici, per esempio ampliando i casi speciali e garantendo la stessa tutela della protezione internazionale ai nuclei familiari vulnerabili, anche attraverso lo Sprar, oggi escluso dal decreto sicurezza per i richiedenti asilo”. “Occorre – ha proseguito il sindaco di Milano – valutare l’impatto sociale ed economico del decreto per le nostre città, già in difficoltà a causa di una legge di bilancio che ci ha tolto risorse nella parte corrente”. Anche perché “più persone saranno per strada senza vitto e alloggio, più saranno i casi di cui noi sindaci dovremo prenderci cura”. E dunque, ha concluso Sala lanciando un appello a Salvini, “ministro, ci ripensi“.

Sul decreto sicurezza, da lui ribattezzato “decreto insicurezza”, è tornato anche il sindaco di Firenze, Dario Nardella. “Un ministro dell’Interno si dovrebbe occupare di questo, non di inquisire i sindaci ma di ascoltarli” ha rimarcato, spiegando che “a Firenze non violeremo alcuna legge: io non darò istruzioni in questo senso. Ma apriremo un tavolo con tutto il mondo del volontariato, del terzo settore, del lavoro e delle istituzioni locali per azzerare gli effetti nefandi e negativi di questo decreto in attesa che si apra una vertenza vera a livello nazionale non per sospendere la legge ma per riscriverla in molte sue parti“. “Stiamo valutando insieme ai nostri avvocati e con alcuni costituzionalisti anche una strada” perché sul decreto sicurezza “si possa arrivare alla Corte costituzionale”.

Tra i sindaci dem, Romano Carancini, primo cittadino di Macerata, ha detto che “quel decreto convertito in legge grida vendetta al cospetto di Dio ed è pessimo sotto ogni punto di vista”. Carancini non è però d’accordo con la forma di protesta di alcuni sindaci, come quelli di Palermo e Napoli. “Io penso che occorre comunque rispettare la legge e il principio di legalità” ha osservato all’Adnkronos.

Brugnaro e altri 29 sindaci pro Salvini

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Sindaci di città piccole, medie e grandi che guardano al decreto sicurezza come a un necessario, e da tempo auspicato, strumento normativo che ha favorito un cambio di paradigma rispetto alla questione dell’accoglienza”.

“Chiediamo pertanto a te, caro presidente – scrivono – di farti garante affinché l’associazione su queste ed altre questioni cruciali non venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese.” Nel dettaglio la missiva porta la firma dei sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; de l’Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco; di Avola Luca Cannata; di Domodossola, Lucio Pizzi; di Treviso, Mario Conte; di Mortara, Marco Facchinotti; di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi; di Morazzone, Matteo Bianchi; di Piacenza, Patrizia Berbieri; di Gottolengo, Giacomo Massa; di Sartirana Lomellina, Ernesto Prevedoni Gorone; di Mede Lomellina, Giorgio Guardamagna; di Torre Beretti, Marco Broveglio; di Castellaro, Giuseppe Galata e di Chiuduno, Stefano Locatelli.

“Di Maio ricoverato” ma lui smentisce: “Sto benissimo”

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“Poco fa Repubblica ha messo in prima pagina un flash che mi voleva ricoverato al Gemelli. Ovviamente smentisco l’ennesima bufala di questo giornale. Sto benissimo! Anche se ora mi tocca fare gli scongiuri”. Lo scrive Luigi Di Maio su Fb. “Bastava guardare i miei social per vedere che sono ad Alleghe in Veneto assieme ai cittadini che sono stati colpiti dall’alluvione. Che serietà è pubblicare notizie non verificate? Questo è il livello dell’informazione italiana. Mi hanno chiamato amici e parenti preoccupati perché hanno visto la notizia che non è stata neppure rettificata. Ovviamente ho detto loro che è meglio non credere ai giornali di questi tempi, ma verificare direttamente sui miei social”, conclude.

A spiegare come sono andati i fatti è lo stesso quotidiano, che sul proprio sito web si scusa con il vicepremier: “Per un disguido tecnico oggi, alle 17.29, su Repubblica.it è apparsa una ultim’ora relativa al ricovero del vicepremier Luigi Di Maio. Il titolo, che non doveva essere pubblicato in attesa di una verifica della notizia, è rimasto in linea per 24 secondi. Ce ne scusiamo con Di Maio e con i lettori”.

Anche il direttore di Repubblica, Mario Calebresi, si è voluto scusare con Di Maio e con i lettori: “Mi scuso personalmente con Luigi Di Maio e con i lettori per un titolo pubblicato per errore – scrive su Twitter – era una voce in attesa di essere verificata ma rimasto in linea per 24 secondi (sempre troppi per una cosa non vera)”.

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4 Gennaio 2019