Traduci

“Quel posto freddo, triste e senza amore”

The Old Cathedral City, una delle città più piccole e vivibili al mondo. I colori tipici del Galway, le case basse dalle tinte pastello, ravvivate qua e là dalle cappottine dei negozi con le insegne scritte in gaelico. Il cielo foriero di pioggia e aiuole ovunque. “Non ti troverai bene qui. Questa non è Tuam”, recita un vecchio adagio che descrive l’accoglienza in Paradiso di qualcuno del posto.

È qui che la terra ha inghiottito nel silenzio i corpi di 796 bambini, “figli maledetti” delle ragazze di Magdalene. Esseri senza nome, che morivano di malnutrizione e di pertosse. Corpicini gettati in una fossa comune coperta da una lastra di cemento. Non un ritratto. Non una croce. Un segreto nascosto al mondo per decine di anni, riemerso qualche giorno fa, grazie al lavoro di una commissione d’inchiesta.

L’Istituto sotto i riflettori è quello chiuso nel 1961 dove le Suore del Buon Soccorso dal 1925 si occupavano di accogliere le ragazze disonorevoli per la società. Una storia di sfruttamento celata dietro il velo bianco dell’ipocrisia, che racconta vicende orribili: creature strappate alle loro madri e vendute a famiglie benestanti, altre abbandonate al loro destino, senza giochi né cure.

Erano gli anni dell’integralismo cattolico e della mentalità perbenista che nell’onore soffocava la vita di figlie sfortunate, costrette a nettare i loro peccati nelle Magdalene Laundries. Manodopera a costo zero che però fruttava molto denaro alle religiose. La vita delle donne in stato interessante dopo il parto diventava terribile: regole durissime e condizioni di lavoro estenuanti. Oltre ad incassare la loro paga, Mater Ecclesia riceveva dallo Stato, succube delle sue decisioni, un compenso a settimana, sia per la madre che per il figlio.

Venivano chiamate Sorelle di Santa Margherita, ma non avevano pronunciato alcun voto quelle 30.000 ragazze ospitate nel corso di 150 anni. La loro colpa era di essere troppo avvenenti, brutte o vittime di stupri. Qualcuna era un’ex prostituta. E in effetti questo era lo scopo con il quale le Case erano nate: togliere dalla strada le meretrici e riabilitarle nella società.

Ma nulla sapeva di missione sociale tra le mura che le imprigionavano.

cms_5697/2.jpg

Lo ha raccontato Philomena Lee, che in uno di quei luoghi dimenticati da Dio diede alla luce il suo bambino, adottato, senza troppe formalità, all’età di tre anni, come tanti altri, i più fortunati. La Chiesa aveva carta bianca.

Narra di come quei bambini venduti soffrissero pene indicibili, credendosi rifiutati dalle loro madri, il romanzo-storia che porta il suo nome, scritto da Martin Sixsmith. Dei problemi psicologici di una gestione disumana, bigotta ed affarista. Erano gli anni Cinquanta-Sessanta. A Tuam già nel ’44 fu avviata un’indagine del governo sulla Casa Magdalene. E non era la prima. I rapporti segnalavano bambini malnutriti, “emaciati, panciuti, fragili, con la pelle a penzoloni”.

Sempre lì, nel 1975, due ragazzini spostarono la lastra di cemento e scoprirono la fossa comune. Ma la notizia non uscì mai dalla contea, pensandosi – almeno fino a ieri – che quelle ossa fossero i resti delle vittime della grande carestia del 1840. È stata la storica Catherine Corless a scoprire che erano resti di bambini, ricollegandosi alla testimonianza di Julia Devaney, domestica delle suore del Buon Soccorso, fino alla chiusura dell’istituto nel 1961.

cms_5697/3.jpg

“Quel posto era freddo, triste e senza amore. Non era una casa ma un buco vecchio e solitario. I bambini parlavano un linguaggio strano, nessuno insegnava loro ad usare le parole, a nessuno importava della loro crescita. Urlavano e correvano senza meta. Avevano comportamenti molto innaturali. In genere i maschi venivano mandati via a cinque anni e le femmine a sette. Erano tutti sottopeso, non sapevano giocare perché non avevano giocattoli o libri per allenare la fantasia. Scommetto che molti di loro sono rinchiusi in centri psichiatrici”.

La signora Devaney è deceduta circa 20 anni fa, ma le sue parole sono impresse nel nastro registrato dall’ex datore di lavoro, al quale rivelò quanto i suoi occhi videro. I bambini [ndr] “morivano come mosche. Molti di loro non riuscivano a superare l’anno di vita a causa di una vera e propria epidemia di pertosse”. L’ultima Casa in Irlanda è stata chiusa il 25 settembre del 1996.

“Non credo possiamo giudicare il passato col punto di vista di oggi, con la nostra lente. Tutto quello che possiamo fare è assicurarci che ci sia un posto adatto, qui, dove le persone possano venire a ricordare i bambini che sono morti”. (Padre Fintan Monaghan, dell’arcidiocesi della città). Quello che potevamo fare era cercare la verità e renderla conoscibile. Squarciare il velo dell’oblio per sentire quanto è tagliente la crudeltà. “Dal momento in cui viene toccato il cuore – diceva Bourdaloue – non può più rimanere in silenzio”.

Data:

6 Marzo 2017