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Questa è la guerra

È difficile comprendere il terrore dall’interno dei confini occidentali, dove chi versa lacrime in onore di esseri strappati alla vita è tacciato di fragilità, dove chi, pur non avendo per sua fortuna, mai conosciuto la guerra, inneggia all’interventismo militare, disconoscendo spesso le cause che hanno determinato la complessa situazione internazionale odierna.

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Eccola la guerra. È nell’ultimo sguardo di Udai Faisal, morto di fame in Yemen, dove un conflitto dimenticato, forse anche da Dio, sta mietendo dallo scorso anno migliaia di vittime. Trecento i bambini denutriti appesi tra la vita e la morte. Un’immagine forte, difficile da accettare. Di quelle che fanno riflettere su quanto sia essenziale incentivare le trattative diplomatiche a livello mondiale. Perché si può essere incisivi, pur non ricorrendo alla guerra.

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Nello Yemen si combatte per il controllo del Paese. Ribelli houthi , sostenuti dalle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e dall’Iran contro una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, scesa in campo per sostenere l’attuale presidente Abed Rabbo Mansour Hadi.

cms_3692/foto_4_.jpgHa smesso di respirare Udai dopo aver vomitato dal naso e dalla bocca liquido giallo. “Non aveva più lacrime” ha raccontato la mamma Intissar Hezzam che cinque mesi fa lo dava alla luce, mentre il tetto del suo bungalow, in una baraccopoli alla periferia di Sana, veniva distrutto dagli attacchi aerei della coalizione araba intenta a bombardare una base di ribelli nelle vicinanze. Suo papà Ahmed, che il lavoro in un cantiere edile aveva dovuto lasciarlo, tira avanti grazie alla pensione da ex soldato, ma 180 euro al mese non sono sufficienti per garantire alla famiglia, moglie e nove figli, ora otto, il cibo sufficiente. Mangiano una sola volta al giorno pane e yogurt. Di tanto in tanto piselli. Hezzam ha avuto il latte per meno di un mese, poi non potendo permettersi quello artificiale, difficilmente reperibilità e troppo costoso, somministrava al piccolo acqua e zucchero.

cms_3692/foto_5_.jpgMa in guerra anche acqua pulita e medicine scarseggiano, così spesso si beve acqua sporca, incorrendo in enterocolite e dissenteria, fatali se si patisce la fame. Non ce l’ha fatta Udai, nonostante il ricovero all’Al-Sabeen Hospital lo scorso 20 marzo. 2,4 kilogrammi, la metà del peso di un bimbo sano della sua età, disidratato e troppo debole per sopportare diarrea e infezione toracica.

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Nel nosocomio troppi i piccoli affetti da malnutrizione, vegliati da genitori e parenti che quotidianamente sfidano ribelli e incursori per raggiungerli. Pochi i presidi forniti di medicinali. Decine quelli bombardati in cui manca l’energia elettrica. Flebili le speranze di sfuggire alla morte.

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Nello Yemen dall’inizio della guerra a oggi il numero di gente senza nulla da mangiare è salito da 4,3 a 7 milioni. Dieci delle 22 province del Paese sarebbero, secondo la classificazione stilata dal Programma alimentare mondiale, a un passo dallo stato di carestia. Più di 9.000 le persone uccise, di cui circa 3.000 sono civili. 2,3 milioni gli sfollati secondo i dati raccolti dall’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

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L’UNICEF dichiara che da marzo 2015 ogni giorno vengono uccisi o feriti in media sei bambini soprattutto nei governatorati di Taiz, Sanaa, Saada, Aden e Hajjah dove gli scontri sono più pesanti. 848 i piccoli di appena 10 anni reclutati per combattere.

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“I bambini stanno pagando il prezzo più alto di un conflitto non creato da loro. Sono stati uccisi o mutilati in tutto il Paese e non sono più al sicuro da nessuna parte. Per loro anche giocare o dormire è diventato pericoloso”. Dichiara Julien Harneis, rappresentante di Unicef nello Yemen

Data:

4 Aprile 2016