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RESTAURARE SOTT’ACQUA

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Nel 2001 l’UNESCO, a seguito di episodi sempre più frequenti di sciacallaggio del patrimonio culturale subacqueo, ha adottato una Convenzione le cui normative si occupano di evitarne lo sfruttamento per scambi economici e speculazione. Uno dei principi fondamentali enumerati in questa Convenzione riguarda la preferenza della protezione in situ dei beni archeologici collocati sul fondale, scelta dettata dal rispetto del contesto storico e conservativo.

Per questo motivo i restauratori, dopo il conseguimento del brevetto da sub, si sono dedicati alla

sperimentazione di nuovi metodi di intervento adatti al precipuo scopo di essere usati sott’acqua.

Particolarmente interessante risulta operare in località soggette al fenomeno del bradisismo in quanto è possibile imbattersi, anche a profondità non elevate, in vere e proprie città sommerse. Ad esempio, sono oggi sotto il livello del mare siti di grande importanza in epoca romana come Pozzuoli, celebre città commerciale, Baia, all’epoca famosa località residenziale e Miseno, sede della flotta militare.

Nel 2002 è stato istituito il parco archeologico sommerso di Baia, equiparato ad area marina protetta: i lavori terminati nel 2009 hanno riguardato la ricostruzione del ninfeo dell’imperatore Claudio, in cui archeologi e restauratori si sono impegnati nel ricreare le statue marmoree e l’ambiente della Via Herculanea affinchè fosse fruibile, una volta musealizzato, come sito di immersione subacquea. Come tecnica per riposizionare i basoli della strada nell’antica sede sono stati usati palloni di sollevamento e imbracature: sono stati poi ancorati alla malta originale del fondo stradale attraverso perni di acciaio inox.[1]

Un discorso diverso merita invece il restauro di un mosaico, sempre nel sito archeologico di Baia sommersa, situato in quella che doveva essere una villa marittima romana. In questo caso le tessere sono state ripulite con bisturi per assottigliare le incrostazioni e ricoperte da un geotessuto[2] al fine di eliminare l’irraggiamento solare e quindi lo sviluppo di organismi fotosintetici. In seguito, è stata tagliata una piccola porzione del rivestimento così da ricavare una sorta di “finestra” che consentisse la visione del pavimento durante le visite subacquee.[3]

Inoltre, è stata portata avanti una sperimentazione riguardante il tipo di malta idraulica da utilizzare per colmare eventuali lacune nei manufatti, allo scopo di delinearne le caratteristiche ottimali di resistenza al dilavamento e agli agenti biodeteriogeni. Poiché l’applicazione delle malte sott’acqua risulta un’operazione abbastanza complessa è stato necessario mettere a punto iniettori a pressione e sacche in tela idrorepellente.

Dal 1997 il NIAS (Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea), nato all’interno dell’Istituto Centrale del Restauro, si occupa della conservazione del patrimonio archeologico sui fondali, collaborando anche con le forze dell’ordine, in particolare i Carabinieri del Nucleo TPC, per intervenire su opere recuperate illecitamente dal mare.

Nell’ambito del progetto europeo BLUEMED, che ha lo scopo di valorizzare il patrimonio culturale

subacqueo del Mediterraneo, l’Università della Calabria si sta attualmente occupando di studiare dispositivi per produrre realtà aumentata nell’ambiente sottomarino e anche di progettare lo sviluppo di un innovativo tour virtuale dei siti sommersi affinchè questo interessante ambito non resti solamente appannaggio degli “addetti ai lavori”.


[1] http://www.icr.beniculturali.it/pagina.cfm?usz=5&uid=73&rid=77&rim=305

[2] Comunemente chiamato anche tessuto non tessuto (TNT), è uno strato filtrante e drenante, formato generalmente con non tessuti di fibre sintetiche imputrescibili.

[3] http://www.icr.beniculturali.it/pagina.cfm?usz=5&uid=67&rid=74&rim=290

Data:

7 Ottobre 2020