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RICORDANDO FRANZ KAFKA (1924 – 2024) I^ Parte

Benjamin e Kafka. Sull’ esperienza di Franz Kafka e Walter Benjamin nella crisi della modernità

“Per non parlare di quella terribile droga che consumiamo in solitudine”. (Benjamin)

“Fuggevole è solo l’oscurità dello spirito umano… la luce e l’ombra della goccia d’acqua”. (Janouch)

Walter Benjamin. Pienezza: infanzia berlinese

“Abdichi la tua lingua materna, perché abdichi al pianto, perché solo smettendo di piangere puoi scrivere.” (Benjamin)

“L’infanzia cambia, ma l’infanzia è un paese che non finisce mai, che non limita nulla.” (Benjamin)

Walter Benjamin

Nella sua malinconia di bambino, Walter Benjamin aveva sempre creduto di possedere la chiave del suo destino, poiché la forza dei suoi desideri era sempre posta un po’ più in là al di là di lui. Per questo sceglieva il silenzio e la solitudine e si nascondeva nei luoghi più segreti. Dietro le tende guardava il mondo degli adulti, quello di suo padre, con il telefono installato nel punto più remoto della casa e di sua madre, che, donandogli l’ultima carezza della giornata, lo salvava dalla solitudine che lo invadeva, lui, bambino solitario e malaticcio. Aveva fiducia che si sarebbe salvato, grazie alla presenza di quella madre benefica e salvatrice, che gli permetteva di elaborare quella strategia di salvezza, che lo faceva uscire dall’emergenza di ogni notte, e gli permetteva di abbandonarsi al sonno notturno senza paura.

Con quanta vividezza ricordava l’immagine di sua madre, che gli portava la cena nelle lunghe e improvvise convalescenze infantili… poi la morte non ebbe più potere su di lui, poiché, a casa della nonna, in via Blumenhof a Berlino. In quel paradiso borghese già scomparso, pensava che la morte e la sfortuna non avrebbero mai potuto regnare. Era convinto che per conoscere una città bisogna esserci cresciuti…questa per lui era Berlino, il luogo dove era nato e cresciuto.

Fin dall’infanzia, nella sua singolare ricerca della solitudine, la sua passione più persistente era stata quella di collezionare libri. Aveva sempre amato la letteratura per l’infanzia ed era affascinato dai bambini, nei loro aspetti enigmatici e inesauribili, dal mistero che li circondava, che non avrebbe saputo spiegare, ma che lo ha accompagnato fin dall’infanzia, in quei tratti dell’infanzia che non lo hanno mai abbandonato.

Nella sua infanzia, ciò che più riempiva la sua anima erano i libri per bambini, poiché era affascinato dal mondo dei libri per bambini. Era quello sguardo infantile, allo stesso tempo raffinato e acuto, uno sguardo metafisico, che gli permetteva di vedere il mistero che nasceva dietro le cose, di percepire la potenza di un pensiero che lo affascinava e lo costringeva ad approfondire la filosofica esperienza del mondo e della sua realtà.

Nella sua esperienza di lettore e poi di pensatore e flâneur che Benjamin sarà in seguito, c’era già tutto ciò che lui chiama “esperienza mistica”, che è fortemente presente nell’esperienza quotidiana: «Il lettore, il pensatore, l’attesa, il flâneur sono tipi di illuminati, così come l’oppiomane, il sognatore, l’ubriacone, e sono profani, per non parlare di quella terribile droga che consumiamo in solitudine: noi stessi».

Era convinto che la lettura contenga una forma di illuminazione profana, dovuta al processo occulto in essa contenuto, paragonabile all’esperienza mistica. Ha sempre voluto arrendersi all’unicità di un’opera, alla fantasia di un autore, alla tensione specifica che indica la collocazione storica e sociale che determina un’opera, a quelle costellazioni storiche che danno spessore a un’opera, a un autore, che sempre gli aveva offerto l’esperienza della pienezza e gli aveva richiesto un altissimo grado di concentrazione.

Nella sua natura malinconica si mescolava un tratto di gioia, una gioia solitaria e quasi selvaggia e fin da bambino aspirava a scrivere in modo assolutamente cristallino e puro, poiché pensava che “tra tutti i modi esistenti di procurarsi i libri, è considerato che il più illustre è scriverteli tu stesso. Nel suo pensiero metafisico, era sempre stato attratto dallo scrivere di argomenti letterari e artistici, ma anche di argomenti posti al confine tra letteratura e politica, alla ricerca dei dettagli, alla ricerca della perfezione che risiede – così gli sembrava – nella il dettaglio. e su scala più piccola. In modo acuto e appassionato, ha sempre lottato per raggiungere nei suoi pensieri e nel modo di esprimerli, una formulazione sempre più precisa che si avvicinasse alla perfezione.

Ci aveva sempre pensato e aveva sempre desiderato farlo, poiché voleva che la sua filosofia – quella che avrebbe sviluppato fin dalla giovinezza – si trasformasse in poesia, in quella filosofia narrativa che lo aveva accompagnato per tutta la vita, così che filosofia e poesia, e della riflessione, poesia e verità divennero una cosa sola. Si era sempre sentito attratto dal potere magico del mondo dei bambini, per quella parte della sua natura infantile alla quale non voleva mai rinunciare e per la gioia che gli procurava, anche se ciò gli impedì nella vita di penetrare non nei concetti, ma nella realtà della vita stessa.

Come le collezioni – di citazioni, di francobolli, di libri, di stampe, di giocattoli – di cui era appassionato, il lavoro della lettura è cumulativo e infinito, sempre incompleto. Come nelle collezioni, l’ordine è sempre minacciato, è sempre un risultato instabile e fragile. Per questo, nella sua vita scandita da spostamenti e viaggi, l’ordine lo ha sempre ossessionato. Tra gli episodi della sua infanzia berlinese, l’immagine dell’ordine gli riportava il ricordo di una felicità forse insolita, di una felicità libera dalle minacce che avevano sempre tormentato la sua coscienza.

Come nella sua infanzia, da ricercatore ha inseguito i segni della modernità, attraverso i paesaggi di Parigi, attraverso vetrine e collezioni, raccogliendo, come un collezionista, centinaia di citazioni, fotografie, progetti. In relazione a questa immagine della collezione, si potrebbe pensare che le sue opere evochino sempre la sensazione di qualcosa di incompiuto, che ciò che viene letto è un frammento scisso da un tutto ideale, che sostiene la sua esistenza come frammento e, allo stesso tempo, nella sua frammentazione, esprime ciò che non potrà mai essere colto come totalità, perché quella totalità è andata perduta.

Nella sua definizione di infanzia, gli sembrava che si potesse trovare una concezione particolare del tempo, una temporalità che si rivolge a ciò che è accaduto, senza poter proiettare la sua visione al futuro. A differenza della tradizione illuminista, che colloca l’importanza della storia nel futuro, la traccia che il presente ci rivela è nel passato. Sotto l’influenza della Kabala ebraica e del materialismo storico, fin dalla giovinezza aveva intrapreso una critica della modernità dal rifiuto di questa epoca nel mitico e religioso: pensava che nella modernità siamo sempre minacciati dalla barbarie, dalla catastrofe che ci circonda e ci assedia permanentemente.

In questo presente siamo sempre di fronte alla minaccia della scomparsa dell’ultimo testimone, dell’ultimo narratore, colui che può raccontarci ciò che la storia ufficiale ha dimenticato, come aveva sempre inteso fare. “Quando sono nato, i miei genitori pensavano che forse avrei potuto diventare uno scrittore. Sarebbe stato bello allora se nessuno si fosse accorto che ero ebreo. Per questo hanno aggiunto al mio nome due nomi molto insoliti. (…)”.

Tuttavia, quella che consideravano una possibilità remota finì per realizzarsi, solo che le loro precauzioni, che volevano sconfiggere il destino, furono messe fuori uso da colui al quale erano dirette – scriveva. Parlando della sua nascita, della sua infanzia, della sua vita e dei suoi amori, pensava che non sarebbe mai riuscito a capire, a dominare o semplicemente a trovare il posto giusto per lui, poiché sapeva fin dall’infanzia che il suo pensiero analitico non lo avrebbe collegato alla realtà, né la speranza lo avrebbe riscattato.

Attraverso il suo sguardo immutato e amorevole, in “Infanzia a Berlino intorno al 1900”, aveva percorso tutti gli angoli del suo mondo infantile, scrutando quel mondo immensamente poetico, con la stessa intensità con cui lo aveva vissuto, dove la sua natura malinconica – quella che lo ha sempre accompagnato – si mescolava alla gioia del ricordo. Per questo motivo, nel suo “Infanzia a Berlino intorno al 1900”, e in quel volume intitolato “Caratteri tedeschi”, da lui inteso come “un’arca che costruii quando cominciò a crescere il diluvio fascista”, voleva fare proprio questo: mentre il linguaggio diventava trasparente, nella sua aura segreta e invisibile, egli dava libero sfogo alla fantasia e ai ricordi, mentre in quell’altra opera, il “Trauerspiel”, voleva sottolineare e costruire il movimento dialettico del mondo dell’allegoria barocca a partire proprio da quella dialettica.

Più tardi Benjamin cercherà di equiparare questa dialettica metafisica e teologica alla metafisica materialistica, all’interno della quale esprimerà la sua concezione dialettica. Da questa concezione della storia, del dominio, del susseguirsi delle sconfitte del proletariato, è stata imposta una chiave interpretativa nella prospettiva di un insegnamento comunista: come insegnare la moralità? Da quale esperienza pedagogica? Con quale posizione religiosa? Quali libri?

Quali giocattoli dovrebbero accompagnare questa educazione per un presente pieno che abbia trovato giustizia nei confronti del passato? Ripercorrendo i suoi scritti dal 1913 al 1932, si trova in essi un’anticipata teoria della pedagogia degli oppressi, che rimane sempre di tremenda attualità. Nata dalla collaborazione e dall’esperienza pedagogica e teatrale con Asja Lacis, concepirono una nuova pedagogia, che promuovesse la coscienza di classe del proletariato.

In questo quadro, lo scenario del teatro pedagogico è un impegno a costruire, a partire dalla condizione stessa della classe proletaria, uno spettacolo sulla propria vita, come modo autentico di vivere il mondo. Esperienza ed esperimento sono la stessa cosa, in quanto si tratta di prendere coscienza della propria condizione. L’insegnamento che viene dato ai bambini poveri, ai figli dei lavoratori, è un capitolo di quella storia ufficiale, di quell’eredità culturale del vincitore.

L’alienazione aggiunge l’alienazione, nei giochi dei bambini, nei libri di fiabe, nella cultura: in tutto questo c’è il sigillo della classe dirigente. Pertanto, non bisogna insegnare ai bambini proletari il programma della borghesia. Ero arrivato a pensare – scrive – che l’educazione sia un’arte influenzata dal dominio esercitato dalla borghesia e dal capitalismo, dove le invenzioni che si aggiungono all’idea di progresso – tipica della storia dominante – come la stampa, il cinema e la fotografia, sono stati ridotti a semplice merce.

Ciò che conta, invece, è il carattere etico dell’azione, ed esso ha tale carattere non per più cause, ma perché scaturisce da un’unica intenzione etica. Lo scopo dell’educazione morale è la formazione della volontà etica, eppure non c’è niente di più inaccessibile di quella volontà etica, poiché, come tale, non costituisce una dimensione psicologica che possa essere trattata con certi mezzi. L’educazione morale è priva di sistema. Era convinto che l’insegnamento della morale sia ben lungi dal soddisfare un’esigenza pedagogica assoluta e si debba stabilire il passaggio verso una nuova didattica della storia, nella quale anche il presente deve trovare il suo posto storico-culturale.

Tuttavia, né nelle comunità studentesche né nell’istruzione era emerso questo spirito tolstoiano, che mostra l’abisso tra l’esistenza della borghesia e quella del proletariato, che sostiene l’idea che servire i poveri è una missione del genere umano e non un compito accessorio, quello spirito che era nato dalle idee più profonde degli anarchici e delle comunità monastiche cristiane, quello spirito veramente rigoroso del servizio sociale, che non ha bisogno di infantili tentativi di identificazione con la psiche del lavoratore.

Infine, il suo metodo è stato poetico e pedagogico, grazie alla sua sensibilità verso l’esperienza più strana, eccezionale, fortemente individuale. Il suo sguardo era frammentario, non perché avesse rinunciato all’insieme, ma perché lo cercava anche nei dettagli più invisibili. Costruire conoscenza da citazioni eccezionali e non solo da una serie di eventi simili è sempre stata la sua intenzione. Questa distanza, che l’immagine stabilisce e allo stesso tempo annulla, è filosofica e metodologica. In effetti, il suo metodo – il “metodo Benjamin” – era, come la strategia surrealista, un’approssimazione tra due registri che, ciascuno in sé, ha perso la sua verità, ma il cui contrasto stabilisce un significato. (Bianco G., Walter Benjamin, un cuore addolorato, Denkbild Plenitude; 2012: 85-92)

(Continua)

Data:

4 Luglio 2024
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