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RICORDANDO FRANZ KAFKA (1924 – 2024) – II^ Parte

Sulla nozione di esperienza nell’opera di Franz Kafka: la critica della modernità

Riflettendo sulla nozione di esperienza nell’opera di Franz Kafka, Benjamin descrive con pochi tratti la lotta tra il filosofo e lo scrittore. Le pagine di Kafka, infatti, gli offrono la forza della visione – e perfino della lungimiranza – per ascoltare l’assalto del tempo.

Non si tratta di caratterizzare Kafka o Benjamin come profeti del loro tempo, ma piuttosto di esplorare come nella loro esperienza del mondo fossero già percepibili i tratti distruttivi di una cultura che diventavano sempre più evidenti. Ciò che Benjamin scoprì ripercorrendo retrospettivamente i primi decenni del XX secolo fu la disumanizzazione della cultura e con essa quella del linguaggio, che veniva ormai mobilitato “al servizio della modificazione della realtà” e non “della sua descrizione” (Benjamin, 1989:170).

Ecco perché dichiara malinconico nell’introduzione del suo testo: «Sapevamo benissimo quale fosse l’esperienza: i vecchi l’avevano sempre trasmessa ai più giovani. In breve, con l’autorità dell’età, in proverbi; con loquacità, nei racconti come un racconto di paesi sconosciuti, accanto al caminetto, davanti ai figli e ai nipoti». (ibid.) Tuttavia, i racconti di antiche storie legate all’operosità e alla terra, alla vita e alla morte, e a tutto ciò che si trasmette di bocca in bocca, avevano perso completamente il loro significato pratico nella moderna società urbana.

Fin dalla giovinezza Benjamin si preoccupò dell’ingresso dell’infanzia nel sapere adulto, dell’insegnamento della morale e del ruolo della comunità studentesca abbandonata all’ubriachezza prima che arrivassero gli “…anni di scarsi impegni di idee e di idee mancanti di ispirazione …” (Benjamin, 1989: 41). Scritto all’età di ventun anni, con il tono rivoluzionario e libertario dei manifesti delle avanguardie artistiche che apparivano pubblicati contemporaneamente, “Esperienza” (1913) è un breve testo in cui Benjamin lancia un attacco contro la generazione dei genitori.

Così scrive Marthe Robert: “…senza fede né legge, o più precisamente, senza più legge che l’interesse dei loro affari, senza più fede di quella di cui avevano bisogno per sopravvivere proteggendo e, se possibile, aumentando il benessere e la ricchezza, che avevano appena vinto”. (Robert, 1993: 78)

Nel concepire il suo testo su Kafka, Benjamin era sempre stato colpito dalla tensione lacerante che esiste nella “Lettera al padre” di Kafka, per il particolare contrasto tra la figura paterna tirannica e il suo rapporto con il figlio, nel tentativo di dare una visione possibile risposta tra la condanna paterna e il senso di colpa del figlio. La sola presenza del padre suona come una cornice di accusa di inferiorità del figlio, ma la “Lettera al Padre” si chiude con un’altra ambiguità, che sottolinea il conflitto insolubile nel rapporto padre-figlio. Il figlio assume la parte del padre e così descrive il conflitto dalla sua prospettiva: “Ammetto che c’è stata una lotta tra noi, ma ci sono due modi di combattere: uno cavalleresco, dove si misurano le forze di due avversari autonomi (…) e c’è la lotta dell’insetto, che non solo morde, ma succhia il sangue per restare in vita (…)”. (Kafka, 1995: 70)

Ora è il figlio ad accusare il padre, esercitando un giudizio doloroso ma inevitabile: “È un processo infinito quello che qui si dibatte, dove non possiamo supporre (…) – scrive Beniamin – che l’accusa sia falsa. Kafka non dice mai che l’accusa è infondata”. Così, nell’analisi distanza-vicinanza Benjamin ha voluto aprire una finestra per decifrare l’enigmatico processo kafkiano.

L’accusa del figlio al padre appare chiara quando il figlio si confronta con il padre, trovandosi debole e inadeguato, nel suo tentativo di imitare e nella sua incapacità di sposarsi, che gli avrebbe permesso di essere come il padre, pur nel matrimonio fallito tentativo che non ha fatto. L’aspirazione del figlio alla felicità scompare. In questa analisi Benjamin vedeva anche il suo conflitto con il proprio padre, lontano e assente, dove l’aspetto educativo era esercitato esclusivamente dalla madre: è grazie alla presenza materna che i bambini evitano di entrare nella sfera della solitudine, per paura dell’ isolamento e dell’abbandono.

Tuttavia, si misurano e si confrontano con i loro anziani e così salvano la faccia. Ho sempre pensato – dichiara Beniamin -, che c’è qualcosa che nessuno potrà mai riprendersi: non essere scappato di casa. Dalle quarantotto ore di abbandono negli anni giovanili nasce il cristallo della felicità nella vita, una forma di indipendenza che Kafka raggiunse molto tardi e, in un certo modo, Benjamin raggiunse solo a 40 anni, negli anni 1929-1930. che determinò per lui l’inizio di una nuova vita, quella dell’individuo isolato e totalmente solo.

La storia dimostrerà qualche anno dopo che la disperazione dei figli di fronte a una tale eredità non era infondata: “…né i padri né le madri consideravano il germanesimo e l’ebraismo come aspirazioni incompatibili e, ancor meno, come forze nemiche” (Robert, 1993: 59); «senza sospettare che l’ebraismo prima o poi avrebbe pagato le spese dell’operazione». (ibid.: 60) La riflessione sull’esperienza come conoscenza acquisita nel tempo e poi trasmessa in parole, costituisce una delle costellazioni più inquietanti dell’opera e della vita di Benjamin. Per il giovane Benjamin l’esperienza nelle mani dell’adulto esprime la “mancanza dello spirito”.

Questa mancanza, che egli riscontra e che ritiene fondamentale per caratterizzare l’adulto, può essere spiegata con ciò che spiega il mondo dei mercanti della Praga di Kafka, che non potevano permettersi di avere opinioni, perché erano letteralmente “…senza fede. né legge, o più precisamente, senza più legge dell’interesse dei loro affari, senza più fede di quella di cui avevano bisogno per sopravvivere proteggendo e, se possibile, aumentando il benessere e la ricchezza che si erano appena guadagnati”. (Robert, 1993: 78)

Anche se è vero che Benjamin riconosce questa situazione come una realtà: «La sua convinzione, quella dell’adulto, è stata confermata: è vero che lo spirito non esiste» (Benjamin, 1989: 43)], l’idealismo della gioventù in cui ha formato il suo pensiero, ha riaffermato un’esperienza nuova, diversa, che paradossalmente ha convertito nel suo contenuto reale la ricerca insaziabile e difficile di ciò che non è sperimentabile, cioè della verità e della fedeltà: «Ripeto: noi conosciamo un’altra esperienza. Quella esperienza può essere ostile allo spirito e distrugge tanti sogni; però è il più bello, il più intoccabile, il più immediato, perché lo spirito non può mai mancare se si resta giovani». (ibid.: 43)

In una lettera inviata a Gerhard Scholem il 12 giugno 1938 si mostra quella che retrospettivamente si può definire la capacità ammonitrice degli scritti di Benjamin. Il filosofo ritaglia immagini dall’opera di Kafka e le applica alla realtà del suo tempo: ciò che intravede da un simile esercizio è l’ombra di due significativi crimini di guerra che chiuderanno la prima metà del XX secolo, a pochi anni dalla sua morte: omicidi di massa nei campi di concentramento e bomba atomica. Col tempo, sia Benjamin che Kafka prenderanno le distanze dalla violenza della loro ribellione e dalla radicalità delle loro dichiarazioni giovanili. Nei sette anni che separano ”La condanna” (1912) da ”Lettera al padre” (1919), lo scrittore ha trasformato quella che inizialmente sembrava una tragedia – il padre che condanna il figlio ad annegare – in una tragicommedia: anche il padre stesso non aveva avuto molte possibilità di respirare.

L’umorismo in Kafka

Deleuze riconobbe nell’umorismo il genere in cui inserire l’epistola e, con essa, tutta l’opera di Kafka. Citando una frase di Kafka tratta dai dialoghi tra lui e Gustave Janouch raccolti da quest’ultimo nel suo libro ”Conversazioni con Kafka”, Deleuze risignifica questa ribellione leggendola con ironia: “La ribellione contro il padre è una commedia, non una tragedia”. (Deleuze, Guattari, 1978: 21). Ciò che Deleuze rivela dietro quell’Edipo deforme che Kafka disegna non è in realtà il padre che provoca terrore, ma l’immagine stessa della famiglia, poiché il “triangolo familiare troppo ben formato non era altro che un conduttore di carichi di natura molto diversa, che il bambino non manca mai di scoprire al di là del padre, in se stesso”. (Deleuze, 1978: 23). Più che un’amara lamentela che Franz rivolge al padre, la lettera va allora letta come una caricatura allargata, deformata e grottesca del complesso di Edipo, sintomo che non molto tempo fa la psicoanalisi aveva incluso nel suo inventario dell’inconscio.

I tratti sinistri di Hermann Kafka, o per dirla con Benjamin, la mancanza di spirito dell’adulto che vuole a tutti i costi distruggere l’esperienza giovanile, non appartenevano veramente a lui, ma a una cultura in cui sia padre che figlio, erano immersi, condividendo una situazione di innocenza e comune desolazione allo stesso tempo. Per questo Kafka avverte il padre all’inizio della lettera: “Ritengo corretta questa tua abituale interpretazione delle cose solo nella misura in cui credo anche che tu sia del tutto innocente del nostro allontanamento. Ma allo stesso modo sono del tutto innocente”. (Kafka, 1995: 21)

Ciò spiegherebbe perché Kafka abbia intitolato la sua opera ”Tentativi di fuga dalla sfera paterna”, e che in realtà non abbia mai voluto realizzare una simile fuga in modo pratico: “Quello che volevo era vivere nella sua sfera – ma escluso.” (Bataille, 1977: 116) La tentazione di fuggire resterà sempre in Kafka un mero impulso, poiché, come dice lo stesso Bataille, le evasioni di Kafka sono evasioni che vogliono fallire, nella volontà di restare ai margini. Per questo motivo, nell’opera di Kafka “…i giudici, gli ispettori, i burocrati, non sono sostituti del padre, piuttosto il padre è colui che condensa tutte quelle forze alle quali lui stesso si sottomette e chiede al figlio di sottomettersi”.

Questo è ciò che Benjamín nota nel suo testo “Esperienza”: “Combattiamo la nostra lotta di responsabilità contro una persona mascherata. La maschera dell’adulto si chiama ‘esperienza’. È inespressiva, impenetrabile, sempre la stessa; quell’adulto ha già sperimentato tutto: la giovinezza, gli ideali, le speranze, le donne. Ci siamo sentiti spesso intimiditi o amareggiati. Forse quell’adulto ha ragione. Cosa possiamo dirgli? Non abbiamo ancora sperimentato nulla”. (Benjamin, 1989: 41)

(Continua)

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La prima parte al link : https://www.internationalwebpost.org/ricordando-franz-kafka-1924-2024-i-parte/

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Data:

11 Luglio 2024

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