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RILEGGENDO POESIA – FRANCESCA MAZZOTTA

cms_33398/poesia.jpgIl numero 355 di poesia, nel gennaio 2020, ci presentava Francesca Mazzotta con queste brevi note biografiche: Francesca Mazzotta è nata a Firenze nel 1992. Laureata in Italianistica (2017) all’Università di Bologna, con una tesi comparativa sul poemetto novecentesco, ed attualmente dottoranda presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si occupa della linea poetica lombarda nel secondo Novecento. Ha vinto i premi Certamen (2012), Il Violani Landi (2015) e il premio InediTO, mediante il quale ha pubblicato il suo primo libro di poesie, Reduci o redenti (CartaCanta editore 2016), nonché il premio Solstizio per l’opera prima (2018). Nel 2018 ha pubblicato il prosimetro Umbratile (Origini Edizioni), scritto a quattro mani con Luca Saracino. Ha lavorato come editor presso la casa editrice fiorentina Mandragora, occupandosi di redazione, traduzioni dall’inglese e creazione di web content.

Suoi testi poetici, recensioni e saggi sono comparsi su blog come Perigeion, MediumPoesia, formavera e riviste come «Poesia», «Atelier», «Poesia del Nostro Tempo», «Nazione Indiana», «Nuovi Argomenti», «L’Ulisse», «Paragone Letteratura».

cms_33398/1_Francesca_Mazzotta_.jpgNote biografiche che non si discostato molto da quanto pubblicato da www.poesiadelnostrotempo.it.

Il titolo dell’articolo, Gli eroi sono partiti ed era autunno (uno splendido endecasillabo, NdA), sarebbe poi diventata una raccolta pubblicata da Passigli. Quello che colpisce immediatamente in Francesca Mazzotta è la versificazione, opinione evidentemente non solo nostra, dal momento che il sito https://www.atelierpoesia.it ha pubblicato una sua intervista il cui incipit è illuminante. “D) Una delle più evidenti differenze tra il tuo ultimo libro edito da Passigli, Gli eroi sono partiti, e il tuo primo libro Reduci o redenti uscito per CartaCanta nel 2016, è l’uso massiccio e quasi ossessivo di una versificazione tradizionale; settenari, novenari e soprattutto endecasillabi la fanno da padrone. È rito e ritmo […] misura che cadenza la paura si legge in un testo. La versificazione tradizionale ha questa funziona rassicurante o invece è sintomo del tragico, della paura della notte che pervade questa tua raccolta? R) 1.1. La versificazione tradizionale funziona come un pendolo. Ricorrendo a essa vorrei vivificarne la potenza oscillatoria, la virtù di sapersi destreggiare tra due estremi precisi, a suon di accenti e formule sonore – ovvero di inciampi, extrasistoli: il verso è tradizionale perché risuona dentro il nostro cuore. Il verso tradizionale risuona nel nostro cuore perché è un corpo che, mentre torna a oscillare (in altri luoghi e tempi), varia senza variare.1.2. La versificazione tradizionale funziona, in alternativa, come: Un nascondiglio. Un’ipnosi. Una formula apotropaica. Non ne ho idea. D)Parzialmente contraddicendomi rispetto alla prima domanda, la prosa apre e chiude questo libro. Di più, la prosa (e con prosa qui intendo, oltre all’aspetto formale, anche tutto il portato non strettamente lirico di quello che si chiama narrazione) sembra infiltrarsi sempre di più nei testi in versi. La prima parte della seconda sezione, Lava, assume la forma di un poema in lasse legate per coblas capfinidas, raccontando una storia. Come vedi questo rapporto fra versi e prosa? R) Poesia e prosa, senza che ne fossi del tutto consapevole nell’atto della scrittura, si sono contagiate in un crescendo. L’«infiltrazione» della seconda corrisponde nella mia percezione al disserrarsi della voce sincera che è, insieme, aumento della frequenza cardiaca, potenziamento del tono e dunque anche della temperatura corporea, terrena, della parola – che si arroventa, diventa magma. Fuoriesce. L’incatenamento a coblas capfinidas di Lava è, in effetti, messo in moto da un desiderio di narrrazione. Di più: da un desiderio di vincere la notte, la morte, a forza di racconto. Questo desiderio richiama il totem-matrioska che un po’ mi ossessiona, i mille e uno scrigno di Shah.” Certo, non possiamo pubblicare l’intervista integrale, ma siamo convinti che queste affermazioni di Francesca Mazzotta sottendano una consapevolezza e una bravura non comuni. Pubblichiamo una sua poesia: i nostri lettori – ne siamo certi – potranno amare i suoi versi.

FALENE

Mi vorrai sempre bene è la domanda
che ti rivolgo spesso sottovoce
se Palinuro cadi dentro il sonno
né so chi sono né sono al sicuro
è rito e ritmo, ovvero solamente
misura che cadenza la paura:
andare avantindietro per la stanza
e circumnavigare il tuo respiro
ma i mari sono secchi mentre dormi
– zecca mi abbevero sulla tua pelle
rimane esangue un petalo cosparso
di falene. Adesso sii sincero
mi vorrai sempre bene?

Data:

4 Febbraio 2024