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RITORNO AL PASSATO: MUSICA SANA IN CORPORE SANO

L’utilizzo della musica come strumento terapeutico ha origini molto antiche: nella preistoria suoni, canti e danze avevano un ruolo essenziale nei vari rituali di guarigione. Gli uomini primitivi credevano che la malattia fosse causata da uno spirito maligno, e che la musica, entrando in contatto con esso, potesse scacciarlo attraverso l’uso di formule magiche che prevedevano canti e danze. Nell’antica Grecia si riteneva che la musica inducesse particolari effetti sull’animo e sulle facoltà volitive dell’uomo, e che tali effetti fossero diversi a seconda del tipo di ritmo, del tipo di melodia e delle modalità di esecuzione. Nacque proprio da questa concezione la dottrina dell’ethos musicale, secondo la quale si stabilì che l’azione della musica era fondamentalmente di tre tipi: ethos energico qualora stimolasse un atto di volontà, ethos snervante qualora paralizzasse la volontà, ed ethos estasiante qualora provocasse uno stato di ebbrezza e di estasi.

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La teoria dell’ethos pervadeva completamente la concezione greca della musica: si pensava che quest’ultima agisse non solo sulla psiche ma anche sul corpo fisico. Non erano inusuali, infatti, prescrizioni terapeutiche di particolari melodie per guarire la sciatica o altri disturbi del corpo. Un’ulteriore testimonianza che ci permette di comprendere quale fosse l’enorme potere attribuito alla musica dai Greci, ci viene fornita da miti come quello del poeta e musico Orfeo, che con il suo canto e i suoi versi riusciva a commuovere gli uomini e ad ammansire animali pericolosi e mostri infernali. Secondo la leggenda, il suo canto potè addirittura vincere l’invincibile per eccellenza: la morte.

Narra il celeberrimo mito (più volte immortalato in ogni tempo e in ogni ambito artistico) che Orfeo scese nell’Ade per riportare la sua defunta Euridice nel mondo dei vivi. “Purtroppo ciò che sarebbe stato concesso alla musica rimase inaccessibile alla debolezza degli esseri umani ed Euridice venne inghiottita di nuovo dalle tenebre degli Inferi (Cimagalli-Carrozzo).

Anche la Bibbia riporta una testimonianza a favore dell’uso terapeutico del suono. Recita così un versetto del profeta Samuele:

E così ogni qualvolta il cattivo spirito venuto da Dio investiva Saul, Davide prendeva la cetra e si metteva a suonare, Saul si calmava e stava meglio poiché lo spirito cattivo si ritirava e lo lasciava in pace”(Samuele1-16,63)

Nel Medio Evo Boezio (600 d.C. circa) incluse nel suo trattato “De Institutione Musica” un capitolo sul potere di guarigione della musica. Questo trattato conobbe una vasta diffusione in Europa, e venne inserito nel programma di studi degli allievi di medicina. Sempre nel Medio Evo i monaci potenziarono il connubio musica-medicina servendosi, nell’assistenza di malati e bisognosi, di composizioni musicali a cui attribuivano poteri terapeutici. Molto utilizzate furono quelle composte da Notker Balbulus, abate, poeta e compositore tedesco vissuto nel IX secolo.

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Anche se il potere della musica è noto da millenni, l’idea di una musicoterapia strutturata nacque solo durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando negli ospedali per i veterani furono ricoverati un gran numero di soldati feriti: proprio in quelle circostanze si scoprì che la musica poteva alleviare il loro dolore, la loro sofferenza e perfino migliorare alcune risposte fisiologiche (pulsazioni, pressione ematica, ecc…). Così i medici iniziarono ad invitare musicisti affinché suonassero per i pazienti. Nonostante i buoni risultati, presto risultò evidente che entusiasmo e generosità non bastavano ed era necessaria una seriaformazione professionale da parte di chi somministrava la musica.

Il primo programma ufficiale di musicoterapia fu istituito nel 1944 presso la Michigan State University, e durante gli anni 60’ Paul Nordoff e Clive Robbins iniziarono a sviluppare un metodo di lavoro (musicoterapia creativa) con bambini affetti da handicap diversi. Nello stesso periodo la musicoterapia si diffuse anche in Europa attraverso il lavoro pionieristico di Juliette Alvin (terapia della libera improvvisazione), di Mary Priestley (musicoterapia analitica) in Inghilterra, e di Edith Lecourt in Francia.

Attualmente la cura con i suoni viene concepita come disciplina volta soprattutto all’handicap e si prefigge la costruzione di relazioni comunicative a scopo terapeutico attraverso l’impiego di due distinti elementi:

  • 1. la relazione – che si sviluppa mediante l’uso di attività musicale e di altre pratiche espressive;
  • 2. la musica – che serve a realizzare una forma di comunicazione non verbale.

cms_32983/K.jpegSecondo il terapeuta statunitense contemporaneo K. Bruscia: “La musicoterapia è un processo interpersonale in cui il terapeuta usa la musica e tutti i suoi aspetti -fisici, emotivi, mentali, sociali, estetici, e spirituali- per aiutare il paziente a migliorare, recuperare o mantenere la salute. In alcuni casi, i bisogni del paziente sono indagati direttamente attraverso gli elementi della musica; in altri essi sono analizzati attraverso i rapporti interpersonali che si sviluppano tra paziente e terapeuta o gruppo. La musica usata in terapia può essere direttamente creata dal terapeuta o dal paziente, o può trarre spunto dai vari stili e periodi della letteratura esistente”

Dalle affermazioni di Bruscia, quindi, risulta evidente l’importanza che riveste la relazione empatica tra operatore e paziente, al di là del semplice fatto musicale, anche se quest’ultimo risulta essere molto importante in quanto capace di arrivare fin nel profondo di ogni essere umano. Il musicoterapista, quindi, oltre ad avere una solida preparazione tecnica, deve possedere particolari doti umane che gli consentano di entrare in comunicazione col paziente, al fine di dialogare amorevolmente con lui e non soltanto con la musica.

Al di là di come si pianifica un lavoro terapeutico per persone malate, il problema, secondo me, è che la musicoterapia dovrebbe essere largamente utilizzata, come routine, anche per le persone mediamente sane e comunque definite “normali”. La musica diverrebbe così un indispensabile ausilio alla medicina tradizionale per ristabilire l’equilibrio psico-corporeo.

cms_32983/3.jpgSarebbe auspicabile, quindi, una sistematica diffusione ed educazione verso un tipo di musica fisiologica, cioè adatta alle frequenze e ai ritmi del nostro corpo. Ho già scritto in articoli precedenti riguardo alle frequenze solfeggio. Siamo parte dell’universo, creati secondo leggi comuni a tutto ciò che ci circonda. Da troppo tempo (in particolare negli ultimi cinquanta anni) siamo bombardati da una tipologia di musica patologizzante, in grado di compromettere seriamente i nostri delicati equilibri fisici e psicologici, a livello più o meno dannoso. Non è fantasia, ma pura realtà scientificamente provabile. Di sicuro, considerata la serietà dell’argomento, non se ne parla abbastanza e forse questo è anche voluto.

L’utilizzo di una musica “sana” e rispondente ai criteri delle vibrazioni dell’universo e del mondo della vita, è divenuto improrogabile.

Facciamo informazione ed educazione anche nell’ambito del mondo dei suoni secondo natura e di ciò che per noi umani è più salutare.

Gli antichi conoscevano molto bene il potere dei suoni e non erano sicuramente né sciocchi, né sprovveduti.

Abbiamo bisogno di un ritorno al passato.

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Data:

1 Gennaio 2024