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Roma cambia nome a vie intitolate a firmatari Manifesto razza

Roma cambia nome a vie intitolate a firmatari Manifesto razza

La città di Roma cancella dalla sua toponomastica i nomi di due firmatari del Manifesto della razza, a cui erano precedentemente intitolate tre strade. I tre nuovi intestatari sono scienziati, tra cui due donne, che si opposero e furono vittime di discriminazioni razziali durante il regime fascista. Nel Municipio XIV via Donaggio diventa ora via Mario Carrara, largo Donaggio diventa largo Nella Mortara, mentre nel IX Municipio via Zavattari si chiamerà via Enrica Calabresi.

“Oggi noi stiamo scrivendo un pezzetto di storia di Roma e soprattutto la state scrivendo voi studenti, che avete contribuito a scegliere il nome di tre strade a Roma che rimarranno per sempre’’, ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi nel corso della cerimonia, alla presenza della presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, Lea Polgar, che da bambina fu espulsa da scuola per effetto delle leggi razziali.

“Il contributo di ciascuno di noi è fondamentale per scrivere le pagine della nostra storia – ha aggiunto Raggi -Dobbiamo imparare a capire il valore delle nostre azioni. Con questo atto, che io definisco storico, voi ragazzi avete fatto una scelta di campo netta e importante in un periodo storico come questo, in cui stanno rivivendo scintille di odio razziale. Dobbiamo rimanere vigili, come sentinelle, e fare da argine alla riproposizione degli errori del passato. Nessuno pensi che voltarsi dall’altra parte significhi rimanere neutri. Anche l’indifferenza è una scelta. E indispensabile capire oggi quanto sia stato facile allora scivolare in un regime di violenza, nel fascismo, nell’indifferenza di quanti si sono voltati dall’altra parte”.

“Stiamo vivendo un momento storico” ha detto Noemi Di Segni nel corso della cerimonia. “A Roma sta avvenendo questo mentre in queste ore in altre città, come Verona, si sta confermando la strada intitolata ad Almirante. Da diversi mesi stiamo cercando di far ragionare questa città ma non è stato accolto, Roma ha intrapreso un altro percorso che oggi celebriamo insieme’’, ha aggiunto.

“Vi porto il saluto delle 21 comunità ebraiche italiane – ha detto poi Di Segni rivolgendosi agli studenti – La storia che oggi ricordiamo è stata vissuta pochi decenni fa. Non avete nelle vostre materie una materia che si chiama libertà, che non bisogna mai dare per scontata. Voi oggi potete scegliere come vivere, cosa diventare, viaggiare è qualcosa che negli anni del fascismo è stato negato a molti. Dalle parole di odio dette o ignorate si è passati alle armi. Pochi hanno resistito al percorso di decadenza umana e hanno deciso di dare alla storia che vivevano un significato diverso e hanno combattuto per la libertà di tutti noi’’.

Carabiniere ucciso, processo al via il 26 febbraio

Inizierà il 26 febbraio prossimo, davanti alla prima Corte di Assise di Roma, il processo a Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjort, i due americani in carcere a Regina Coeli per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Lo ha deciso il gip di Roma Chiara Gallo che accogliendo la richiesta della Procura ha disposto il giudizio immediato. I due americani sono accusati di concorso in omicidio, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale.

Cerciello venne ucciso la notte del 26 luglio con 11 coltellate nell’aggressione nel quartiere Prati a poche centinaia di metri dall’hotel Le Meridien dove i due americani alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano portato via a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ’cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. All’appuntamento però si presentarono i due carabinieri e Cerciello morì sotto le coltellate inferte da Elder.

Omicidio Loris, confermata condanna a 30 anni per la madre

E’ definitiva la condanna a trent’anni di carcere per Veronica Panarello accusata dell’omicidio del figlio Loris Stival ucciso cinque anni fa, il 29 novembre 2014, a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa. I giudici della prima sezione penale della Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa della donna.

Il corpo del bambino, strangolato con delle fascette di plastica, venne ritrovato in un canalone. Veronica Panarello il 17 ottobre del 2016 era stata condannata in primo grado a trent’anni di carcere per omicidio e occultamento di cadavere. Pena confermata il 5 luglio del 2018 dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Catania. Con la pronuncia dei giudici della Suprema Corte la condanna per la donna, detenuta nel carcere di Torino, diventa definitiva.

“Davide Stival aspettava questo momento, nella sua voce non ho sentito né sorpresa né soddisfazione. Semplicemente è il momento finale di una vicenda durata cinque anni: una liberazione da un peso, la certezza che a commettere questo orrendo delitto è stata la madre di Loris”, ha detto l’avvocato Daniele Scrofani, legale di Davide Stival, padre di Loris.

Cade acquasantiera, muore bambina

Una bambina di 7 anni è morta a causa di un’acquasantiera che le è caduta addosso. L’incidente è avvenuto nel pomeriggio nella chiesa dell’Educandato Statale Collegio Uccellis di Udine.
Secondo le prime ricostruzioni degli investigatori, la piccola si sarebbe appesa al pesante manufatto, che avrebbe ceduto travolgendola. Vani purtroppo i soccorsi. La bambina, che ha riportato gravi ferite ed è stata immediatamente trasferita all’ospedale di Udine, è deceduta. Sul posto, oltre al personale sanitario, sono intervenuti i carabinieri del comando provinciale di Udine Norm coadiuvati dal nucleo investigativo, che hanno provveduto a porre sotto sequestro l’area.

Violenta moglie con un gruppo di amici, arrestato 40enne

Un uomo è stato arrestato in provincia di Lecco, con l’accusa di aver violentato la moglie assieme ad alcuni amici e di aver picchiato uno dei figli. L’uomo, un 40enne, è stato arrestato dai carabinieri. L’inchiesta è stata avviata a seguito della denuncia della donna, dalla quale l’uomo si era separato da poco. Sul caso sono in corso le indagini della procura di Lecco e del tribunale dei minorenni di Milano.

Le indagini condotte dai carabinieri di Colico hanno fatto emergere elementi di responsabilità a carico dell’uomo che, tra novembre 2016 e gennaio 2017, avrebbe costretto la moglie convivente a subire diversi episodi di violenze sessuali di gruppo, a cui lo stesso partecipava. L’uomo è inoltre accusato di aver protratto, dal 2007 al 2019, maltrattamenti in famiglia, consistenti in particolare in violenze verbali, fisiche e psicologiche, nei confronti della moglie, e verbali e psicologiche nei confronti di una figlia minorenne.

Sono ancora in corso le indagini da parte dei militari per individuare gli altri responsabili della violenza di gruppo. L’arrestato si trova nel carcere di Milano San Vittore, con l’accusa di violenza sessuale di gruppo e maltrattamenti in famiglia.

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22 Novembre 2019