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Roma. Individuato probabilmente il Santuario di Marte

cms_4880/foto_2.jpgEh sì perché la storia di Roma è fatta di usi e riusi, di un multistrato architettonico che la rende scrigno prezioso di antiche opere. Ogni chiesa ha la sua cripta, segreto mistico, coacervo di tradizione e sacralità.Del Parco Regionale fanno parte 40 ettari di Valle della Caffarella, annessi a seguito di un esproprio eseguito nel 2005 che però lasciò ben 11 ettari in “detenzione precaria” ai vecchi proprietari.In questa superficie, non si sa bene dove, potrebbe celarsi un sito “sigillato”: il Santuario di Marte.“La Valle dell’Almone è strettamente legata alle origini di Roma – spiega l’archeologia Rachele Dubbini – perché ospitava uno dei culti più antichi, quello di Marte, il cui santuario è stato cercato e ricercato sin dalla ripresa degli studi umanistici nel 500”.Finora nessuno lo ha mai trovato, anche se, negli anni ‘70, durante i lavori per realizzare il condotto della Caffarella, si rinvennero delle strutture di epoca Repubblicana che tuttavia non furono identificate. “La sovrintendenza fece questi scavi in grande emergenza e quindi fu costretta a ricoprire tutto. Queste strutture – precisa l’archeologa – si trovano esattamente nello spazio utilizzato come parcheggio dal proprietario di un concessionario, che ha anche un’attività di ‘sfasciacarrozze’. Al di sotto di questi rottami potrebbe esserci il Santuario di Marte”. Abbandonato già nell’antichità, il tempio potrebbe contenere ancora “tutti i materiali relativi alle fasi più antiche”. Da qui il termine “sigillato”.

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Siamo tra l’area umida dell’Acquataccio e il laghetto della Caffarella, dal grande valore naturalistico, in prossimità di due preziose chiese: “Domine Quo Vadis” e “Sepolcro di Geta”.Rendere ai romani il Tempio del dio, alla luce della leggenda che lo vuole sposo di Rea Silvia, è ancor più doveroso, affermandosi, almeno per i cultori della mitologia, quale padre dei gemelli che Amulio, zio della sacerdotessa, gettò nel Tevere, per paura che potessero un giorno strappargli il trono. Ma una lupa li trasse in salvo, divenendo sacra al dio, considerato il padre del popolo, tanto che i romani solevano chiamarsi tra loro “Figli di Marte”. Lo vollero inciso su gran parte della monetazione col titolo di Marti conservatori (protettore), Marti patri (padre), Mars Ultor (vendicatore), Marti pacifico (portatore di pace), Marti propugnatori (difensore), Mars Victor (vincitore).

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Protettore della guerra, del tuono, ma anche della fertilità, insieme a Giove e a Quirino, componeva un’arcaica triade che garantiva e rappresentava, sul piano divino, lo Stato romano. A lui erano dedicati i mesi di marzo ed ottobre con le feste primaverili di Equiria, Quinquatria e Tubilustrium ed autunnali di Meditrinalia e di Equus October, periodi dedicati rispettivamente alla degustazione rituale del vino nuovo e al sacrificio del “Cavallo Ottobre” nell’area del Campo Marzio, ove oggi sorgono l’Ara Pacis, il Mausoleo di Augusto, le chiese di Sant’Antonio e Santa Maria della Concezione, solo per citarne alcune.Le testimonianze giunte sino a noi parlano di un Tempio risalente al sec. IV a. C., fuori Porta Capena, proprio sulla via Appia, area sacra dedicata, per tradizione, alla guerra. Qui si decretavano i trionfi ai generali vittoriosi, da qui partivano i governatori delle province per le sedi loro destinate.

Data:

9 Novembre 2016