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Salvini: “Lunedì il premier”

Salvini: “Lunedì il premier”

cms_9243/MatteoSalvini_intervista_fg.jpg“Entro domani vedo Di Maio. L’obiettivo è quello” di andare lunedì al Quirinale con il nome del premier, “ma devo ancora sentirlo”. E’ quanto ha detto Matteo Salvini, leader della Lega, a margine della visita di un gazebo a Milano. “Il premier della coalizione M5S-Lega sarà una figura che vada bene a entrambi con un’esperienza professionale incontestabile e che condivida e abbia contribuito alla stesura del programma”. In ogni caso, precisa, è “chiaro” che non sarà né Salvini né Di Maio. “Le idee” sul nome del prossimo presidente del Consiglio “le abbiamo” ma, conclude, “per rispetto lo facciamo prima al presidente della Repubblica”. Il centrodestra “è più vivo che mai, granitico“. A chi gli chiedeva se Silvio Berlusconi farà il premier Salvini ha risposto che “se si tornerà a votare, si candiderà premier, ognuno ha le sue ambizioni. Ma gli italiani hanno già votato il 4 marzo”. E con la leader di Fdi, Giorgia Meloni, “ho parlato tanto e parlerò ancora”, conclude.

Di Maio: “Reddito cittadinanza non ha limite di 2 anni”

cms_9243/diMaio_Fg.jpgIl limite di due anni del reddito di cittadinanza, contenuto nel contratto di governo, “è un’interpretazione totalmente sbagliata. Quella cosa lì non riguarda l’erogazione del reddito, ma le proposte di lavoro”. Lo assicura Luigi Di Maio, da Imola, in diretta Facebook: “Il reddito di cittadinanza si dà alle persone che hanno perso il lavoro per formarsi e ricevere tre proposte di lavoro dal Centro per l’impiego. Se non accetta nessuna di queste tre proposte perde il reddito di cittadinanza. La misura serve a questo non a far stare sul divano qualcuno senza far nulla”. “Ma se c’è un furbo nel centro per l’impiego che la prima proposta la fa dopo due anni, la seconda dopo cinque anni e la terza dopo nove anni, io ho per nove anni il reddito di cittadinanza. Quindi abbiamo messo un limite temporale non al reddito ma alle tre proposte di lavoro da proporre a colui che prende il reddito in modo tale che quest’ultimo deve accettare il lavoro ed entrare nel mondo del lavoro”, aggiunge Di Maio.

“Non so se personalmente andrò a fare il presidente del Consiglio o entrerò nella squadra di governo, ma di certo ho portato al governo del Paese il nostro vero leader che è il programma di governo Cinque Stelle“. “Ormai ci siamo – aggiunge – da lunedì o martedì spero di poter sostenere i nostri candidati sindaci dal governo del Paese“. Con il governo che stiamo provando a fare finalmente “la smettiamo con quelli che entrano lì dentro e dicono ’ghe pensi mi’“. “Ci stiamo andando a riprendere i nostri diritti, i diritti sociali”, afferma. “Quello che abbiamo fato ieri è una cosa che si studierà sui libri di storia tra 20, 30 anni – sottolinea il leader Cinque Stelle -. Sono stati 80 lunghi giorni in cui abbiamo cambiato il metodo di formazione dei governi, prima si faceva in pochi giorni: ci si accordava su ministeri e viceministri e si lasciavano da parte i cittadini”. “Abbiamo imposto prima i temi e poi il chi dovesse eseguire questi temi”, conclude Di Maio.

Pd, tutto congelato

cms_9243/pd_telecamere_partito_afp.jpgIl Pd congela il suo dibattito interno, rimanda le scelte sulla leadership ad una nuova Assemblea da convocare probabilmente entro metà luglio, dopo i ballottaggi delle amministrative, e formalmente evita spaccature. Ma, in realtà, i dem archiviano l’Assemblea di oggi con una difficoltosa intesa raggiunta dopo una giornata di tensioni e polemiche tra le varie anime del partito.

Alla fine, il parlamentino dem ha approvato la relazione del reggente Maurizio Martina (che rimane in carica fino alla convocazione del Congresso) con 294 sì, 8 astenuti e nessun contrario. Ma al momento del voto la platea era semivuota, rispetto agli 829 delegati registrati al mattino per votare, segno di una presa di distanza dei delegati dai lavori trasversale rispetto ai giochi correntizi.

L’avvio stesso dell’Asseblea, con due ore di ritardo, aveva dato il segnale di una riunione sofferta, alla quale i dem si erano presentati spaccati rispetto al programma originario: elezione del segretario e convocazione del Congresso. Una spaccatura che si era concretizzata in due Odg, uno dell’area Martina per eleggere subito il segretario e l’altra dei renziani (“aveva oltre 400 firme”, dirà dopo Andrea Marcucci) per convocare subito il Congresso. Per tutta la mattina, il braccio di ferro tra le i contendenti è andato avanti con forzature da ambo le parti. Compresa la possibilità, messa in campo da Renzi, di ritirare le sue dimissioni.

In questo contesto, Matteo Orfini ha annunciato la mediazione: un voto per rinviare ogni decisione, mentre dalla platea partivano una serie di fischi e ’buuuu’. La proposta del presidente del Pd è passata con 397 sì, a prima vista un trionfo per i renziani che, di fatto, hanno portato a casa il ’congelamento’ delle dimissioni del segretario. In realtà, l’odg è stato approvato grazie ad un accordo trasversale tra renziani e franceschiniani cui alla fine non ha preso parte l’area Orlando.

“L’era Renzi è finita”, ha esultato l’area Martina, puntando sul fatto che introducendo il voto Orfini avesse ricordato che quelle di Renzi erano state presentate dimissioni “irrevocabili”. Poi, in un crescendo, nel suo intervento Martina ha scandito “se tocca a me, tocca a me”, rivendicando autonomia e pienezza di poteri. Un passaggio che avrebbe fatto infuriare Renzi; sicuramente i renziani che hanno minacciato di non votare la relazione o di far mancare il numero legale.

“Io, Maurizio, avrei concluso diversamente, rispettando le altre sensibilità”, ha poi rimproverato Marcucci al reggente lamentando il fatto che “si è chiesta unità e responsabilità ma non c’è stata da parte di tutti”. Alla fine, tra mille difficoltà, l’accordo è riuscito ad arrivare in porto. “Abbiamo evitato divisioni. Unità e pace interna raggiunti, un risultato importante”, ha spiegato Renzi. “Faremo presto il Congresso per rilanciare il centrosinistra di governo. Ora fiducia a Martina”, ha scritto Gentiloni su Twitter. Appuntamento a luglio, per una nuova Assemblea che si annuncia però carica di tutte le contraddizioni tra i dem.

Enti locali, tasse bloccate ma beffa tariffe

cms_9243/trenord_sciopero5_fg.jpgDal 2015 – da quando cioè le Regioni e gli enti locali non possano più aumentare le tasse locali – le tariffe dei servizi pubblici erogati dagli enti locali sono aumentate del 5,6 per cento, vale a dire oltre 3 volte la crescita dell’inflazione. Lo segnala la Cgia portando ad esempio le principali tariffe amministrative applicate dai comuni (certificati di nascita, matrimonio/morte) che tra il 2015 e i primi 4 mesi di quest’anno sono aumentate addirittura dell’88,3 per cento. Quelle applicate dalle società controllate da questi enti territoriali per la fornitura dell’acqua, invece, hanno subito un incremento del 13,9 per cento, quelle della scuola dell’infanzia del 5,1 per cento, le mense scolastiche del 4,5 per cento, il trasporto urbano del 2 per cento e i rifiuti dell’1,7 per cento. L’inflazione, invece, sempre in questo periodo è salita solo dell’1,7 per cento.

Dopo il blocco delle tasse locali imposto dal governo Renzi, sottolinea l’associazione, molti amministratori si sono ’difesi’ rincarando le tariffe e/o riducendo la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini. E a conferma della bassa qualità dei servizi pubblici offerti dalla pubblica amministrazione la Cgia porta i risultati emersi da un’indagine elaborata l’anno scorso dall’Ue. Su 23 Paesi analizzati, l’Italia si colloca al 17° posto per livello di qualità della nostra Pubblica amministrazione. E se si va ad analizzare le performance di 206 realtà territoriali emerge come tra le migliori 30 regioni europee non ce n’è nessuna italiana, visto che la prima, ovvero la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36° posto della classifica generale.

Al contrario ben 7 regioni del Mezzogiorno si collocano nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178° posto, la Basilicata al 182°, la Sicilia al 185°, la Puglia al 188°, il Molise al 191°, la Calabria al 193° e la Campania al 202° posto. Solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), presentano uno score peggiore della Pa campana. Tra le realtà meno virtuose troviamo anche una regione del Centro, vale a dire il Lazio, che si piazza al 184° posto della graduatoria generale.

“Con lo stop agli aumenti della tasse locali – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – molti amministratori hanno continuato ad alimentare le proprie entrate agendo sulla leva tariffaria, incrementando le bollette della raccolta dei rifiuti, dell’acqua, le rette degli asili, delle mense e i biglietti del bus. E tutto ciò, senza gravare sul carico fiscale generale, visto che i rincari delle tariffe, a differenza degli aumenti delle tasse locali, non concorrono ad appesantire la nostra pressione fiscale, anche se in modo altrettanto fastidioso contribuiscono ad alleggerire i portafogli di tutti noi”.

“Sebbene da qualche anno ai Comuni siano stati alleggeriti i vincoli di bilancio grazie al superamento del Patto di stabilità interno e abbiano potuto contare su importanti aumenti tariffari – afferma il segretario della Cgia Renato Mason – le risorse a disposizione dei sindaci risultano ancora insufficienti per rilanciare gli investimenti e le manutenzioni pubbliche. Misure, queste ultime, che sono indispensabili per ridare fiato all’economia locale e, conseguentemente, al mondo delle piccole imprese”.

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19 Maggio 2018