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Samuel Little

Era il 5 settembre del 2012 quando le autorità statunitensi arrestarono un uomo reo di aver assassinato, venticinque anni prima, tre donne di origini californiane chiamate Carol Elford, Audrey Nelson e Guadalupe Apodaca. Il presunto killer si chiamava Samuel Little, letteralmente “piccolo”. Mai un nome fu meno indicato per una persona: l’assassino era infatti un robusto omone con un passato da pugile che, malgrado l’età, conservava ancora il proprio sguardo aggressivo e intimidatorio.

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La cosa più incredibile, tuttavia, fu che durante gli interrogatori Little non confessò solamente di aver ucciso le tre ragazze, ma disse addirittura di averne assassinate molte di più! Dal 1970 fino al giorno del suo arresto erano state infatti ben novantatré le vittime di quello che – oggi possiamo dirlo – è stato uno dei più prolifici ed efferati serial killer della storia statunitense. Com’è possibile che nessuno l’abbia scoperto prima? Beh, innanzi tutto bisogna considerare che fino a non molto tempo fa il mondo non conosceva strumenti utili alle indagini come il “Violent Criminal Apprehension Program” (il database che racchiude le informazioni sui criminali in modo da poterle confrontare) o le prove ricollegate ai test del Dna. Soprattutto, però, bisogna riconoscere che Little era estremamente scaltro non solo nell’esecuzione dei suoi delitti ma perfino nella selezione dei propri bersagli. Il killer infatti colpiva le proprie vittime quasi sempre nei ghetti suburbani scegliendole, il più delle volte, fra prostitute, alcolizzate e tossicodipendenti, in modo che in pochi potessero preoccuparsi della loro morte e che, quand’anche qualcuno avesse indagato, avrebbe quasi subito associato la loro dipartita al proprio modo di vivere scellerato. Inoltre, Little non si soffermava mai troppo a lungo in uno stesso posto: si calcola che nei suoi oltre quarantadue anni di “carriera” sia riuscito a compiere i propri efferati delitti in quasi ogni Stato della nazione, facendo sì che per le autorità risultasse assai difficile stabilire un collegamento fra i vari eventi.

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Secondo gli esperti che hanno avuto modo di parlare con lui, le ragioni per cui Little uccideva le sue vittime erano strettamente legate all’eccitazione sessuale che ne derivava, inoltre, è probabile che egli non si sia mai pentito di quanto ha compiuto e che anzi se oggi fosse ancora un uomo libero continuerebbe a perpetuare la sua condotta delittuosa. “Quando parli con lui ti accorgi che si eccita al ricordo: ti guarda negli occhi e ammette di averlo fatto … gli piace ricordare gli omicidi e raccontare come strangolava le sue vittime. È un mostro” ha dichiarato il detective dell’FBI Bernie Nelson.

cms_11841/4v.jpg Ad ogni modo, sorprendendo tutti negli ultimi anni il “mostro” ha deciso di collaborare con la polizia: conoscendo la sua indole è più probabile che il desiderio di raccontare al mondo le sue avventure omicide sia più un atto di narcisismo che un reale tentativo d’espiazione, eppure, non per questo la sua testimonianza è meno preziosa; i parenti e gli amici delle vittime hanno infatti il diritto di sapere in che modo sono morti i propri cari e chi ne ha cagionato il decesso.

Fin qui nulla di strano, eppure, nella vicenda si è da poco presentato un inedito e spinoso problema … Little non ricorda i nomi delle proprie vittime. Non sappiamo se tale amnesia sia riconducibile alla sua vecchiaia – ha 72 anni e diversi problemi di salute – o se è invece legata al fatto che, più semplicemente, non si è mai preso la briga d’informarsi riguardo le generalità delle persone cui stava togliendo la vita. Ciò che è certo è che tale imprevisto non ha affatto compromesso le indagini: la memoria del killer è infatti tanto debole nel ricordare i nomi delle persone che ha ucciso quanto impeccabile nel ricordare i loro volti. Dal carcere di Los Angeles dove è detenuto, il pluriomicida ha dunque iniziato a dipingere i ritratti delle donne che hanno avuto la sfortuna d’imbattersi in lui, i quali sono immediatamente stati divulgati in tutto il Paese nella speranza che qualcuno possa riconoscere i soggetti rappresentati. Incredibile a dirsi, ma grazie a questo metodo in Arkansas e in Maryland sono state individuate due vittime la cui morte era stata inizialmente attribuita ad un’overdose di eroina e che invece oggi scopriamo essere state uccise da Little.

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Finora, l’atipico artista ha già completato sedici dei suoi ritratti, ne mancano dunque ancora molti prima che il suo lavoro possa dirsi concluso: in effetti, tutto ciò da il via a un’avvincente corsa contro il tempo dal momento che i medici concordano nell’asserire che il prigioniero, malato da tempo di diabete, potrebbe avere un malore e abbandonare questa vita da un momento all’altro … indubbiamente sarebbe un vero peccato se portasse con sé nella tomba i propri segreti, ma del resto, prima o poi chiunque è costretto a morire in questo mondo: sia le vittime che i carnefici.

Data:

16 Febbraio 2019