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SCANDALOSA ILVA

La fugace cronistoria della recente “piega” che ha preso l’acciaio più famoso d’Europa, diventa emblema dell’italico intreccio fra malaffare e la sostanziale insufficienza dei rimedi che si predispongono per eliminarlo.

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Per il disastroso inquinamento ambientale il Gip di Taranto, nel Luglio 2012, disponeva il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico e l’arresto per i proprietari Riva e per vari dirigenti della società siderurgica. Cadeva un velo, a dire il vero già molto trasparente, che metteva a nudo le vergognose verità di atti ed omissioni declinanti dall’inopportuno all’illecito sfacciato, da parte praticamente di tutti, dell’azienda che non aveva investito per il rispetto dell’ambiente, dei controllori, degli enti pubblici e del quarto potere connivente, mentre circa dodicimila dipendenti e quarantamila dell’indotto restavano attoniti a guardare il match che si disputava sul ring mediatico tra Procura, Azienda e Governo, con lo spettro della chiusura totale degli impianti.

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A Dicembre 2012 il Governo Monti emana un decreto legge (id est un provvedimento urgente – dopo sei mesi!) sbloccando il sequestro, a condizione che l’Ilva realizzi gli investimenti necessari per ottenere l’autorizzazione di impatto ambientale (AIA), con vincoli assai stringenti e tecnicamente impossibili da rispettare nei limiti temporali previsti. A seguito delle indagini si scoprono altre magagne e il G.I.P., a Maggio 2013, emette un provvedimento di sequestro di 8,1 miliardi alla Riva Fire SpA (azienda holding della famiglia Riva, che possiede l’83% delle azioni della controllata Ilva SpA), corrispondente a quanto omesso di investire per il risanamento nell’arco di quasi venti anni, nonché 1,2 miliardi ai fratelli Riva in persona, per averli illegalmente trasferiti all’estero.

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Nel Dicembre 2013 la Cassazione, ritenendo che le misure cautelari non fossero applicabili alla Riva Fire, annulla il sequestro di 8.1 miliardi. Ne resta “solo” 1,2 che, con funamboliche alchimie tecnico-giuridiche, dovrebbero confluire nelle casse disperate dell’Ilva. Segue la nomina dei Commissari Straordinari (dal Giugno 2014), cioè di persone che dovrebbero far cambiar rotta alla barca e che nel caso specifico mettono giù un ambizioso (e strapagato) piano di crescita per tornare in pareggio entro due anni, cominciando a generare valore dal 2017. Si passa quindi alla vera e propria procedura di Amministrazione Straordinaria (Gennaio 2015), cioè al fallimento di una grande Impresa, che continua però a lavorare per essere poi ceduta a terzi pienamente risanata.

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Sino alla procedura di Amministrazione Straordinaria, e quindi anche durante la carica dei Commissari Straordinari, l’Azienda promette ai fornitori, pur di mandare avanti gli impianti, che i loro crediti saranno saldati, ma la gente ci crede poco. Molte aziende chiudono, altre cedono alle pressioni ma non vengono pagate o sono pagate parzialmente, indebitandosi a loro volta. Iniziano proteste, blocchi e scioperi a oltranza. Con l’Amministrazione Straordinaria i debiti pregressi restano congelati (come le famiglie dei malcapitati fornitori), mentre sulle nuove commesse, i vertici aziendali giurano che “non c’è da temere”.

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I fatti sono, invece, che le perdite aumenteranno, arrivando ad almeno 500 milioni a fine anno, tanto ch il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, di Confindustria Taranto e dei sindacati, si esprimono in termini di “Ilva che si sta spegnendo”, dicono per motivi strutturali del mercato, per non avere incassato i soldi sequestrati e, forse, anche perché Peppa Pig ha il raffreddore. I fornitori non ce la fanno più, e tra un po’ assisteremo al Commissariamento dei Commissari, degli Amministratori Straordinari e di quelli che li hanno nominati. Presto darò notizia precisa di quanto sono costati.

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17 Ottobre 2015