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SCIENZA CONTRO VIRUS, SECONDO ROUND

Dall’Italia si accende una luce. “Eppur si muove”, direbbe il buon Galileo Galilei. Perché potremmo anche essere stati messi in ginocchio dal virus, ma non siamo stati stesi e, anzi, stiamo avendo la forza di rialzarci e reagire.

Sarà necessario un po’ di parkour geografico per vedere chi, per primo, sta cercando l’arma più efficace per chiudere questa strana guerra. Cominciamo da Napoli. Sabatino Maiore, professore ordinario di farmacologia della facoltà di Medicina all’Università Vanvitelli, avanza la sua proposta per contrastare il virus: una molecola sviluppata per combattere la neuro-infiammazione in malattie come l’Alzheimer o il morbo di Parkinson.

In caso di infezione – spiega – il corpo attiva un processo infiammatorio difensivo ma che in alcune condizioni, dovesse persistere, può diventare patologico debilitando il sistema immunitario”. Sistema immunitario che, ricordiamolo, è la chiave di accesso per il virus, soprattutto se deficitario. “È importante controllare il meccanismo infiammatorio”. Come? “Il coronavirus è un agente esterno di cui non abbiamo conoscenza, la nostra memoria immunitaria non ha esperienze pregresse, per cui il fenomeno infiammatorio che si scatena diventa presto incontrollabile”.

La conseguenza è facilmente immaginabile: con l’alterazione del sistema immunitario l’infiammazione aumenta e permette ai processi patologici di continuare nel loro lavoro, debilitando fortemente soggetti incapaci di difendersi.

Per questo – continua – la molecola PEA-um potrebbe sortire qualche effetto: dato che agisce su neuro-infiammazioni potrebbe farlo anche per quelle polmonari, aiutando il sistema immunitario a rafforzarsi”. PEA-um è l’acronimo di palmitoiletanolamide ultra-micronizzata. “Questa molecola è una sostanza endogena e non tossica, e potrebbe essere somministrata a pazienti di ogni età”.

Spostiamoci, ora, un po’ più su, andando a guardare i centri italiani che stanno approntando un metodo alternativo: l’Ospedale Sacco di Milano, il Policlinico di Pavia, l’Azienda Ospedaliera di Padova, l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma e l’Istituto Nazionale di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. Tale metodo consiste nella somministrazione del farmaco Remdesivir, originariamente pensato e testato per combattere il virus Ebola, e sfruttato nel modo cosiddetto “compassionevole”. Ovvero: questo medicinale non è stato creato per combattere il coronavirus, però viene utilizzato per un trattamento di emergenza di pazienti in gravi condizioni e senza valide alternative di terapia.

Il risultato è che ha dimostrato, seppur in maniera empirica, di avere una qualche efficacia. Attenzione, però: in soggetti con infezione avanzata non è detto quanto il “trattamento compassionevole” possa funzionare. Ma è comunque una speranza, e un po’ tutti adesso ne hanno bisogno.

(foto dal web)

Data:

15 Marzo 2020