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SE FUORI E’ BUIO E NEBBIA

“Saper ascoltare” non solo è fondamentale per arrivare a quella conoscenza di sé che libera dalle inquietudini e consente di arrivare alla serenità interiore, ma è “scintilla” che accende e infonde impulso alla ricerca e amore ardente per la verità.

Straordinaria intuizione del grande filosofo greco Plutarco che afferra la mia mente; pensieri che si fanno immagine quando fuori, tutto intorno, è ancora immerso nella notte o quando luoghi e spazi familiari sono inaspettatamente avvolti da nebbie fuori stagione.

Mi sorprende dentro una reazione di sospensione, un senso di attesa.

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Occorre tempo, c’è bisogno di spazio per rimettere a fuoco riferimenti divenuti improvvisamente inafferrabili, per ridisegnare lo spicchio di una realtà fino a poco prima conosciuta e sotto controllo, divenuta poi così evanescente.

Lentamente si ridefiniscono lineamenti, distanze, identità.

Soffermandosi al buio della notte, possono sorprendere dettagli mai registrati prima. Si scruta. Si apprende. Si conferma.

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Si avverte dentro l’infinita distanza che c’è tra se stessi e ciò che è intorno, tra la realtà e ciò che la sovrasta, tra il possibile e l’infinito.

Occorre del tempo per lasciare che ciò che è esterno divenga interno, per far sì che ciò che è lontano si approssimi, si faccia vicino. Ascoltare, provare ad ascoltare, dunque.

Ascoltare, non per saper rispondere, ma per riuscire a comprendere ciò che non dimora ancora dentro.

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Un cammino, un sentiero che allarga gli orizzonti e rende possibile il raggiungimento. Il velo che separa il sogno dal reale non è impenetrabile. Addirittura, è una scintilla che accende curiosità, cura, desiderio.

Nel buio, nella nebbia l’ascolto diventa come una luce, una piccola luce, capace di riscaldare, di sospingere oltre, verso l’inevidente e il non comprensibile, di cui ogni realtà è impregnata.

L’ascolto infrange la notte: è una mano protesa che cerca, una mano aperta che offre.

Torna l’esperienza della fanciullezza, dell’essere comunque “piccolo” dinnanzi al mondo dei “grandi”, torna l’evidenza che il desiderio è la vera condizione dell’uomo, l’essenza della persona adulta, in quanto consapevolmente sempre in cammino, sempre pronta a imparare.

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Sempre in ascolto.

Torna il ricordo, l’immagine di un prato, a primavera: esageratamente traboccante di fiori sbocciati rischia di apparire perfino piatto, scontato, troppo uguale. Più ci si avvicina, però, più diventa evidente la diversità, l’unicità, l’irripetibilità di ciascun minuscolo fiore, uguale ma diverso dai mille altri che gli ondeggiano accanto.

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Che cosa dice una distesa di petali bianchi aggrappati al fluttuare incerto e fragile nel verde fresco di un prato? Che cosa dice l’impenetrabilità di una notte, l’inafferrabilità di una barriera di nebbia?

Raccontano di un ascolto altro, laddove affiora, emerge, si evidenzia l’abisso tra il già e non ancora, tra il tutto e il frammento, tra il sogno e il vissuto, tra il desiderio e il compimento.

E scoprirsi pur sempre desiderosi.

Può sembrare uno spreco, nel tempo quotidiano, afferrare spazi di quiete, magari proprio in quella nebbia di primo mattino oppure in quel buio a sera, quando tutto torna a tacere, mentre si levano nell’intimo pensieri importanti, domande profonde.

Fermarsi ad ascoltare il silenzio, riconoscere le luci che possono orientare l’esistere, può sembrare una esagerazione, possibile, disponibile solo per chi non ha cose più importanti da fare.

Eppure è lì, proprio in quei tempi ampi, densi, quasi esagerati, di spazio e di silenzio che il cuore si sazia; trova, finalmente, profondità e appagamento.

Da lì, piano piano, poi, tutto prende colore, senso, luce, destinazione. Aspettare la prima luce del giorno, in silenzio, per imparare ad orientarsi, può sembrare poesia.

E lo è realmente.

Silenzio è occasione, silenzio è cuneo che si pone tra, in mezzo, come sospensione delle attività consuete, degli automatismi inebetiti, delle corse frenetiche, del flusso ininterrotto della vita, per osservare le cose da un nuovo punto di vista, per rivederle, risentirle. Oppure per entrare in una nuova relazione con il paesaggio che ci circonda o con i luoghi abituali, le case, i palazzi, le architetture. O con gli altri, i cui volti ci scorrono davanti agli occhi senza interrogarli, senza incontrarli.

Affiorano ritratti d’impermanenza, immagini di vuoti che sono pieni, vita immobile di quel “mentre”, sospensione quieta e fugace, in cui accade il mutamento.

L’ascolto altro si fa arte: pagina buona, pagina bella. Resterà per sempre scritta nell’anima bianca della notte, nel cuore del grande mistero della vita.

(Servizio fotografico realizzato da Marina Tarozzi)

Data:

14 Aprile 2023