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Sentenza di morte per il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali

Il tempo per le trattative diplomatiche lascia ormai pochi margini di speranza. Il medico e ricercatore di altissimo livello è stato giudicato colpevole e condannato a morte. Era stato arrestato a Theran lo scorso anno con l’accusa di spionaggio.

A dare la notizia la senatrice del Pd Elena Ferrara, tra le prime a mobilitarsi per una risoluzione positiva della vicenda. “La notizia ci è arrivata dalla moglie del ricercatore – ha commentato la stessa – e, purtroppo, è stata seguita dalla conferma della Farnesina”.

cms_7558/2.jpgIl medico, 46 anni, lavorava al centro di ricerca sulla medicina dei disastri di Novara, il Crimedim (Research Center in Emergency and Disaster Medicine), che collabora con l’organizzazione mondiale della Sanità raccogliendo ricercatori da tutto il mondo. Il direttore del Crimedim, Francesco della Corte, ricorda quanto Djalali si fosse distinto particolarmente in ambito accademico, fino a convincere l’università a istituire una borsa di studio specificatamente per lui. Dal 2011 al 2015, Djalali ha approfondito lo studio sulle reazioni di medici e strutture sanitarie allo stress di emergenze come epidemie, terremoti, guerre nucleari. Djalali vanta nel suo curriculum prestigiose collaborazioni anche con il Karolinska Institutet di Stoccolma e con la Vrije Universiteit Brussel.

cms_7558/3.jpgL’arresto risale al 24 aprile 2016, quando Djalali aveva commesso l’errore di tornare nel suo Paese per partecipare a un convegno e per rivedere la sua famiglia d’origine. Ricerche e articoli realizzati in collaborazione con colleghi israeliani potrebbero aver fornito all’accusa il pretesto per costruire prove di rapporto con governi nemici.

I primi a mobilitarsi per lui furono i colleghi dell’Università del Piemonte Orientale, attraverso una campagna mediatica e diplomatica per la sua liberazione al fianco di Amnesty e dei senatori Ferrara e Manconi. Anche il Ministro degli esteri Angelino Alfano ha rinnovato il suo incessante impegno attraverso l’ambasciatore italiano in Iran.

Nel carcere di detenzione – il famigerato Evin, vicino a Theran – il medico ha cercato di dimostrare la sua innocenza anche portando avanti il gesto estremo dello sciopero della sete, accompagnato da tre scioperi della fame. Quest’ultimo anno di detenzione lo ha duramente provato nel fisico; più volte le sue condizioni di salute si sarebbero ulteriormente aggravate. Una vera e propria mobilitazione internazionale in suo favore ha prodotto una raccolta di 220mila firme in tutto il mondo. Anche Papa Francesco è stato coinvolto, attraverso un appello su Facebook, dai figli del medico, di 5 e 14 anni, che vivono in Svezia con la madre, chimico di professione.

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Anche l’organizzazione per i diritti umani Iran human rights, vicina all’opposizione iraniana, ha fermamente condannato la sentenza. Il direttore Mahmoud Amiry-Moghaddam, citato dal sito d’informazione Iranhr, ha dichiarato che il medico sarebbe stato giudicato da un tribunale rivoluzionario senza i requisiti basilari per un processo equo, e ha chiesto alla comunità internazionale una ferma condanna della sentenza.

Secondo Luca Ragazzoni del Credim, amico e collega di Djalali, l’accusa potrebbe nascere proprio dal rifiuto del medico di diventare spia per l’Iran, proprio come già accaduto per altri scienziati. Ragazzoni commenta come sia facile ammettere azioni non commesse sotto forti pressioni psicologiche e fisiche. Amnesty International, secondo radio Farda, emittente dell’opposizione, sarebbe concorde nel sostenere questa possibilità.

Intanto, in tutto il mondo si è riaccesa la mobilitazione. Il professor Francesco Della Corte ha riferito che, purtroppo, al momento le rivolte non hanno condotto agli esiti sperati, ma che allo stesso tempo l’attenzione resterà viva e la battaglia proseguirà a oltranza.

Il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha commentato evidenziando quanto una distanza siderale tra civiltà e valori, tra cultura e principi, possa produrre una realtà che lascia sgomenti. “E’ un destino assurdo al quale spero si potrà porre rimedio, – ha aggiunto il primo cittadino – qualsiasi iniziativa vedrà il Comune di Novara pronto a collaborare, indipendentemente da qualsiasi colore politico. Qui c’è in ballo il destino di un uomo ingiustamente condannato”.

Data:

26 Ottobre 2017