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Serbia-Kosovo: la guerra è di nuovo possibile?

Nel 1987 uno dei più apprezzati intellettuali in Kosovo era Ibrahim Rugova, soprannominato “il Gandhi dei Balcani” a causa del suo acceso sostegno alle lotte indipendentiste non violente, nonché futuro presidente della nazione.

Il problema è che all’epoca, in effetti, il Kosovo così come lo intendiamo oggi non era ancora una nazione: non vi erano un governo o delle frontiere, eppure vi era già un popolo. La situazione era tanto strana quanto ambigua: dal punto di vista politico quel territorio apparteneva in tutto e per tutto alla Serbia, ma dal punto di vista culturale era parimenti affine all’Albania.

Dopo aver preso atto della situazione nonché del sempre più vivo sentimento indipendentista animato da Rugova e da altri leader politici, l’allora presidente serbo Ivan Stambolic decise di inviare sul posto il suo migliore amico: un uomo conosciuto ai tempi dell’università, che lui stesso aveva introdotto in politica e di cui si fidava come di se stesso. Il suo nome era Slobodan Milosevic.

cms_11118/2v.jpgInizialmente la visita proseguì senza intoppi ma d’un tratto lo scaltro Milosevic, senza neppure chiedere l’autorizzazione ai vertici governativi, decise d’incontrare alcuni fra i più importanti leader nazionalisti serbi a Pristina. Una scelta che non solamente violava il tacito accordo vigente fin dall’epoca di Tito di emarginare qualunque gruppo indipendentista, ma venne soprattutto interpretata dai kosovari come una provocazione, se non addirittura come un atto di guerra.

Seguì un periodo di forti tensioni e di grandi disordini. Milosevic sfruttò con la massima abilità il clima di reciproco odio per imporsi nell’immaginario collettivo come l’unico uomo in grado di reprimere con durezza qualunque forma d’opposizione non gradita. Viceversa, Stambolic sembrò incapace di gestire la situazione, pertanto nel mese di dicembre il capo di stato venne costretto alle dimissioni anche (se non soprattutto) a causa del tradimento del suo un tempo fedelissimo alleato il quale, come spesso accade in questi casi, nel giro di poco ne avrebbe preso il posto.

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Non è difficile intuire che uno dei primi atti di Milosevic una volta al governo fu proprio quello di reprimere i diritti della minoranza albanese: centinaia di scuole vennero chiuse, la lingua locale venne estromessa dai documenti ufficiali e i funzionari statali, così come gli insegnanti, vennero sostituiti con persone ritenute fedeli al regime.

Dal canto loro i kosovari ebbero come unica possibilità quella di proclamare finalmente la propria indipendenza. Al referendum confermativo di due anni dopo, partecipò oltre l’80% della popolazione e la quasi totalità dei votanti accettò il distaccamento dai “cugini” serbi. Al contempo, però, nessuna nazione al mondo (tranne l’Albania) accettò di riconoscere la neonata e sedicente “repubblica del Kosovo”, pertanto il referendum finì nel dimenticatoio.

Durante la prima metà gli anni ‘90 la situazione, per quanto critica, non degenerò mai in una definitiva spirale di violenza; non tanto per la lungimiranza delle varie parti in causa quanto perché Milosevic, proprio in quegli anni, era impegnato nella ben più delicata guerra in Bosnia. Quando tuttavia gli accordi di Dayton posero fine a quest’ultima, egli poté finalmente riabbracciare a tempo pieno la propria grande passione politica: sterminare il popolo kosovaro.

Diverse organizzazioni paramilitari ufficiosamente affini all’esercito serbo, infatti, provocarono arbitrariamente la morte di 11.000 civili, per non parlare della distruzione di moschee e di molti altri edifici, o degli oltre 800.000 kosovari costretti a fuggire all’estero per evitare guai peggiori.

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La popolazione locale, dal canto suo, nella forse frettolosa ma certamente giustificata dimenticanza della dottrina della nonviolenza di Rugova, fondò l’UKC, un gruppo armato finalizzato a liberarsi dagli invasori serbi attraverso una serie di atti violenti contro la polizia federale. La situazione sfociò in un crescendo di morte e violenza prima che l’Onu intervenisse attaccando il regime di Milosevic inducendolo alla resa. Il feroce dittatore venne costretto a indire nuove elezioni e, dopo averle perse, a rinunciare per sempre al proprio incarico. In quanto al Kosovo, il Paese poté finalmente ottenere la tanto agognata indipendenza e benché nessuno dei governi che si avvicendarono a Belgrado accettò mai di riconoscerlo come uno stato sovrano, questo atto inaugurò un decennio di pace e di (relativa) stabilità nella regione.

Nelle ultime settimane, tuttavia, l’esecutivo di Pristina ha introdotto nuovi pesantissimi dazi sui prodotti provenienti dalle altre nazioni balcaniche. Ma, soprattutto, si appresta a votare il 14 dicembre in parlamento la trasformazione delle proprie forze di sicurezza in un vero e proprio esercito; un esercito che potrebbe essere rinforzato, armato e, cosa forse più pericolosa di tutte, trasferito al nord lungo le frontiere della Serbia, la quale naturalmente non potrebbe mai tollerare un simile affronto.

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Eppure, l’aspetto più inquietante della questione sembra essere stata proprio la reazione della premier serba Ana Brnabic: “Non vogliamo assistere a una pulizia etnica (dei serbi in Kosovo, ndr). Spero che non saremo mai costretti a intervenire ma al momento è una delle opzioni sul tavolo”. Una dichiarazione preoccupante non tanto per il suo contenuto, ma perché ricorda sinistramente la scusa utilizzata oltre trent’anni fa da Milosevic per dare il via a questa sanguinosa odissea.

A differenza del passato, tuttavia, un eventuale conflitto bellico non sarebbe di così facile risoluzione dal momento che la Serbia, proprio in seguito alle ostilità col mondo occidentale di fine anni ‘90, ha iniziato un percorso di avvicinamento alla Russia, la quale difficilmente questa volta acconsentirebbe a cuor leggero ad un risolutivo intervento dell’Onu.

Le uniche due ragioni per essere ottimisti, sembrano essere legate alle ambizioni di Kosovo e Serbia di entrare un giorno a far parte dell’Unione Europea, ambizioni che verrebbero inevitabilmente compromesse in caso di un conflitto armato. Inoltre, Pristina dispone ad oggi di appena 4.000 truppe, troppe poche per contrastare le oltre 28.000 unità serbe; speriamo dunque che quest’ultimo dato induca il governo locale a non fare mosse avventate o ad iniziare una guerra che, inevitabilmente, farebbe più male a loro che a chiunque altro.

Data:

11 Dicembre 2018