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SERGIO RUBINI

Durante “Cinema Lab”, corso di formazione di regia, sceneggiatura recitazione, tenutosi a Bari il fine settimana scorso, ideato e organizzato da Ismaele Film (N.D.R. Società di produzione e distribuzione cinematografica e audiovisiva), abbiamo avuto il piacere di intervistare uno dei massimi esponenti del cinema italiano: Sergio Rubini.

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Attore, regista, sceneggiatore, Sergio inizia la carriera nel 1985 con il film Figlio mio infinitamente caro di Valentino Orsini. Un anno dopo arrivano le pellicole, Desiderando Giulia e il caso Moro; mentre nel 1987, ottiene la parte per il lavoro di Federico Fellini, Intervista. Da quel momento a oggi la sua carriera non conosce battute di arresto, portandolo a recitare in oltre 50 film per il grande schermo e 7 per la Tv; 14, invece, sono le pellicole da regista e sceneggiare. Da diversi anni è anche docente di recitazione cinematografica all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e nel 2016 realizza, con la collaborazione dei suoi allievi, il lungometraggio Fuori sede.

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A un profondo conoscitore come il maestro Rubini, è possibile chiedere qualsiasi cosa su questa forma d’arte che, in alcune parti del mondo, è sinonimo di cultura e sviluppo economico, ma siamo convinti che ai nostri lettori e agli appassionati di Cinema, interessi conoscere un suo punto di vista anche su temi non inerenti solo alla sua professione. Pertanto, è stato davvero interessante parlare di argomenti che vanno dal Cinema a Donald Trump, passando per la politica nostrana e Beppe Grillo, con una sua opinione, in chiusura, sulla stampa italiana.

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Sergio, si può dire che la tua è una vita spesa non solo per il cinema, ma anche per la Tv e il teatro. Ecco, da profondo conoscitore di questa forma d’arte, potresti fare un punto sul Cinema italiano?

“Il cinema è un’industria in crisi; ma la crisi non è solo sinonimo di decadenza. E’ sinonimo di trasformazione e un’opportunità per discutere se è arrivato il momento di buttar giù e di ricostruire. Oggi va molto la commedia e c’è poco coraggio da parte dei produttori. E tutto questo influisce negativamente, dal punto di vista artistico sulla qualità dei lavori creati e distribuiti”.

A proposito di crisi: in questi giorni è stata introdotta la nuova legge sul riordino del settore cinematografico e audiovisivo. Rispetto al passato c’è un aumento del 60% delle risorse da investire. Per l’assegnazione dei contributi, circa 400 milioni di euro, la legge abolisce le commissioni ministeriali (con probabile eliminazione di clientelismo) e introduce l’automatismo-meritocratico. Perché ci son voluti cinquant’anni e tre repubbliche per adottare un tale provvedimento?

“Di sicuro la legge è importante. Certamente va migliorata poiché favorisce i più “grossi” e, in senso generico, va nella direzione in cui è andata l’Italia fino a oggi: andare incontro alle oligarchie. Invece il nostro è un paese ricco di tante realtà, soprattutto piccole. Anche i piccoli devono vivere in questo sistema del cinema, altrimenti il mio settore s’impoverisce”.

Oggi, sono ancora molti i giovani meridionali che si traferiscono nel nord dell’Italia e in Europa per realizzarsi professionalmente. A proposito di partenze, il tuo viaggio verso la consacrazione di grande artista è iniziato da una stazione (mi riferisco al film “La Stazione” del 1990 – Nastro d’Argento e David di Donatello) per proseguire dopo quasi trent’anni a bordo di un treno diretto a sud (in riferimento al recital “Sud” del 2016) verso una meta non precisa: E’ questa la metafora della tua vita; in viaggio di ritorno a sud e senza un capolinea?

“E’ chiaro che ho fatto un viaggio di ritorno verso i miei luoghi. Sono andato via a diciott’anni per entrare in una scuola teatrale, disimparando i miei accenti. E poi tutta la mia storia professionale è stata un ritorno nei luoghi che non erano più spazi geografici, poiché non più vissuti, ma spazi mentali per cui ho costruito le mie storie”.

In questi giorni si fa un gran parlare del caso Donald Trump e del boicottaggio di Hollywood. Spesso accade che gli attori statunitensi scendano in campo per dimostrare il proprio dissenso nei confronti di un’amministrazione politica. Come mai questo non è mai accaduto in Italia? Perché gli attori italiani non si schierano, quando c’è da farlo, riguardo alla censura a alle politiche conservatrici, soprattutto dal punto di vista culturale?

“In realtà da noi è avvenuto un meccanismo diverso, nel senso che è capitato addirittura, a un certo punto, che il nostro Presidente del Consiglio fosse anche il nostro datore di lavoro. E questo, probabilmente, ci ha inibito. Per diverse categorie, ci sono stati anche casi di auto-censura. La nostra storia è completamente diversa, e ma per certi versi, ancora oggi, siamo meno liberi e più vincolati rispetto ai colleghi d’oltre oceano”.

Qual è il tuo rapporto con la Politica?

“E’ stato molto intenso fino a quattro, cinque anni fa. Dopo, come mi accadde per calciopoli che mi allontanò dal calcio, mi allontanai anche dalla politica. L’interesse è tornato il mese scorso con la vicenda del Referendum e per la situazione del nostro paese che sembra, di nuovo, profondamente in crisi. Quella crisi accennata prima e che può trasformarsi anche in un momento di svolta”.

Considerato il tuo riacceso interesse riguardo alla politica, sul finire non potevo non chiederti qualcosa anche su Beppe Grillo: Sei d’accordo quando dice che la stampa italiana è al soldo dei partiti?

“Assolutamente si! E non c’è bisogno di Grillo per affermarlo. La stampa è da sempre nelle mani di lobby industriali e imprenditoriali”.

Proprio tutta?

“Non voglio giudicare, ma è una conseguenza del nostro sistema e del nostro modo di pensare, e andrebbero cambiati alla base”.

Data:

15 Gennaio 2017