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SFIDE E INSIDIE DEL NUOVO GOVERNO GENTILONI

Alle ore 20,00 del 12 dicembre, il governo guidato da Paolo Gentiloni, il sessantaquattresimo della storia repubblicana, ha prestato giuramento nelle mani del presidente della Repubblica.

Molte delle cariche conferite dall’ex premier sono state confermate: Pier Carlo Padoan all’Economia, Andrea Orlando alla Giustizia, Roberta Pinotti alla Difesa, Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, Graziano Delrio ai Trasporti, Beatrice Lorenzin alla Salute, Gianluca Galletti all’Ambiente, Maurizio Martina alle Politiche Agricole, Enrico Costa agli Affari Regionali, Dario Franceschini ai Beni Culturali, Marianna Madia alla Semplificazione e Pubblica Amministrazione, Giuliano Poletti al Lavoro. Tra le novità spiccano invece il transfert di Angelino Alfano agli Esteri, l’arrivo al Viminale di Marco Minniti, la nomina di Valeria Fedeli all’Istruzione e di Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento.

Diventano ministri i sottosegretari Luca Lotti, con delega allo Sport e Claudio De Vincenti, alla Coesione Territoriale e al Mezzogiorno.

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Maria Elena Boschi lascia la poltrona di ministro e finisce nello staff di Palazzo Chigi come sottosegretario con il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri. La scelta questa forse più discussa. Fino a qualche giorno fa il suo ritiro dalle scene era dato per scontato. Del resto era stata proprio lei a dire il 22 maggio scorso, durante la trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata: “Se il referendum dovesse andare male non continueremmo il nostro progetto politico. Il nostro piano B è che verranno altri e noi andremo via. Anche io lascio se Renzi se ne va: ci assumiamo insieme la responsabilità. Abbiamo creduto e lavorato insieme ad uno stesso progetto politico”.

Le cose, si sa, cambiano in fretta, soprattutto se a prendere le redini del nuovo governo è chiamato un fedelissimo di Matteo Renzi, che ha dalla sua il fatto di essere benvisto nel Nazareno un po’ da tutti. Ma se fino a ieri mattina tutto sembrava scorrere liscio, dopo la presentazione della lista dei suoi Ministri, qualcosa è mutato: “Se la risposta all’esito del referendum, e al voto contrario dei giovani, è quello di spostare Alfano agli Esteri per far posto a Minniti, allora abbiamo già perso 4 o 5 punti percentuali, e alle prossime elezioni sarà un’ondata”.

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Sono le dure parole di Massimo D’Alema che ha poi rincarato: “Dicono di aver preso il 40% dei voti, come mai nessuno prima, allora devono rileggersi la storia: nel referendum sulla scala mobile il Pci prese il 45% circa e poi alle elezioni ebbe il 27%. Fare il calcolo oggi è semplice”.

La nuova formazione sembra non convincere neanche Pierluigi Bersani: “La stabilità la garantiamo perché siamo responsabili. Ma sui provvedimenti ci devono convincere. Vorrei che il governo si mettesse dalla parte della gente che ha dei problemi”.

E ancora Miguel Gotor, senatore della minoranza Pd: “Un governo fotocopia senza l’originale. Mi sembra il modo peggiore per affrontare le prossime elezioni politiche e rispondere alla domanda di cambiamento sollevata dall’esito del referendum che continua a essere rimosso”.

I commenti non sono dei più incoraggianti, ma il neonato governo è certo di superare indenne la mozione di sostegno, alla quale non parteciperanno Movimento Cinque Stelle e Lega.

A Paolo Gentiloni spetterà un compito impegnativo: gestire le difficoltà che gravano sulla politica italiana. Legge elettorale in primis, ma non solo. C’è la questione Monte Paschi che potrebbe sortire effetti pesanti su tutto il sistema del credito, la ricostruzione post sisma, le delicate questioni internazionali. Emergenze che il nuovo presidente dovrà dimostrare di saper affrontare, arrivando alla conclusione normale della legislatura fra un anno.

Se a Sergio Mattarella va reso il merito di aver guidato con rigore, equilibrio e rapidità una crisi che aveva addirittura partorito la fantasiosa idea di un voto immediato con leggi diverse tra Camera e Senato, va tenuto in debita considerazione il malcontento generale di un popolo che vede il baratro della povertà a pochi passi e che avrebbe meritato un governo che non fosse “il gioco della sedia”, per usare le parole della forzista Deborah Bergamini.

Unica esclusa Stefania Giannini, sostituita dalla vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, classe ’67, paladina dei diritti dell’autonomia delle donne e storica presenza all’interno del Pd.

E anche per questo Scelta Civica, assieme ad Ala non voterà la fiducia.

È venuto meno il giusto rapporto tra “rappresentanza e governabilità”, hanno spiegato in una nota Denis Verdini ed Enrico Zanetti. Disattesi – a loro avviso – gli intendimenti, espressi durante le consultazioni con il capo dello Stato, di un esecutivo di responsabilità aperto alle forze disponibili.

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“Se fossi cinico guarderei questi ignobili personaggi con i popcorn in mano – ha detto Alessandro Di Battista -. Più promuovono la Boschi e Alfano, più aumentano i voti ai Cinquestelle”.

E se fino a qualche giorno fa Silvio Berlusconi ripeteva che il Pd “non potrà governare senza di noi, l’unica scelta sarà quelle delle larghe intese per l’interesse nazionale”, il nuovo premier, per conquistarsi un appoggio in area centrodestra, dovrà dimostrarsi capace di cancellare a tempo di record la bruciante sconfitta referendaria e riaccendere la fiducia degli italiani. Allora si aprirebbe lo spiraglio di una nuova realtà. Ma oggi la sfida appare ben ardua. Diverso è il discorso collaborativo in tema di legge elettorale. Oggi alle 12,00 Forza Italia si incontrerà alla Camera con Fratelli d’Italia e Lega Nord, per discutere su come articolare una proposta congiunta. “Gentiloni è stato molto attento a quanto abbiamo detto, anche per quanto concerne la legge elettorale, che va fatta in Parlamento e per questo già domani ci sarà un tavolo del centrodestra per avere, o tentare di avere, una posizione comune così da essere pronti per il 24 gennaio dopo il pronunciamento della Consulta sull’Italicum”. Lo ha detto Renato Brunetta,riflettendo la strategia delineata dall’ex Cavaliere: “Ora serve restare uniti”. La legge elettorale è obiettivo di tutti. Certo, i rapporti con il presidente del Consiglio non sono cattivi. Chi se non il “dialogatore” potrebbe riuscire, in un periodo assai ostico, a trovare con la diplomazia una via di accordo? E se il governo – che pur non appare di scopo – accoglierà le proposte della coalizione di centrodestra, non potrà essere che per merito del leader forzista.

Data:

13 Dicembre 2016