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Social Media, l’italiano prigioniero in Rete

La gatta frettolosa generò figli ciechi. Evidentemente questo antico adagio tramandato da generazioni sino a noi, non vale per la Rete e in particolare per quella immensa bacheca che sono i social. Ad arricchire il panorama già di per sé ricco di spunti di riflessioni poco esaltanti sull’uso della Rete, ora ci si interroga sulla sintassi della comunicazione sul web, una comunicazione sempre più ricca di testi colmi di orrori grammaticali.

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All’inizio furono gli emoticon, faccine stilizzate, icone dei tempi aggressivi e veloci a cui stavamo andando inesorabilmente incontro. Sorrisi, linguacce, strizzatine d’occhio con la finalità di abbreviare sentimenti ed emozioni altrimenti espressi con l’ormai declinante e vetusto uso delle parole. Mentre prima, ma direi ancora oggi e in forme sempre più massicce e non più limitata ai gradi inferiori, ma anche ad alti livelli scolastici e d’istruzione, gli errori erano limitati ai temi d’italiano, oggi l’onda dell’ignoranza di massa sommerge anche il mare magnum del web. A scuola c’erano (ci sono ancora?) maestri e professori pronti a usare come una falce la temuta matita rosso e blue per sottolineare, all’alunno impreparato o distratto, l’errore commesso sul foglio protocollato. Oggi queste allora temute sentinelle della lingua di Dante sono scomparse o spesso cedevoli alle ragioni del cuore verso i propri studenti, intrappolate chissà dove nella Rete.

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Si naviga a vista, fregandosene altamente della forma scritta, della sintassi, della consecutio temporum e delle più elementari regole apprese sui banchi della scuola elementare. Hasta l’ignoranza siempre, lunga vita alla velocità, a morte il sussidiario e i manuali di grammatica. Sul campo di battaglia della moribonda lingua italiana nel pantano dei social, sembrano esserci in particolar modo gli avverbi, i pronomi e gli accenti, questi ultimi usati come apostrofi e viceversa. Evitiamo poi di affrontare il delicatissimo caso dell’uso del congiuntivo e del condizionale, veri e propri martiri, immolati alla causa dell’ignoranza di massa prima sulle pagine di molti temi in classe, per poi passare sui muri delle nostre città e infine definitivamente arsi vivi sui social media per un sabba collettivo. I nuovi despoti del web si chiamano “stò”, “pò”, “qual’è”, “gli dico (riferito a lei)”, “se io sarei”, “propio”, “d’avvero”, “un attimino”, “situazionare”, “efficientare”, “piuttosto che”, “assolutamente sì (o no)”.

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Un’oligarchia forte e potente ben assisa sul trono di un probabile analfabetismo di ritorno, più forte persino delle correzioni automatiche del computer, con il quale ho dovuto lottare affinché non correggesse ciò che avevo scritto. Se il nostro Paese piange sulle rovine della lingua italiana, altri Paesi non ridono. In Inghilterra si è scomodato nientepopodimeno che il principe Carlo nel lanciare strali contro i social network, definiti in maniera a dir il vero poco regale, “una rovina”, anzi “una minaccia di morte”. La scomunica da parte all’erede al trono britannico è arrivata durante una solenne cerimonia pubblica in occasione dei 500 anni dalla fondazione della Royal Mail, le storiche poste inglesi. Il principe non poteva scegliere momento migliore per il suo anatema contro i social, trattandosi di un’istituzione, le poste reali, che per ben cinque secoli ha spedito e ricevuto testi e parole di milioni di persone. La crisi odierna della lingua inglese, secondo l’erede al trono d’oltremanica, riguarderebbe l’ordine logico dei pensieri e la correttezza grammaticale, una malattia causata, per esempio, dalla “(contro)cultura” dei 140 caratteri. La ricerca di un linguaggio parlato e scritto più corretto, sia chiaro, non deve essere inteso come l’avanzamento di un purismo della lingua tout court.

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Il modo di comunicare è inevitabilmente cambiato e con esso anche le nostre abitudini. A questo corredo tecnologico-comunicativo bisogna anche aggiungere stress lavorativo e familiare, fretta, cambiamento di antiche e consolidate abitudini, assenza di riflessione e ponderatezza nelle nostre azioni quotidiane e, buon ultimo, la cattiva maestra televisione. Ci stiamo allontanando troppo dagli altri, chiusi in una bolla comunicativa in cui rimbombano paurosamente le nostre solitudini e un’ignoranza feroce chiamata velocità.

Data:

17 Settembre 2016