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SOFFIA L’IMPERFEZIONE

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Michelangelo, pietà Rondanini, part. (Milano, Castello Sforzesco)

Il tempo altera la bellezza primordiale delle cose, dei luoghi, delle persone aggiungendo patine di vita mano a mano sempre più segnate, consumate, profonde. Erroneamente pensiamo che la bellezza si consumi, mentre assistiamo alla sua splendida evoluzione. Ce lo può spiegare la storia dell’arte, nel capitolo che riguarda alcune sculture di Michelangelo Buonarroti. Già egli ne diede segno nella poesia del non finito dei prigioni, nei personaggi maturi e cadenti della Sacrestia di San Lorenzo, per arrivare al culmine con la Pietà Rondanini.

Quello che ha rappresentato il grande artista del Rinascimento non è altro che la bellezza del degrado, alla quale noi pensiamo con accezione negativa e mai siamo propensi ad accogliere. Invece, se potessimo fissare la patina del tempo, la riusciremmo ad esaltare a ogni singolo culmine del suo fascino.

Michelangelo, sul marmo ben riuscì a creare una nuova perfezione. Iniziò a scolpire la Pietà Rondanini su un pezzo di marmo regalato, che già conteneva l’avvio di un’altra scultura. Ciò ignorando e continuando il progetto grandioso di raffigurare fermo e perenne il decadimento di due corpi che si sorreggono l’un l’altro, a mala pena.

Senza evidenza né alla cura dell’opera, né alla sua estrema bravura di autore. Era attorno agli ottant’anni di età durante la realizzazione dell’opera, ma protrasse i lavori fin quasi alla data della morte. Si pensa che per lui non ci fosse più forza fisica, né tempo per ultimarla. Invece io credo nella lungimiranza del suo genio, come proiezione di un’arte che smette di accarezzare la forma, ma sa far esalare pienamente l’anima dalla materia che la ospita. Quindi: la perfezione assoluta, dall’imperfezione del degrado.

La parola magica è “arte” per la quale l’imperfezione rappresenta la grande forza di liberarsi di ogni pudore, di osare ad avvicinarsi al lascito più crudele e devastante della morte imminente o quella già conclamata.

Ogni artista deve avere imparato la lezione contenuta nelle opere di Michelangelo. Ma anche ogni uomo. Imperfezione che cresce con la maturità, con lo sfacimento del corpo. Che esalta come bellezza finale l’anima, che più che mai si svela.

La storia dell’arte è piena di esempi in cui la bellezza viene proiettata all’ennesima potenza attraverso l’imperfezione. In Caravaggio c’è la decomposizione delle nature morte, come bellezza sfiorita e transitorietà delle cose terrene. Schiele con il suo segno incisivo e disarmonico, è capace di imprimere sensualità e angoscia nel contempo. La geometria bislacca dei cubisti conferisce alle figure un aspetto sgradevole, ma misterioso e magnetico. E ancora nelle rovine neoclassiche dipinte da Giovanni Battista Piranesi, l’amore per il classicismo si trasforma in una sorta di devozione per il rudere, come rifugio della nostalgia e bisogno di preservare memorie.

Nel corso dei secoli il concetto di bello sempre più include disequilibrio e imperfezione. Grazie all’arte si possono far affiorare e mostrare le proprie debolezze, trasformandole in punti di forza. E applicare le lezioni dei grandi maestri a ogni attitudine, a ogni momento della vita, illumina il cammino.

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Michelangelo , “il giudizio universale” part. (Roma, Cappella Sistina)

giurando bellezza ho appeso ai muri
i nudi di Modigliani, di Rouault
le schiere di angeli, la mitologia

ho giurato la bellezza dei notturni
di studi, di sonate e marce funebri
bellezza a chi mi ci accompagna

mani con le mani

mi tengo stretta con le sue mani
quando penso alla morte

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Data:

28 Febbraio 2021