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SOLITUDINE DI UNA SERA DI MEZZA ESTATE

Roma, quartiere Appio Latino. La quiete di un’afosa serata estiva è spezzata da un pianto disperato. Qualcuno chiama la polizia, temendo l’ennesimo furto o un episodio di violenza domestica. Gli agenti si precipitano sul posto. Una volta arrivati, trovano solo due anziani coniugi straziati dalla solitudine. Jole e Michele, sposati da settant’anni, hanno trascorso tante serate simili, occupate solo dalle parole confuse della televisione. Ma stavolta la loro sofferenza si è fatta densa, insostenibile. I loro occhi cedono al peso delle lacrime, in un urlo liberatorio che denuncia tutta la loro infelicità. I poliziotti preparano una cena veloce e cominciano a dialogare con i due, che si stavano lentamente lasciando morire: sulla tavola solo dell’uva rattrappita, la dispensa quasi vuota. Hanno tanto da raccontare, ma nessuno disposto ad ascoltarli.

Storie come questa sono all’ordine del giorno, specialmente in estate: le città si svuotano, le famiglie partono per le ferie e gli anziani restano incredibilmente soli. Un abisso sembra separare le loro anime da quelle del resto della società: figli e nipoti sono sempre troppo impegnati per prendersi cura di loro. Sempre troppo presi, forse, da quelle realtà virtuali che prosciugano tutte le loro energie. Spesso considerano le richieste d’aiuto dei loro cari come dei semplici capricci, trattandoli come se fossero dei bambini dispettosi. Ma gli anziani, così come i pargoli, costituiscono un bene inestimabile in ogni famiglia.

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Lo scrittore russo Lev Tolstoj sosteneva: “il progresso morale della società lo si deve ai vecchi, i vecchi diventano migliori e più saggi, trasmettono la loro esperienza alle nuove generazioni. Senza di loro l’umanità rimarrebbe stazionaria”.

Immaginiamo un grande albero, frondoso e dal tronco robusto ma privo di radici che lo tengano saldo al terreno. Grazie alla sola forza di gravità, esso potrà ergersi maestoso per mesi e intere stagioni; potrà allietare le dolci giornate estive con la sua ombra ristoratrice. Tuttavia, giunto l’inverno con le sue tempeste, vacillerà miseramente e finirà per crollare: è questo che accade alle famiglie che abbandonano a se stessi i loro parenti più avanti con l’età. Questi ultimi, infatti, rappresentano sovente l’unico centro valoriale stabile per le nuove generazioni, in un’epoca di famiglie sempre più allargate, di legami sempre meno stretti e costruttivi. Siamo tutti connessi sui social, senza preoccuparci di quella connessione mentale, di quella foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi” che possa fare da collante nelle nostre relazioni sociali. Cavalcando l’onda dell’imperante sviluppo tecnologico abbiamo perso di vista il valore delle cose più semplici e genuine, come una chiacchierata con un anziano, capace di far riemergere dalla memoria affascinanti storie e utili insegnamenti.

Essere anziani non è solo sinonimo di rughe e argento tra i capelli. Significa essere portatori della forma più pura e autentica di saggezza, quella che si acquista sopportando le mille vicissitudini di quell’altalena perpetua che è l’esistenza, con i suoi alti e bassi, con le sue responsabilità, gioie, sconfitte. Significa saper amare davvero. Amare i successi dei propri figli ormai adulti e realizzati, aver voglia di chiamarli e rinunciarci per non disturbarli. Amare i sorrisi dei propri nipoti, l’allegro chiacchiericcio delle loro voci, i loro disegni ancora incomprensibili. Saper osservare silenziosamente dall’esterno le loro vite, entrandoci in punta di piedi al minimo segnale d’allarme, alla prima difficoltà, dimostrandosi solide rocce su cui poter contare, a dispetto delle ossa fragili e della pelle cascante.

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“La vecchiaia non protegge dall’amore. Ma l’amore, in qualche misura, protegge dalla vecchiaia”: queste le parole, veritiere quanto meravigliose, della regista francese Jeanne Moreau. Parole che ci indicano la strada più giusta da seguire, quella dell’amore e della solidarietà, da indirizzare anche e soprattutto verso i nostri anziani.

Data:

6 Agosto 2016