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SPECIALE UNIVERSITA’ – parte seconda

Oltrepassato il bivio studio-lavoro, i neodiplomati si trovano alle prese con la scelta dell’università presso cui immatricolarsi. Una decisione spesso delegata ai genitori o intrapresa seguendo la cerchia di amici, che andrebbe invece ponderata scrupolosamente. La stragrande maggioranza delle aspiranti matricole, stando ai dati Istat, si affiderebbe all’università pubblica: gli istituti privati contano circa 24.223mila iscrizioni, contro le 245.643mila degli statali. Le università gestite direttamente dal Miur costituiscono l’opzione più immediata e soprattutto meno dispendiosa, adatta a chi non dispone di grandi possibilità economiche o, semplicemente, non necessita di servizi “d’eccellenza” come quelli erogati dagli Enti privati.

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L’università statale è spesso rappresentata con emblematiche immagini di enormi aule imbrattate e sovraffollate, in cui a malapena si può udire la voce del docente. Si pensa invece agli istituti privati come a delle strutture d’élite, dotate di graziose salette in cui le matricole, seguite passo passo da uno stuolo di professori premurosi e attenti, dispongono di ogni comfort. Distinzioni così nette, però, non sempre rispecchiano la realtà. Negli ultimi anni, la maggior parte degli atenei ha ottimizzato l’organizzazione e la condizione dei locali, tanto da poter parlare di eccellenze anche nell’ambito degli istituti pubblici. Secondo le classifiche Censis, le mega università (con un numero di iscritti superiore ai 40mila) migliori per qualità di struttura, borse di studio, comunicazione e servizi digitali sarebbero quelle di Bologna, Padova e Firenze (rispettivamente al primo, secondo e terzo posto). Ma nella top ten compaiono anche Pisa, Palermo, Torino, Bari, Roma (La Sapienza), Milano, Catania, Napoli (Federico II).

cms_4775/foto_3.jpgQuanto costa davvero frequentare l’università? Non è facile quantificarlo con esattezza, perché l’ammontare delle tasse d’iscrizione varia a seconda dell’istituto e del corso di studi scelto, oltre che della propria situazione economica. Generalmente, le facoltà scientifiche risultano più dispendiose, in quanto implicano l’accesso a laboratori didattici. L’unico fattore costante in tutti gli atenei è la suddivisione degli utenti in “fasce di reddito”, effettuata sulla base della dichiarazione Isee (Indicatore della Situazione Economia Equivalente), in cui ogni fascia corrisponde a un diverso importo da versare. Dal gennaio 2015, i CAF (Centri di Assistenza Fiscale) rilasciano anche il più specifico “Isee Università,” modello di autodichiarazione indispensabile per tutti coloro che intendono richiedere all’ateneo agevolazioni fiscali, come le borse di studio. Queste ultime consistono in aiuti economici – talvolta sotto forma di buoni libro – concessi da Enti regionali/provinciali o dall’istituto stesso agli studenti più meritevoli e bisognosi. Per ottenerle, naturalmente, è necessario partecipare ai bandi e rispondere ai requisiti indicati. Esistono anche altre tipologie di borse di studio, come quelle erogate dal Ministero degli Esteri, per chi studia in altri Paesi, o dall’Inps, per gli orfani e i figli di pensionati della pubblica amministrazione. Infine, coloro che, nonostante la rispondenza alla caratteristiche richieste dal bando, non abbiano ottenuto la borsa di studio, possono far ricorso a eventuali “prestiti d’onore”, stanziati da banche convenzionate con l’ateneo.

Una recente indagine dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori rivela che per uno studente collocato nella prima fascia (reddito minimo) l’importo medio annuo da versare sarebbe di 477,88 euro, fino a una media di 2.265,32 euro per i più abbienti. Inoltre, le università del Nord risultano essere le più costose, con tasse dell’8,72% più alte rispetto agli atenei meridionali e maggiori del 16,41% rispetto alla media nazionale. Il primato di università più cara d’Italia va all’ateneo di Verona, che agli studenti di prima fascia richiede un importo di 644,16 euro annui per le facoltà umanistiche e di 698,16 euro per le facoltà scientifiche.

Come si organizza, in sostanza, la vita universitaria? Il calendario accademico si divide in due semestri, al termine dei quali si tengono le sessioni d’esame, dette “appelli”. Di solito, ogni appello prevede un numero di esami che varia da tre a cinque, le cui materie vengono affrontate nelle lezioni del semestre precedente. Alcuni docenti possono decidere di sottoporre gli studenti a verifiche intermedie, i cosiddetti “esoneri”. Effettuando la media dei voti conseguiti negli esoneri si può facilmente calcolare il voto d’esame, che in alcuni casi si può anche recuperare “riprovandolo” nel corso della sessione ordinaria.

La valutazione universitaria, a differenza di quella scolastica, si esplicita in trentesimi: 18 è il voto minimo per superare l’esame, mentre quello massimo è 30 (con eventuale lode). Gli esoneri si tengono solitamente in forma scritta, mentre gli esami possono consistere anche in un colloquio orale, a seconda della materia in questione. A ogni esame corrispondono un certo numero di crediti formativi universitari (CFU), utili nel calcolo del voto di laurea. Quest’ultimo, infatti, si ottiene effettuando una media ponderata delle valutazioni conseguite: il voto di ciascun esame va moltiplicato per i corrispondenti CFU, dopodiché i valori ottenuti vanno sommati e divisi per il numero totale di CFU previsti dal proprio corso di laurea. A questo punteggio “base” si aggiungerà il punteggio assegnato alla tesi al termine della seduta di laurea, che contempla generalmente un massimo di 6-7 punti. Se la somma tra punteggio base e i punti-bonus della tesi risulta essere superiore a 110, la commissione può concedere la lode. Tale assegnazione dipende molto dalla qualità dell’esposizione e dal tipo di tesi realizzata: una tesi sperimentale (detta anche “di ricerca”), che implica un ampio lavoro di studio e ricerca sull’argomento prescelto, assicura un punteggio più alto rispetto a una tesi compilativa (o “curriculare”), in cui si tratta la tematica semplicemente analizzando e rielaborando una raccolta di fonti bibliografiche. La scelta tra le due tipologie spetta esclusivamente al laureando, che per la stesura della tesi potrà tuttavia avvalersi del supporto di docenti e assistenti.

cms_4775/foto_4.jpgLa laurea conseguita presso un’università statale sarà poi spendibile anche all’estero? Come confermato dal sito del Miur, i titoli accademici e professionali acquisiti nel nostro Paese sono riconosciuti in ambito europeo grazie alla mediazione delle reti NARIC (National Academic Recognition Information Centre) ed ENIC (European Network of Information Centres), promosse rispettivamente dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa e dall’Unesco. Inoltre, molti atenei sono gemellati con università straniere, in modo da favorire gli scambi culturali e la doppia spendibilità delle qualifiche rilasciate.

Data:

25 Ottobre 2016