Traduci

SPIRITUALITÀ DAL BASSO – III^PARTE

L’umiltà è l’accettazione della propria umanità, nonché il test che prova se un’esistenza è fondata sullo spirito o sulla carne.

Ma attenzione, perché esiste anche una falsa umiltà: quella che si vanta, che vuole essere riconosciuta e ammirata.

Le persone davvero umili, guardano il proprio campicello senza far confronti con quello altrui, né tantomeno giudicano l’operato e le intenzioni del prossimo.

Gli umili parlano poco e agiscono molto: “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.” (Lc 6,43-45)

Questo versetto del Vangelo secondo Luca è un’autentica bussola per riconoscere chi fa sul serio e chi, invece, è spirituale solo di facciata.

cms_25253/FOTO_1.jpg

Apparire migliori davanti agli altri o, peggio ancora, davanti a Dio, è una delle tentazioni più sottili di chi ha mal compreso il vero significato della parola “ascendere”.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: per salire, bisogna scendere. Scendere dentro di sé, nelle profondità più segrete del proprio essere, là dove abbiamo seppellito le nostre paure e le nostre vergogne ma dove troviamo anche i più preziosi tesori di cui Dio, a nostra insaputa, ci ha gratificati.

Coesistono e interagiscono dentro di noi, creando quella forza motrice a cui do il nome di turbamento.

Il turbamento non è altro se non la nostra voce interiore che ci chiama e dice: “Ehi, qui c’è qualcosa che non va, prova a dare un’occhiata!”

Non si tratta per forza di qualcosa di negativo ma semplicemente di un impulso fuori controllo.

Potrei, per esempio, scoprire che c’è molta rabbia in me. Allora è il caso di “scendere” a controllare, per determinarne il motivo.

Forse non ho risolto vecchie ferite risalenti all’infanzia o forse ho dato agli altri troppa presa su di me. Forse ancora, mi sono imposto regole troppo rigide, troppo moraliste e non sono più in grado di gestirle. Ecco, guardare in faccia la propria rabbia, darle un nome e comprenderne l’origine ci permette di sciogliere quel nodo che ci tiene legati e ci impedisce di volare.

Non bisogna negare la rabbia ma ascoltarla, così come una madre ascolterebbe il figlio piangente. Essa non è qualcosa di cattivo a priori ma è l’ago della bussola che indica in che direzione ci stiamo muovendo. Così essa passa dall’essere un problema ad essere una opportunità: là dove sento dolore, là c’è la malattia e quindi posso agire per riportare equilibrio. Non solo, la stessa forza che muove l’uomo verso il male, se convertita, diventa uno strumento prezioso per compiere il bene.

Ecco perché non bisogna negare nulla di sé stessi; ci priveremmo della forza propulsiva che mette in moto l’ascensore divino.

cms_25253/FOTO_2.jpg

A questo punto dovremmo porci una domanda. Perché voglio essere una persona spirituale? Perché ho intrapreso questo cammino?

Forse, a ben guardare, la risposta vi sorprenderebbe.

Molte persone – inconsapevolmente – si danno alla meditazione o alle opere buone per liberarsi dalle proprie passioni e debolezze, per sentirsi migliori, per dare agli altri una migliore immagine di sé. In questo modo si servono di Dio per loro stesse, par raggiungere lo scopo che si sono prefissate.

Questo spiega il fatto che tante persone cosiddette spirituali, siano in realtà creature frustrate, rigide e tormentate, se non addirittura uno scandalo per il prossimo.

La vera spiritualità passa dall’accettazione di sé, dalla tolleranza nei confronti delle proprie debolezze: il nostro “lato oscuro” non va eliminato ma integrato. Solo se abbandoniamo a Dio tutto ciò che siamo REALMENTE, troveremo la pace e il riposo per le nostre anime stanche. Perché è proprio là dove cadiamo e ci facciamo male, che impariamo le nostre più grandi lezioni. Nessun atto virtuoso e nessuna penitenza volontaria può insegnarci, neanche in mille anni, ciò che il nostro fallimento ci insegna in un giorno.

Siate dunque grati della vostra piccolezza, anime coraggiose, perché essa è la leva che vi eleverà fino a Dio. Dopodiché, sarà lui stesso a sollevarvi prendendovi in braccio.

Santa Teresa di Gesù Bambino, monaca carmelitana morta a soli 24 anni, aveva ben capito questo processo. Ella sapeva quanto fosse inutile continuare a girare in tondo su se stessi nel tentativo di vincere le proprie fragilità. Era molto meglio – e più veloce – rimettersi completamente nelle mani dell’Altissimo piuttosto che nelle proprie. Ecco come lo racconta nella sua autobiografia.

cms_25253/FOTO_3.jpg

Santa Teresa di Gesù Bambino

“Ho sempre desiderato essere una santa, ma ho sempre accertato, quando mi sono paragonata ai santi, che tra essi e me c’è la stessa differenza che c’è tra una montagna la cui vetta si perde nei cieli, e il granello di sabbia oscura calpestata sotto i piedi dei passanti.

Invece di scoraggiarmi, mi sono detta: ilbuon Dio non può ispirare desideri inattuabili, perciò posso, nonostante la mia piccolezza, aspirare alla santità; diventare più grande mi è impossibile, devo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni, nondimeno voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo d’invenzioni, non vale più la pena di salire gli scalini, nelle case dei ricchi un ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Vorrei anch’io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione.

Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole pronunciate dalla Saggezza eterna: «Se qualcuno è piccolissimo, venga a me». Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che voi fareste al piccolissimo che rispondesse al vostro appello, ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: «Come una madre carezza il suo bimbo, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia!».Ah, mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato l’anima mia, l’ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia, Gesù!”. (autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino)

Non lasciatevi ingannare dalla semplicità e dall’apparente puerilismo di queste parole: la “piccola Teresa” – come è chiamata – è un gigante di santità! Non perché abbia fatto grandi cose ma perché ha compreso che sono quelle piccole che contano davvero. Il banale quotidiano è l’arena nella quale si gioca la partita della vita e solo chi è consapevole della propria forza – o meglio, della propria debolezza, può uscirne vittorioso.

Chi si appoggia su se stesso, per quanto forte, prima o poi cederà. Chi si appoggia su Dio, per quanto debole, presto o tardi vincerà.

Non è una bella notizia? È proprio laddove incontriamo la nostra impotenza che ci apriamo a Dio e al mondo dello spirito.

***** ***** ***** ***** *****

SPIRITUALITÀ DAL BASSO – I^ PARTE

https://internationalwebpost.org/contents/SPIRITUALIT%C3%80_DAL_BASSO_-_I%5EPARTE_25064.html#.Yiwk2nrMKR8

SPIRITUALITÀ DAL BASSO – II^ PARTE

https://internationalwebpost.org/contents/SPIRITUALIT%C3%80_DAL_BASSO_-_II%5E_PARTE_25168.html#.YjU5k-rMKR8

***** ***** ***** ***** *****

Autore:

Data:

19 Marzo 2022