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STALKER, SOLO UNO SU DIECI VIENE CONDANNATO

Chiamate e messaggi WhatsApp, appostamenti e pedinamenti: un pattern comportamentale ripetitivo e assillante di molestie. Secondo i dati Istat, raddoppiano le denunce per stalking, ma solo uno stalker su dieci viene condannato.

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Solo nel 2016 sono state presentate tredicimila denunce, ma è stata processata solo la metà degli stalker. Lo stalking (art. 612bis del codice penale) punisce con la reclusione fino a cinque anni chiunque con condotte reiterate, minacce o molestie cagioni un grave stato di ansia o di paura e costringa la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. La Cassazione stabilisce che già in presenza di due molestie si possa parlare di reato se le stesse inducono la vittima a modificare il proprio modus vivendi, come cambiare il percorso per recarsi al lavoro o numero di cellulare.

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Le vittime di stalking manifestano gravi ripercussioni a livello psicologico, lavorativo e relazionale. Numerosi i casi in cui si configura una diagnosi di disturbo post traumatico da stress. Molti stalker riescono a farla franca. Perché? È un problema culturale, ma anche di competenza. A volte i magistrati sottostimano la pericolosità dei persecutori, considerano le azioni persecutorie segnali di conflitto tra ex più che reati. Ricordiamoci che tante donne vengono uccise perché i segnali di rischio non vengono colti. Incidono le interpretazioni non omogenee dello stesso fenomeno da parte dei magistrati: può accadere che una persecuzione venga giudicata una molestia, reato ben diverso e meno grave.

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Altra criticità: i processi di stalking sono lunghi e complessi. La lentezza della giustizia non aiuta. Da tempo sostengo l’importanza di un protocollo che obblighi gli stalker a un trattamento psicoterapeutico di riabilitazione. Non basta solo punire lo stalker, è necessario un recupero psicologico al fine di stroncare la recidiva del reato che altrimenti è altissima.

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Data:

23 Maggio 2018