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STORIE DI…SANITA’

Questa di oggi è una storia di ordinaria follia della sanità pubblica. Di quelle che si raccontano con la vana speranza che qualcuno dal Governo intervenga o, forse, basterebbe che qualcuno, responsabile di certi servizi così delicati, possa organizzarli nel rispetto degli esseri umani che li necessitano.

Ma queste categorie di persone, godendo di un trattamento privilegiato per sé e per i loro clan, forse non hanno alcun interesse a migliorare le cose. L’alternativa a questa ipotesi è che non ne abbiano le capacità.

È sabato pomeriggio, a Roma, sto conversando con un amico che mi confida di sentire un fastidioso disturbo che da qualche ora si fa man mano più invadente. Suggerisco di chiamare la Guardia Medica. Risponde una voce meccanica che per oltre un minuto dice cose che nessun utente trova utili in certi frangenti.

Quando finalmente risponde una dottoressa e le viene spiegato il problema, lei risponde dicendo che non può essere vero ciò che il mio amico afferma, che sia frutto di immaginazione e si offre di passargli uno psicologo.

Il mio amico strabuzza gli occhi, perplesso, e ribatte che lui sente fisicamente che accade una certa cosa e che non vede perché uno psicologo dovrebbe intervenire in una tale circostanza e, in generale, nella sua vita piuttosto normale.

La dottoressa ribatte che uno psicologo non può che far bene, anche se non ci si rende conto del bisogno. Decidiamo di lasciar libero lo psicologo perché magari potrebbe essere più utile alla dottoressa di turno, ringraziamo e chiudiamo. Telefoniamo ad un’altra Guardia Medica che consiglia di farsi visitare al più presto possibile. Questa risposta mi spinge ad accompagnarlo al Pronto Soccorso dell’Ospedale più vicino, che è il Policlinico Casilino.

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Sono circa le 16.

All’accettazione gli viene consegnato un braccialetto con un numero che, dicono, verrà chiamato al momento della visita; ma prima viene fatto entrare in una saletta dove viene sottoposto alla misurazione pressoria, ad un elettrocardiogramma e ad un prelievo.

Gli viene inserito un ago nel braccio in modo, gli spiegano, che possa essere iniettato un medicinale in caso di urgenza.

Nonostante la pressione sia schizzata a 225-105 per la conseguente agitazione, senza alcun intervento per abbassarla, viene fatto accomodare in sala d’attesa.

Lì sentiamo qualche volta chiamare dei numeri che vengono invitati a raggiungere il reparto di ostetricia. Non sentiamo mai avvisi diversi.

Dopo un’ora torniamo all’accettazione, dove troviamo l’infermiere che aveva misurato la pressione prima e che lo invita a rimisurarla. Pressione scesa di poco.

Questo giovane lo invita a ripresentarsi dopo un’ora per rimisurarla. Il messaggio chiaro è: devi ancora aspettare per lo meno un’ora.

Alle 18.10 ci ripresentiamo all’accettazione chiedendo informazioni sul nostro destino. Una signora verifica il numeretto sul computer e ci dice che tra poco sarà visitato.

Torniamo alle sedie in compagnia delle stesse persone che abbiamo visto dal primo momento, più qualcuna che si è aggiunta nel frattempo.

Dopo aver esaurito qualsiasi argomento inerente allo scibile umano, alle 19.15 torniamo alla carica, decisi a chiedere se almeno ci possano dire il risultato delle analisi del sangue e togliere l’ago infilato nel braccio perché vogliamo andar via. Un’altra signora, in quel momento davanti al computer, chiede il fatidico numeretto e ci dice che il mio amico sarà il prossimo ad essere visitato e che sarebbe stato chiamato dall’altoparlante.

Mi permetto di far notare il dettaglio che ho scritto prima riferito alle donne incinte. La signora mi guarda come se stessi dicendo una stupidaggine. Io decido di non proseguire per evitare di dover aprire anche io un ticket di pronto soccorso. Torniamo a sederci dandoci un tempo limite di attesa: alle 20.15.

cms_30637/2_1685144386.jpgIncuriosito, domando ad alcune persone sedute con noi da quanto tempo stanno attendendo; le risposte variano dalle 6 ore e mezza alle 7 ore e mezza.

Come da presentimento reciproco, alle 20.15 torniamo all’accettazione dove troviamo una signora che sta anch’ella chiedendo di liberarla dall’ago “infilzato” per poter andar via.

L’addetta allo sportello, con aria ironica e sprezzante chiede: adesso non sta più male? Che è venuta a fare al Pronto Soccorso? La paziente balbetta qualcosa, non perché non sappia rispondere ma per la domanda così assurda che la fa vacillare. Considerato questo episodio, decido che non vale la pena discutere con una persona così e comunichiamo solo che vogliamo uscire.

L’interlocutrice, dopo aver richiesto il nostro numeretto, ci risponde: ma adesso tocca a voi, siete i primi della lista! Io le ricordo che ce l’ha già detto 3 volte nelle ultime due ore.

Lei si alza e ci dice di tornare nella saletta del prelievo, ci raggiunge li e gli toglie l’ago rimasto inutilizzato, accrocchiando una fasciatura da ospedale da campo di guerra per bloccare la fuoriuscita di sangue.

Dopo 4 ore di attesa l’unica cosa che riusciamo ad ottenere è la libertà. Non firmiamo nessun documento, non ci consegnano nulla del Triage effettuato. Salutiamo le altre vittime che intanto hanno familiarizzato raccontandosi reciprocamente la loro cartella clinica di una vita. Ed usciamo.

Torniamo a casa e mentre mangiamo qualcosa, ragioniamo sul da farsi. Mi viene un’intuizione geniale: dove si colloca il disturbo? Tra naso e gola. Ok, allora cerchiamo un otorino che, anche a pagamento, possa riceverci domani. Solita ricerca in rete, solito elenco iniziale di “pagine sponsorizzate”.

Cioè gente che paga per trovarsi in cima ai risultati.

E di solito i soldi che pagano loro per questo privilegio, è ovvio che li paghi tu, alla fine, sulla prestazione. Infatti qualche appuntamento disponibile entro pochi giorni ce l’hanno dottori che prendono dai 180 ai 230 euro a visita.

Un po’ troppo per le tasche del mio amico, andiamo a cercare qualcuno più abbordabile. Gli otorino di questa categoria li troviamo a distanze interplanetarie da dove siamo noi ma abbastanza liberi, C’è qualcuno che dall’indomani ha tutti gli orari disponibili durante la settimana ma entrambe decidiamo, chissà perché, di non considerare questi casi.

La faccio corta, l’indomani, non so se grazie ad una ricerca magistrale o ad un colpo di fortuna, troviamo un otorino disposto a ricevere nell’unica ora di buco del pomeriggio.

Si prende al volo la situazione e, meno male, la dottoressa si rivela preparata e abile. È una sinusite. Una lunga prescrizione di farmaci per una terapia da seguire con costanza e attenzione.

Ci rechiamo disciplinati in farmacia e notiamo che il farmacista gode come un riccio (si dice così) mentre continua ad aprire cassettoni e a prendere farmaci.

Al momento di pagare scopriamo il perché: 174 euro. Non sono sfuggiti nemmeno i 20 centesimi dello shopper.

Quando ero bambino le storielle finivano sempre così: morale della favola….

Ma stavolta la morale o le morali (sono parecchie) non ve le scrive l’autore ma sta al vostro buon cuore…

Io mi limito ad una sola, tragica domanda: ma una persona anziana, pensionata col minimo…. come fa a risolvere questo tipo di problemi che, proprio per l’età, non possono che aumentare? Come fa a curarsi per bene? Come fa ad affrontare in tempo un problema che, non gestito, si può aggravare fino a brutte conseguenze?

A qualcuno l’ardua sentenza.

Data:

27 Maggio 2023