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SULLA VIGENZA DEL CONFLITTO: L’ITALIAN THEORY (IV^ PARTE)

Come affronta l’”Italian Theory” il frazionamento del sapere?

Si potrebbe dire che neppure si pensano più grandi filosofie: questo ha certamente a che fare con il frazionamento specialistico del sapere e col venir meno delle condizioni storico-materiali atte a un pensiero complessivo della vita e del mondo, che appariva ancora possibile fino al secolo scorso. È un fatto, però, che il pensiero filosofico viene meno nell’analisi della realtà, quando si ricorre a protocolli tecnici, come in economia, e a procedure scientifiche, capaci di fornire soluzioni operative immediatamente spendibili.

cms_29576/1.jpgSecondo Marramao, la situazione si puo’ superare ricorrendo a quella che il giovane Lukács chiamava “teoria dell’offensiva”: resistere non basta, bisogna passare dalla posizione difensiva alla posizione di attacco. Senza la delineazione di alcuni paradigmi mutuati dalla filosofia, sarebbero state impossibili non solo le rivoluzioni scientifiche, a partire dalla rivoluzione einsteiniana, ma anche le innovazioni tecnologiche. In altri termini, secondo Giacomo Marramao, la flessibilità può provenire soltanto da una solida concettualizzazione di base.

La risposta non può tuttavia risolversi su una linea di difesa vetero-umanistica: occorre piuttosto riaffermare, al di là di ogni anacronistica demarcazione fra le “due culture”, che senza le intuizioni derivanti dalla capacità di concettualizzazione filosofica, sarebbero impensabili non solo la seconda e terza rivoluzione scientifica, ma la stessa innovazione tecnologica del digitale.

Privi di confronti transdisciplinari, gli specialismi diventano asfittici. E’ venuto il momento di immaginare, dopo la retorica del frammento postmoderno, un ritorno alla forma-trattato in filosofia, a una nuova ricerca di sistematicità.

Nell’epoca della dissoluzione, della crisi e della decadenza, la sfida dei tempi richiede un nuovo coraggio del pensiero. Forse non sarà il “Leviatano” hobbesiano o la “Scienza della logica” hegeliana, ma sarà probabilmente un discorso non meno integrato e sistematico.

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Le varie tappe di “Homo sacer” di Agamben o i libri che ha scritto Roberto Esposito, da “Communitas” in poi, si possono leggere come un unico grande libro, che risponde all’esigenza di lavorare all’interno di una prospettiva che non è più quella postmoderna del frammento o dell’aforisma. C’è da chiedersi se viviamo effettivamente in un’epoca di crisi della filosofia. La questione è controversa. Naturalmente, dobbiamo discriminare filosofia da filosofia: la filosofia è intrinsecamente politica, ma non intrinsecamente popolare.

Mentre nell’epoca rinascimentale e poi barocca, non esisteva distinzione scienza-filosofia, la tecnica in sé è una questione eminentemente filosofica. Anche i modelli logico-matematici, come in Leibniz, sono sempre stati frammisti alle vicende della filosofia.

Dell’intreccio originario della cultura umanistica, della cultura scientifica e dei saperi sociali, sopravvive l’esigenza di un ritorno alla metafisica.

cms_29576/3.jpgBadiou, ad esempio, sostiene di fare “metafisica”. C’è una stanchezza per l’eccesso di frammentarismo: bisogna lavorare dentro un orizzonte, se non compiuto, almeno sistematico. C’è una reazione alla fase della polverizzazione filosofica.

Le politiche universitarie e culturali hanno imposto ai saperi umanistici e sociali di adeguarsi al modello delle scienze naturali, da ciò, deriverebbe la crisi della filosofia. Ma per andare oltre, occorre innanzitutto scardinare le controriforme che hanno devastato le università dell’Occidente negli ultimi decenni.

Invece di contemplare l’inverno del nostro scontento e del declino dell’Occidente, conviene assumere il conflitto, in cui, secondo le caratteristiche dell’”Italian Theory”, si tende a costruire narrazioni di grande respiro, tornando alla visione che vigeva prima del frammentismo. Contro la frammentazione dei saperi in discipline, come perora Edgar Morin, occorre tornare alle grandi narrazioni filosofiche, che rappresentano oggi la vera “differenza”.

Per farlo, occorre tornare a quella universalità dei saperi, tipica dell’epoca medievale, abbandonando la compartimentazione dei saperi, in primis nelle universitas studiorum, eliminando i settori disciplinari, sperimentando vecchie e nuove forme di interazione tra saperi diversi, scoprendo e valorizzando gli intimi isomorfismi che li caratterizzano.

Mai come oggi, davanti alle sfide del mondo globalizzato, bisogna adottare una visione ampia e globale.

Fine

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Bibliografia

Roberto Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, 2010

Massimo Cacciari, Geofisica dell’Europa, Adelphi, Milano, 1994

Dario Gentili, Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, il Mulino, 2012

Giacomo Marramao, Il politico e le trasformazioni, 1979

Giacomo Marramao, Entre universalismo y diferencia, en, Gabriella Bianco, El campo de la ética. Mediación, discurso y practica, Hachette/Edicial, Buenos Aires, 1997

Tony Negri – Michael Hardt, Empire, Harvard University Press, Cambridge, 2000

Alain Badiou, Manifiesto por la filosofía, Ediciones Nueva Visión, Buenos Aires, 1990

“Derive e Approdi”, traduzione italiana di un volume collettivo su “Cosa è il popolo?”, 2014

Gianni Vattimo – Pier Aldo Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, testi di Amoroso, Carchia, Comolli, Costa, Crespi, Del Lago, Eco, Ferraris, Marconi, Rovatti, Vattimo, Feltrinelli, Milano, 1988

Le parti precedenti ai links:

https://internationalwebpost.org/contents/SULLA_VIGENZA_DEL_CONFLITTO:_L%E2%80%99ITALIAN_THEORY_(I_PARTE)_29317.html#.Y-vV7HbMKUl

https://www.internationalwebpost.org/contents/SULLA_VIGENZA_DEL_CONFLITTO:_L%E2%80%99ITALIAN_THEORY_(II%5E_PARTE)_29401.html#.Y_UN93bMKUk

https://www.internationalwebpost.org/contents/SULLA_VIGENZA_DEL_CONFLITTO:_L%E2%80%99ITALIAN_THEORY_(III%5E_PARTE)_29480.html#.Y_zP8HbMKUl

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Data:

2 Marzo 2023