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TEO TEOCOLI

Non ho mai frequentato Teo Teocoli, lui non sa chi sono, ma ogni volta che ho occasione di parlare con lui, mi tratta come se fossi un suo amico, come se ci conoscessimo bene.

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Succede così fin dalla prima volta che lo incontrai sul set del film ‘Come ti rapisco il pupo’, quando accompagnavo Renato Cestié a girare.

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Avevo da poco compiuto 18 anni, giocavamo insieme nelle pause e ci faceva ridere.

Lui aveva alle spalle una storia come cantante e aveva da poco tempo cominciato a fare il cabarettista al Derby di Milano e avuto una partecipazione in un programma TV con Cochi e Renato.

Una notorietà quindi molto limitata e che non faceva presagire il suo successo futuro.

Vari anni dopo lo incontravo spesso nella sala di attesa ospiti del programma “Il gioco dei 9”, condotto da Raimondo Vianello.

Ascoltavo le conversazioni tra lui e Massimo Boldi e ridevo continuamente.

Pensate che anche Vianello ci raggiungeva, non di rado, nelle pause della registrazione, perché si divertiva e ci aggiungeva del suo.

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Ricordo che una volta riuscirono anche a coinvolgere Tino Carraro, grande e serio professionista del teatro e della televisione, che vidi, in quella circostanza, sotto un aspetto diverso e che non potevo immaginare.

E in quell’occasione portai anche mio fratello per fargli vivere una piccola esperienza demenziale.

In quei pomeriggi mi avevano preso un po’ di mira: Boldi mi chiamava Cipollino (ho ancora una sua dedica con questo nome) e Teocoli faceva una serie di smorfie buffe quando io parlavo, mimando un interesse esagerato e canzonatorio.

Ma non me la prendevo, anche perché si prendevano in giro anche tra loro.

L’incontro più, ehm, serio, invece lo ebbi in un albergo di Sanremo.

Gli chiesi se potesse rispondere a qualche domanda per un’emittente radiofonica.

Penso che anche lui, come mi è successo con altri, non abbia più badato alla presenza di un microfono, parlando a ruota libera.

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Io ho parlato molte volte con te….

“Ah, e c’ero anche io?”

Si, e il come c’eri che mi porta a farti questa domanda: ma è stata la frequentazione dei grandi comici della scuola milanese che ti ha modellato anche come uomo con questa capacità di ironizzare su tutto?

“Ma no, io sono sempre stato così. A scuola mi piaceva imitare, soprattutto Celentano. Facevo la ragioneria, non c’entrava niente con me però mi divertivo.

Ho cominciato giovanissimo a frequentare i comici del Derby, che hanno potenziato questa malformazione che già avevo. Ma anche Jannacci, che non era un comico e si divertiva a parlare con una specie di gramelot tutto suo…”

Però hai cominciato come cantante e hai inciso anche un pezzo molto noto…

“Ma a me piaceva fare quello che mi piaceva fare (espressione del viso indescrivibile). Ho raccolto dei ragazzi, di periferia come me, e facevo le serate.

Poi ho conosciuto Michel Polnareff che mi ha dato il permesso di cantare una sua canzone francese, che in italiano è diventata ‘La bambolina che fa no no no’.

Ed è andata bene.

Mi chiamò Celentano e mi disse che dovevo entrare nel suo Clan.

E così incisi con lui 4 dischi, uno più brutto dell’altro.

Mentre la mia band precedente, che si chiamava “Quelli”, cambiava nome e diventava la “PFM”.

E ho anche cantato e ballato nella prima versione italiana del musical Hair, insieme a un ragazzo di 18 anni e una ragazza di 17. Si chiamavano Renato Zero e Loredana Berté

Ti t’hee capi????”

(Le foto sono di mia proprietà)

Data:

10 Dicembre 2022